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La debolezza locale di Pdl e M5S – Il Sole 24 ORE

11 giugno 2013

Un’interessante analisi sull’esito del voto di Roberto D’Alimonte.

I numeri fanno impressione. Dei 92 comuni sopra i 15mila abitanti che sono andati al voto in questa tornata amministrativa il Pd ne amministrava 35 e ora ne amministra 54. Il Pdl ne amministrava 50 ed è passato a 17. Pd e alleati hanno vinto tutti i 16 comuni capoluogo, 5 al primo turno e 11 al secondo. Ne amministravano in precedenza 9. Eppure queste elezioni non ci dicono niente di nuovo. Era prevedibile che la sinistra avrebbe ottenuto un notevole successo. E così è stato. Il motivo è semplice, ed è noto da molto tempo: quando la partita elettorale si gioca sul terreno delle elezioni locali la sinistra ha un vantaggio sia nei confronti della destra che del M5S.

Questi ultimi dipendono da Berlusconi e da Grillo. Senza i loro leader i candidati del Pdl e del M5S sono abbandonati a se stessi, e da soli la maggior parte di loro non ce la fa ad essere competitivi. Per il Pdl Berlusconi è tutto. È la colla che tiene insieme le diverse anime della destra ed è allo stesso tempo il “grande mobilitatore” del suo elettorato. Lo stesso vale per Grillo. Ma in una competizione frammentata in tante sfide locali né Berlusconi né Grillo sono in grado di fare molto. Nel caso di Berlusconi poi questa volta, forse per stanchezza, non ci ha neanche provato.

Tutto ciò non vale per il Pd. Per quanto indebolito e diviso il partito conserva un’organizzazione territoriale e ha candidati capaci di mobilitare il proprio elettorato. Per questo il Pd vince a livello locale. Ma vince con relativamente pochi voti e per abbandono degli avversari. E in questo, com’è già accaduto nel passato, si nasconde il rischio di una grande illusione. Questa vittoria non può e non deve far dimenticare che la base di consensi del Pd non si è allargata ma anzi si è ristretta. E il successo colto in una competizione locale non può essere preso come indicatore di una rinascita che non c’è e quindi come un segnale di una ritrovata competitività a livello di elezioni politiche. I problemi di questo Pd dopo questa tornata di elezioni comunali sono gli stessi di sempre.

La bassa partecipazione elettorale in queste elezioni è la chiave per capire quello che è successo. Si è votato poco al secondo turno e si è votato poco anche al primo turno. Ma questo giudizio di pochezza vale solo in chiave diacronica. Certo, in Italia si votava di più nel passato. Nel 1979 oltre il 90% degli italiani si è recato a votare nelle elezioni politiche svoltesi in quell’anno. A partire da allora l’affluenza è scesa praticamente senza soluzione di continuità fino ad arrivare al 75% delle politiche di febbraio di quest’anno. E lo stesso trend si nota a livello di elezioni locali. Eppure il 75% delle ultime politiche è un dato ancora superiore a quello della maggioranza dei paesi europei. Tanto per fare un esempio, alle politiche del 2009 in Germania ha votato il 70% degli elettori. Per questo non si può dire che la partecipazione elettorale in Italia sia bassa in chiave comparata. Semmai c’è da chiedersi perché fosse tanto alta nel passato.
Resta il fatto che oggi in Italia si vota meno di prima, anche se più che in altri paesi. Le ragioni del calo sono molteplici e sono note. Uno è certamente il fattore demografico. Siamo, e saremo sempre di più, un paese di vecchi e i vecchi – si sa – votano meno. Gli altri fattori sono la fine delle ideologie, la debolezza dei partiti, la sfiducia nella classe politica, la protesta, la crisi economica. Quest’ultimo fattore ha un doppio peso. In primo luogo alimenta la disaffezione e la sfiducia. In secondo luogo priva la classe politica di risorse che hanno facilitato per tanto tempo il voto di scambio alimentando in questo modo una partecipazione elettorale anomala e viziata.
C’è poi il doppio turno che fa storia a sé. Non mancheranno le voci di chi vedrà nella bassa partecipazione ai ballottaggi una ragione per giudicare questo strumento inadatto al nostro caso. È un giudizio superficiale. Il doppio turno è un ottimo sistema perché consente agli elettori di esprimere una seconda preferenza quando i loro candidati preferiti non sono presenti al ballottaggio. Il fatto che ci siano elettori che non vogliano sfruttare questa opportunità non è un motivo né per delegittimare lo strumento né per considerare i candidati sindaco eletti al ballottaggio come poco rappresentativi o addirittura illegittimi. È nell’ordine delle cose che molti elettori dei candidati terzi scelgano di non votare al secondo turno. È per questo che in generale l’affluenza è più bassa. Ma resta il fatto che chi vince ottiene comunque la maggioranza dei consensi di chi vota. In democrazia questo è quello che conta. Conta chi partecipa. Il sindaco di Londra è stato eletto con un’affluenza del 38%, quello di New York con meno del 40. Per non parlare dei presidenti degli Stati Uniti.

via La debolezza locale di Pdl e M5S – Il Sole 24 ORE.

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