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La disoccupazione giovanile e il sistema “vocazionale” tedesco

8 giugno 2013

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Il sistema cosiddetto “vocazionale“ tedesco, benché abbia una tradizione centenaria, risale ufficialmente al 1969. Sia i giovani non interessati a proseguire gli studi accademici, sia quelli qualificati per accedere all’università aderiscono a un programma specifico nel quale è previsto una misurata combinazione tra scuola e lavoro. Coloro che accettano queste condizioni lavorano tre o quattro giorni alla settimana per una ditta che li paga e insegna loro le competenze necessarie. Il resto del tempo lo trascorrono a scuola, completando i corsi di specializzazione.

Le Camere di commercio e le Associazioni delle imprese si assicurano che il tempo destinato all’insegnamento sia funzionale alla tipologia di lavoro scelta. Lo stesso principio viene adottato sul versante degli Enti Universitari o di altre istituzioni scolastiche, a cui fa capo la responsabilità di verificare l’adeguatezza delle aziende selezionate per il “training”. Dopo circa tre anni, i tirocinanti tedeschi sono certificati e, nel caso in cui facessero una buona impressione al management della ditta, possono rimanere come lavoratori a tempo pieno.

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Circa due terzi dei giovani tedeschi passano attraverso questo sistema che compendia 350 percorsi ben distinti. Alcuni scelgono i lavori manuali, altri si arruolano nei settori della vendita, del marketing, dei trasporti e dell’agricoltura, o della farmacologia, i rimanenti s’impiegano come contabili aziendali o bancari. L’orientamento pratico della formazione è un grande vantaggio, poiché disegna un quadro organico tra i potenziali datori di lavoro e i lavoratori durante il percorso di qualificazione.

A differenza della Germania e dell’Austria, il cui tasso di disoccupazione giovanile è il più basso d’Europa (8%), lo stesso nel nostro paese è semplicemente terrificante (38%) e tale piaga sociale dipende molto – ma non solo – dall’asimmetria che si è generata negli ultimi trent’anni tra un’offerta scolastica inadeguata e generalista a discapito di una domanda di lavoro ad alto contenuto specialistico. Solo Grecia e Spagna (56%) ci precedono in questa classifica poco edificante. In Italia abbiamo tantissimi giovani che, non solo sono disoccupati, ma che non sono neppure nel sistema dell’istruzione, e per di più nemmeno in quello della formazione professionale. Che cosa spiega questa realtà così difficile per i giovani qui da noi? Innanzitutto, abbiamo problemi molto seri nella transizione dalla scuola al mondo del lavoro. Molti giovani fanno fatica uscendo dal sistema della scuola dell’obbligo a trovare un’occupazione stabile. Ciò dipende da molte cause che per anni sono state sottovalutate e non adeguatamente affrontate dai vari esecutivi che nel tempo si sono succeduti. Tra le più note mi riservo di enumerare sommariamente quelle che si ritengono le principali: un cambiamento nella specializzazione internazionale del lavoro, infatti la globalizzazione rende più difficile per persone che hanno un titolo di studio secondario di tipo generico entrare nel mercato del lavoro; le storture del nostro sistema formativo, le quali fanno sì che sia molto difficile oggi per un giovane acquisire quelle competenze intermedie che attualmente vengono domandate dalle imprese.

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Come funzione nei dettagli il sistema “vocazionale” tedesco tra scuola e lavoro per coloro che si iscrivono al primo triennio accademico?

Gli studenti quando entrano in università, dividono metà del loro tempo tra l’aula e l’azienda da cui ricavano un salario ridotto. Fondamentale, affinché il sistema funzioni, è l’introduzione di una sorta di controllo reciproco. Da un lato l’università vigila sulla qualità della formazione fornita dalle aziende, in modo corrispondente, sul versante occupazionale, le aziende monitorano la qualità della stessa fornita dall’università. Tale soluzione è ritenuta molto importante perché, senza un vicendevole controllo,  accade ciò che assai comune e disdicevole in alcuni paesi tra cui il nostro, ove ci sono dei corsi di formazione, dei contratti a contenuto formativo, ma nessuno si occupa di verificarne davvero la qualità offerta.

Tuttavia, parimenti all’introduzione di riforme più o meno simili al “vocazionale” tedesco, ossia che integrino maggiormente i percorsi scolastici con le necessità delle imprese, è altrettanto vitale che si proceda disinnescare la mina della depressione economica e sociale, la cui causa è da addebitare al modello dell’austerità, adottando una politica d’investimenti pubblici e privati tale da generare una rinnovata domanda. Senza questo presupposto, ogni tentativo di riforma è destinato a perdersi nell’indifferenza.

Franco Gavio

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