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@gualminielisa: La Stampa – Pd, il partito che ha paura del leader

5 giugno 2013

Non sprecherò neanche una parola per commentarla, leggetela. Solo grazie a @gualminielisa per la solita chiarissima analisi.

Ieri Matteo Renzi ha ripetuto che la sua candidatura alla segreteria del Pd «non è un tema prioritario». Giorni addietro aveva detto di considerare più importanti le scelte e gli orientamenti che dovrebbero maturare, non si sa come, all’interno del partito: «Farà un congresso serio o no? Accetterà la sfida del cambiamento? Ha capito di avere perso le elezioni di febbraio? E ha voglia di provare a vincere le prossime?».

Si tratta di domande pertinenti, non c’è dubbio. Ma le risposte non verranno dall’attuale gruppo dirigente. Renzi sa benissimo che a quelle domande oggi può rispondere solo lui. E proprio per questo la sua candidatura è il tema prioritario. Lo sa lui, e lo sanno gli altri. Il congresso sarà serio se vi si confronteranno proposte realmente alternative e candidati veri alla leadership, capaci di porre con forza la sfida del cambiamento. Una opportunità che di solito si dilata dopo una cocente sconfitta, se si intravede qualcuno che può riportare il partito a vincere, ma fa in fretta a richiudersi. Renzi dovrebbe sapere che non ci saranno per lui tappeti rossi e che le occasioni raramente tornano, in politica.

Il coro quasi unanime degli «ora tocca a Matteo», «è lui il leader del futuro» si è già quasi ammutolito. Dopo la direzione nazionale del Pd di ieri sera, dovrebbe essere ancora più evidente che l’attendismo non paga. Ne genera a sua volta dell’altro. L’incertezza ingrossa la voglia di annacquare il brodo, di stemperare il rendiconto dei leader che hanno fallito e la ricerca di nuove strade in una lunghissima liturgia congressuale di rito ortodosso. Le resistenze dal ventre molle del partito nei confronti del sindaco ci sono ancora, eccome, sebbene si manifestino con toni e strategie più morbide e con transfughi candidamente pronti a orientarsi, di ora in ora, verso un nuovo carro del vincitore.

Un primo chiaro segnale è il cosiddetto «congresso dal basso». Che sembra voler dire: giù le mani dall’organizzazione. Ancora non si sa a chi andrà il tassello astrattamente più rilevante della segreteria da qui al Congresso, se a Luca Lotti, come chiesto da Renzi o, come si mormora, a Davide Zoggia, molto vicino all’ex segretario. Ma nel frattempo Epifani ha proposto che il rinnovo delle cariche di livello provinciale e regionale avvenga in un momento precedente e distinto rispetto all’elezione del segretario nazionale. Che è come dire, lasciarle tutte o quasi nelle mani dell’attuale «patto di sindacato» e delle macchine interne consolidate, dato che tra gli iscritti, in assenza di una competizione tra indirizzi politici chiaramente alternativi, sono destinati a prevalere gli assetti esistenti.

Il secondo segnale è la riluttanza verso la leadership. La leadership è ancora un tabù per il Pd. Ha certamente ragione Epifani quando dice che il Pd è l’unico partito non personale (non è proprietà di nessuno). Ma è anche l’unico partito senza un leader. Andrebbe aggiunto con altrettanto vigore. O, che è la stessa cosa, con troppi leader, nessuno in grado di dare la rotta. Una zattera che sbatte di qua e di là con scarse possibilità di approdo. Non ci può essere visione senza un leader. Non ci può essere un progetto senza un centro. Nella «democrazia del pubblico», piaccia o non piaccia, il ruolo dei partiti come organizzazioni solide che aggregano e gestiscono il consenso è destinato a indebolirsi; è il leader con le sue caratteristiche personali a parlare direttamente all’opinione pubblica, a mettersi quanto più possibile in gioco davanti ai cittadini. Non c’è niente da fare. La propensione alla leadership del sindaco-arrembante al Pd non va proprio giù. Il partito del «noi» e del «tutti insieme» non la digerisce. E non si capisce come questo possa conciliarsi con l’appoggio a un governo che sta intraprendendo la strada del semipresidenzialismo. Una contraddizione esplosiva, su cui ieri sera il segretario ha frenato.

Tocca a Renzi a questo punto, se ne ha la forza, di interrompere la sindrome, già in corso, della normalizzazione. E cioè il ritorno a un partito non contendibile. Utile a garantire il governo che c’è, finché non arriva la prima tempesta che lo spazza via. Solo con un partito contendibile e con leader che si affermano in una competizione aperta si può veleggiare senza sbandare.

via La Stampa – Pd, il partito che ha paura del leader.

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