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Joseph E. Stiglitz: La globalizzazione non è solo profitto, è anche il pagare eque tasse

2 giugno 2013

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Se la classe politica e il mondo finanziario americano avessero ascoltato le parole di Joseph Stiglitz non saremmo mai arrivati a temere il crack mondiale del sistema finanziario in quel febbricitante mese di settembre del 2008, quando Henry Paulson, l’allora Segretario del Tesoro, nonché ex CEO della Goldman & Sachs e Ben Bernanke, Chairman della FED, dopo la bancarotta della Lehman Brothers di Dick Fuld, supplicarono il Congresso e il Senato degli USA di versare 800 miliardi di dollari prelevandoli dalle tasche degli onesti contribuenti americani (TARP) per salvare l’intera architettura finanziaria mondiale. Alla domanda posta da uno dei Senatori “Ma come è potuto accadere tutto questo?” Paulson rispose imbarazzato “Senatore, si facevano soldi”.  Già al calare degli anni 90 Stiglitz, allora Chief Economic Adviser di Bill Clinton, ammoniva il sistema bancario americano di perseguire delle politiche di “moral hazard” più consone ai modelli “economici” di Las Vegas anziché dedotte dai testi di buon esercizio della tecnica bancaria editi dalle prestigiose università americane. Stiglitz si lamentò più volte riguardo alla sfacciataggine con cui le corporations e le grandi banche d’affari facessero trasformare, mediante abili trucchi contabili, deboli capitalizzazioni in forti plusvalenze azionarie, per far sì che il management godesse di laute stock options a svantaggio degli azionisti di minoranza. Nota fu la sua polemica sul caso Enron. Ciononostante, Stiglitz, sebbene laureato Nobel, per l’establishment repubblicano e in parte anche per quello democratico, a quel tempo fu giudicato alla stregua di un “pericoloso socialista”, un “visionario apocalittico”.  Oggi, Joseph Stiglitz è celebratissimo, sia per il suo contributo teorico – nota la sua dissertazione sull’asimmetria informativa che conduce alla dimostrazione che non esiste l’autosufficienza di mercato – sia per il suo sostanzioso apporto alla sociologia economica, soprattutto in materia di uguaglianza delle opportunità (equal opportunities). Per questi meriti e per la sua preveggenza, l’economista dell’Indiana, attualmente è considerato tra i  più geniali rappresentanti della triste scienza del tardo 900, al pari degli scomparsi Samuelson (suo concittadino) e dell’ungherese Kaldor. Le più prestigiosi testate giornalistiche d’orientamento democratico progressista si disputano le sue riflessioni, le quali compaiono quasi sempre in prima pagina. Qualche giorno addietro Stiglitz scrisse sul NYT, oggi è il “turno” dell’inglese The Guardian. L’articolo corposo, da cui noi riporteremo solo i passaggi più significanti, tratta il disvelamento del rapporto asimmetrico che esiste tra i grandi beneficiari della globalizzazione e il loro mancato risarcimento, mediante un’equa fiscalità, verso quelle comunità che, autotassandosi, hanno contribuito al loro successo globale.

Buona lettura

fg

Globalisation isn’t just about profit, it’s about taxes too

Daniel Pudles 28052013

Il mondo guardava gongolante nel modo in cui Tim Cook, il capo della Apple, disse che la sua azienda onorò tutte le imposte dovute. Pareva che dicesse di aver pagato tutte le tasse che avrebbe dovuto pagare. Naturalmente, esiste una grande differenza tra le due cose. Non è una sorpresa che una società con le risorse e con l’ingegno della Apple faccia il possibile per evitare di pagare, nel rispetto della legge, la maggior quota di debito fiscale.

……le multinazionali hanno la capacità di Plastic Man, ossia di essere ovunque e nello stesso tempo da nessuna parte – e nello specifico – di  essere ovunque, quando si tratta di vendere i loro prodotti, e da nessuna parte quando si tratta di appropriarsi dei profitti derivati ​​da tali vendite.

L’Apple, come Google, ricevette enormi benefici dagli Stati Uniti e degli altri governi occidentali: lavoratori altamente qualificati, formati in università che furono sostenute sia direttamente dal governo e sia indirettamente attraverso generose detrazioni a scopo di beneficenza. Lo sviluppo della ricerca di base, sulla quale il loro prodotto è fondato, è stata pagata grazie al finanziamento dei contribuenti – mi riferisco a internet – senza la quale non potrebbero nemmeno esistere. La loro prosperità dipende in parte dal nostro sistema giuridico – tra cui un forte rispetto per i diritti di proprietà intellettuale; esse chiesero (e ottennero) dal governo di costringere i paesi del mondo ad adottare i nostri standard, in alcuni casi, a detrimento della vita e dello sviluppo dei mercati emergenti e di quei paesi in via di sviluppo. Sì è vero, hanno portato il genio e le capacità organizzative, per cui giustamente ricevono complimenti. Ma mentre Newton era almeno abbastanza modesto da annotare che stava sulle spalle di giganti, questi titani dell’industria non hanno alcun rimorso di comportarsi come dei “free rider”, prendendo generosamente i vantaggi offerti dal nostro sistema, ma non essendo disposti a contribuirne in modo proporzionale. Senza il sostegno del pubblico, la fonte da cui verrà la futura innovazione e la crescita si seccherà, per non dire che cosa succederà alla nostra società sempre più divisa. Non è neppure vero che le aliquote dell’imposta sulle società più elevate diminuirebbero necessariamente in modo significativo gli investimenti. Come l’Apple ha dimostrato, essa può finanziare qualsiasi cosa che vuole con il debito – compresi i dividendi che pagano – inventando in questo modo un altro stratagemma per evitare di pagare la loro giusta quota di tasse. Ma i pagamenti degli interessi sono deducibili dalle tasse. Ciò significa che nella misura in cui gli investimenti sono finanziati dal debito, il costo del capitale e i proventi dello stesso sono entrambi variati in modo proporzionale, senza che si abbia alcun effetto negativo sugli investimenti. Con il basso tasso d’imposizione fiscale sulle plusvalenze di capitale, i rendimenti delle azioni sono trattati ancora in modo più favorevole. Per di più, ulteriori maggiori benefici vengono accumulati da altre particolarità presenti nella legislazione fiscale, quali gli ammortamenti anticipati e il trattamento fiscale delle spese di ricerca e sviluppo.

E’ tempo che la comunità internazionale affronti questa realtà: noi abbiamo un regime fiscale globale ingestibile, sleale e distorsivo. Con l’America stante in prima linea e il Regno Unito non molto indietro, si evidenzia un sistema fiscale che ha come centro propulsore la creazione di una crescente disuguaglianza che, oggigiorno, caratterizza i paesi più avanzati. E’ la sottrazione di risorse al settore pubblico che ha condotto l’America a non essere più la terra delle opportunità, dalla quale le prospettive di vita di un bambino sono più dipendenti dal reddito e dall’istruzione dei propri genitori a differenza di ciò che accade in altri paesi avanzati. La globalizzazione ci ha resi sempre più interdipendenti. Queste multinazionali ne sono le grandi beneficiarie, ma non lo è, per esempio, il lavoratore medio americano e quelli di molti altri paesi, che, in parte sotto la pressione della globalizzazione, ha visto il suo reddito completamente rettificato dall’inflazione. In aggiunta, l’abbassamento dei prezzi, che la globalizzazione ha portato con sé, calano anno dopo anno, fino al punto in cui un lavoratore di sesso maschile a tempo pieno negli Stati Uniti ha un reddito inferiore a quello di quattro decenni fa. Le nostre multinazionali hanno imparato a sfruttare la globalizzazione in tutti i sensi, anche facendo leva sulle scappatoie fiscali che consentono loro di eludere responsabilità sociali globali.

..……l’Apple è evidentemente in grado di spostare gli utili in altri luoghi geografici per evitare le tasse statali californiane. Gli Stati Uniti hanno sviluppato un sistema stereotipato, dove i profitti globali sono assegnati sulla base dell’occupazione, della vendita e dei beni strumentali. Tuttavia, vi è abbondanza di spazio per ottimizzare ulteriormente il sistema come reazione alle più agevoli possibilità di far ruotare i profitti quando una delle principali fonti del vero “valore aggiunto” è la proprietà intellettuale.

Alcuni hanno suggerito che, mentre le fonti di produzione (valore aggiunto), sono difficili da individuare, la destinazione lo è molto meno (anche se con le multiple catene di produzione di beni, ciò potrebbe non essere così chiaro); quindi, costoro suggeriscono un sistema basato sulla destinazione. Sennonché, una proposta di questo tipo non sarebbe necessariamente giusta, in quanto non fornirebbe nessun ricavo per i paesi che hanno sopportato i costi di produzione, benché un sistema basato sulla “destinazione” sarebbe chiaramente migliore di quello attuale.

….Sarebbe bello se si potesse realizzare un accordo internazionale sulla tassazione dei profitti aziendali. In assenza di ciò, ogni paese che minacciasse di imporre eque tasse societarie sarebbe punito, tale per cui la produzione (e l’occupazione), sarebbe spostata altrove. In alcuni casi, i paesi possono bleffare. Altri possono percepire che il rischio sia troppo alto…..

Gli Stati Uniti da soli potrebbero fare molto per promuovere la riforma: qualsiasi impresa che vende beni potrebbe essere tenuta a pagare una tassa sui suoi profitti globali. Si può ipotizzare un tasso del 30%, sulla base di un bilancio consolidato, ma con una detrazione per le imposte sui profitti aziendali pagate in altre giurisdizioni fiscali (fino a un certo limite). In altre parole, gli Stati Uniti dovrebbero erigersi a far rispettare un minimo regime fiscale globale. Alcuni potrebbero escludersi dall’operare e vedere negli Stati Uniti, ma dubito che molti lo farebbero. Il problema dell’evasione fiscale societaria multinazionale è senz’altro più intricato, e richiede più incisive riforme, comprese anche il trattare con i paradisi fiscali che, oltre a essere il rifugio del denaro degli evasori fiscali, ne facilitano il riciclaggio. Google e Apple assumono gli avvocati più bravi, che sanno come evitare le tasse nel rispetto della legge. Ma non ci dovrebbe essere spazio nel nostro sistema per i paesi che sono complici di evasione fiscale. Perché i contribuenti tedeschi dovrebbero aiutare a tirare fuori dai guai i cittadini in un paese il cui modello di business è basato sull’evasione e che privilegia una corsa verso una bassa imposizione? Perché dovrebbero cittadini di qualsiasi paese consentire che le loro aziende si avvantaggino grazie a questi paesi predatori?

Dire che Apple o Google semplicemente hanno approfittato del sistema attuale è toglierli fuori dai guai troppo facilmente: il sistema non si è auto-posto in essere. E’ stato costruito fin dall’inizio dai lobbisti delle grandi multinazionali. Aziende come la General Electric hanno fatto pressioni e ottenuto quelle disposizioni, le quali le consentirono di evitare ancora di più le tasse. Queste hanno esercitato pressioni e ottenuto provvedimenti di amnistia che le hanno permesso di riportare i loro soldi negli Stati Uniti, pur con l’applicazione di una speciale bassa tariffa, con la promessa che il denaro sarebbe stato investito nel paese, e poi lo hanno rispettato letteralmente, evitando ogni forma d’interpretazione. Se Apple e Google si distinguono per le opportunità offerte dalla globalizzazione, i loro atteggiamenti verso l’evasione fiscale hanno reso emblematico quello che può, e si sta, rilevando come il male di questo sistema [globalizzazione].

http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/may/27/globalisation-is-about-taxes-too?INTCMP=SRCH

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