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La “coscienza” di Joseph E. Stiglitz

16 maggio 2013

joseph_stiglitz

Karl Marx in una sua opera fondamentale “L’Ideologia tedesca”, redatta nel 1845 ma pubblicata postuma solo nel 1932, concepita per “capovolgere” la tesi dell’idealismo hegeliano così da poter formulare la sua concezione materialistica della storia, scriveva: “….non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza. Nel primo modo di giudicare si parte dalla coscienza come individuo vivente, nel secondo modo, che corrisponde alla vita reale, si parte dagli stessi individui reali viventi e si considera la coscienza soltanto come la loro coscienza.” Ciò forse, sarebbe sufficiente per spiegarci le ragioni che hanno sempre indotto il premio Nobel per l’economia Joseph E. Stiglitz ad occuparsi di coloro che soccombono sotto il peso dell’arroganza turbo-capitalista, ossia di coloro che egli considera il 99% della popolazione americana – e non solo di quella a stelle e strisce – i cui redditi, da circa 30 anni sono stati letteralmente “succhiati” da una esigua minoranza che rappresenta un misero 1%, ma che è diventata mostruosamente sempre più ricca. Detto questo: che relazione ci potrebbe essere tra il laureato nobel e la “mondanizzazione” della coscienza in chiave marxiana?

Joseph E Stiglitz nasce a Gary nell’Indiana, una sorta di  “Stalingrado americana”; una città che conobbe negli anni 30/40 una fortissima concentrazione operaia con grande sacche di proletariato urbano di colore. Gary fu il centro nevralgico ed operativo della allora mastodontica industria siderurgica statunitense: la US Steel Corporation. A partire dagli anni 70, come molti altri centri urbani americani a elevata concentrazione industriale manifatturiera, Gary entrò in una spirale di declino causata principalmente dalla crescita della competitività estera e nel caso specifico da quella del settore siderurgico. Il definitivo tramonto si accentuò negli anni 80, allorché la US Steel, in conformità con il processo di liberalizzazione e deregolamentazione reaganiana, licenziò migliaia di lavoratori. Oggi, Gary, lasciata a sé stessa per circa 30 anni senza aver goduto d’interventi “riparatori“, è una delle città americane ove si registra uno dei maggiori indici di disuguaglianza, con uno dei più elevati tassi di criminalità e di turbolenze razziali. Stiglitz, sebbene parzialmente da lontano, assistette all’involuzione economica e sociale della sua città. Proprio da questo scenario di marginalizzazione e di tracollo della ricchezza, che trasformò Gary al limite di una township sudafricana, si può facilmente supporre che Stiglitz maturò la sua coscienza critica nei confronti della destra americana con le sue predatorie politiche liberiste di darwiniana memoria. Furono proprio le lobbies finanziarie e le forze ultra-conservatrici che perseguirono questi selvaggi intenti, strutture  di potere contro le quali egli si confrontò in modo risoluto e autorevole quando rivestì la prestigiosa carica di Chief Economic Adviser nel corso degli otto anni di presidenza Clinton. Chi ha avuto l’occasione di leggere almeno qualche pagina tratta dai suoi più celebrati libri The Roarties nineteens (I ruggenti anni 90) e “The price of inequality” (Il prezzo della disuguaglianza), scopre un economista impegnato in prima persona nel gioco della politica attiva, per nulla sentenzioso e scorbutico come l’affettato newyorkese Paul Krugman, bensì un accademico dotato di un’elevata sensibilità sociale a cui si giustappone una meticolosa trattazione dei fatti. Ciò che ci sorprende – un po’ per certi versi ci amareggia – è che Stiglitz, mediante la sua puntuale narrazione, ci distrugge quasi completamente quel valore democratico americano fondato sulle pari opportunità (equal opportunities), attraverso cui alcuni emergenti leader del nostro partito – fingendo che sia rimasto tale – nel promettere rivoluzioni concettuali in campo economico e nel mondo del lavoro ne fanno un totem nazionalmente riproducibile. Secondo Stiglitz, gli Stati Uniti nel corso di questi ultimi 30 anni sono diventati sempre più una società ove regna una “unequal opportunities” di partenza, a cui segue nel tempo una totale disuguaglianza. I tre quarti del 99% della popolazione (in genere classificata come middle-class) hanno perso in quell’arco di tempo il 30% del potere d’acquisto, un quinto di questa vive in condizioni miserevoli (working poor), mentre il rimanente 1%, sempre in ugual periodo, ha decuplicato le sue ricchezze. Il premio Nobel non ne fa una questione prettamente morale, ma ritiene che tale trend discendente non produca pieno sviluppo, bensì inefficienza, spreco e quindi leda le potenzialità materiali e immateriali di ogni singolo cittadino. Bisogna – afferma Stiglitz – parafrasando JM Keynes, che i principi economici servano le comunità e non viceversa come è accaduto negli ultimi tre decenni. Recentemente l’economista di Gary, attuale professore alla Columbia University, ha focalizzato la sua attenzione sulla relazione che sussiste tra i crescenti costi d’accesso all’istruzione superiore universitaria americana, aggravati dal sempre più oneroso cumulo debitorio dei prestiti d’onore studenteschi, e la probabile futura perdita di capitale umano colpevolmente inespresso. Un “raddoppio” della disuguaglianza che ha due risvolti: uno morale e l’altro sostanziale – afferma Stiglitz sul New York Times del 12 Maggio[1] – “Anche se la compassione non è un fattore – anche se ora ci concentriamo solo sulla ripresa e domani sulla crescita e sull’innovazione – noi dobbiamo fare qualcosa per risolvere i debiti studenteschi. Ciò che riguarda il danno procurato dal crescente divario in America lo si sta facendo ai nostri ideali e la nostra indole morale dovrebbe mettere il debito studentesco in cima a qualsiasi programma di riforme.”

Franco Gavio


[1] http://opinionator.blogs.nytimes.com/2013/05/12/student-debt-and-the-crushing-of-the-american-dream/

Even if compassion isn’t a factor — even if we focus just on recovery now and growth and innovation tomorrow — we must do something about student debt. Those concerned about the damage America’s growing divide is doing to our ideals and our moral character should put student debt at the top of any reform agenda.

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