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L’Europa va in pezzi?

8 maggio 2013

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Incapaci di far fronte alla crisi che sta travolgendo l’Europa;  impotenti di fronte a una finanza vorace che, malgrado gli apologeti dell’austerità, sta continuando a estrarre valore dall’economia reale causando folle di disoccupati; inermi al cospetto della globalizzazione;  in difficoltà nel non aver compiutamente soppesato gli effetti della libera circolazione, delle merci, delle persone, ma soprattutto dei capitali entro il perimetro dei 27, gli attuali grandi partiti europei eredi delle tradizioni politiche novecentesche stanno accusando continui rovesci elettorali. L’olio che alimentava  la fiaccola europeista, che si accese con entusiasmo a partire dalla fine degli anni 50 fino ad abbagliare il continente con l’acme di Maastricht nel 92, sta lentamente consumandosi. Folate di vento “leghista”, catalano, correnti fredde provenienti dal Front National, dagli indipendentisti austriaci, danesi e olandesi, nel corso di questi due decenni, fecero da contrasto al fuoco della torcia. Tuttavia, la fiamma ben alimentata dal solido establishment politico europeista continentale fu in grado di resistere a queste sporadiche raffiche grazie al lungo periodo di “bonaccia” economica che per circa 50 anni regnò sui grandi paesi costituenti. Sennonché la tempesta dei debiti sovrani, che si è scatenata in Europa a partire dal 2009 e la sua balbettante gestione, ha generato un nugolo di vibrate proteste all’interno delle singole comunità nazionali tali da far ridurre la vampa europeista a un debole lumicino.

Si palesano all’interno della UE – principalmente nel cono occidentale – reazioni d’insofferenza verso un apparato europeo invasivo e per giunta giudicato privo di legittimazione politica. Atteggiamenti e umori che, sebbene corrivassero in modo carsico nei vari strati nazional-popolari di ogni singolo stato, non vennero mai percepiti con accuratezza, se non addirittura sottovalutati, dai grandi partiti d’opinione e contro i quali oggi essi si devono duramente confrontare. Formazioni politiche che nelle precedenti elezioni venivano conteggiate nella categoria “altri”, nelle ultime consultazioni elettorali hanno niente meno che decuplicato il consenso. Così accadde per il M5S in Italia e benché con caratteristiche diverse per l’UKIP inglese, che nelle ultime elezioni amministrative del maggio 2013 ha superato la soglia del 20%, relegando i tre partiti storici britannici al livello di pari competitori. Fatto unico e straordinario nel Regno Unito. Il partito indipendentista britannico (UKIP) [1] rientra nell’alveo delle formazioni d’ispirazione anti-centralista e anti-europeista, a mezza strada  tra lo sciovinismo del Front National francese e il dettato anti-romano della nostra Lega. Le sei priorità dell’UKIP sono: 1) indire referendum locali; 2) consentire appropriati controlli sull’immigrazione; 3) porre come priorità l’offerta di servizi per le popolazioni locali; 4) fare in modo che il governo centrale sia più vicino alla gente; 5) spendere il proprio denaro in casa propria; ed infine il classico abusato ritornello, “fighting crime and anti-social behaviour” 6) (combattere la criminalità e i comportamenti anti sociali). Insomma, spira nel suo manifesto una forte folata di ri-localizzazione, di dispregio nei confronti dei burocrates di Bruxelles e di commiserazione verso i politici di Westminster. Analisi azzeccatissima quella del The Economist del 26 maggio 2012 sulla disaffezione delle cittadinanze nei confronti della UE [2]: “In ciò che è diventato in qualche modo il modello per l’Europa, alla maggior parte degli elettori non venne chiesto se volessero aderire al trattato….  i cittadini della zona euro si videro calare dell’alto la moneta, come del resto in precedenza accettarono l’Unione europea (UE).  Fino a quando la crisi non si fece sentire è parso che le decisioni del vertice apportassero benefici evidenti, o almeno, che non facessero del male. Una volta che le cose cominciarono a prendere il verso sbagliato, benché [avessero accettato] gli elettori protestarono.” Così come una grande fetta dell’elettorato inglese non ne vuole più sapere di Bruxelles, allo stesso modo una popolazione non certo di molto inferiore d’italiani, di francesi e di tedeschi, benché quest’ultimi con ragioni diverse, non si ritiene più soddisfatta di vivere nello stesso condominio. Cosicché cresce nei sondaggi il Front National francese della famiglia Le Pen e nasce in Germania, cavalcando l’onda nazionalista, il Partito Anti-Euro guidato da un’economista di Amburgo, un certo Bernd Lucke (foto). Così ha riportato il Der Spiegel la scorsa settimana il condensato del suo programma [3]: “Lucke e il suo gregge di sostenitori ritengono che la crisi dell’euro può essere risolta se i paesi dell’Europa meridionale lasciano l’unione monetaria – non con un big bang, ma lentamente e silenziosamente. Il professore desidera che questi paesi vengano espulsi dall’unione monetaria in modo civile, in modo che il loro ritiro avvenga nella maniera più delicata e armoniosa possibile come il ritiro di una persona da un corale scolastica…….egli propone che i paesi dell’Europa meridionale introducano delle valute parallele.” Tuttavia, i problemi non sorgono solo nell’arena dell’euro, infatti tali incomprensioni tra i partners aderenti alla moneta unica si riflettono anche esteriormente, vale a dire entro il confini dei famosi 27. Per descrivere le cause di tale involuzione “disgregante” sarebbe necessario riassumere i numerosi pamplhets e le copiose indagini politiche-economiche che sono state redatte in questi ultimi due anni, di cui la maggior parte pubblicate sotto l’egida di diversi autorevoli organismi istituzionali europei e non. Ovviamente, credo che questa non sia la sede adatta per disquisire su tale argomento. Ciononostante, qualche accenno lo si può tratteggiare, almeno riguardo a una valutazione equamente condivisa tra tutti i ricercatori e gli studiosi interpellati:  non si è fatto nulla negli ultimi 20 anni per creare una vera autocoscienza europea tra le comunità residenti al suo interno, una “demos” europea che sovrapponesse un comune senso d’appartenenza “continentale” allo storico concetto di nazione. Illuminante e sempre più concreto è il commento del The Economist [4]: “…..il punto centrale della questione [riferito allo scollamento tra istituzioni europee e cittadinanza] sta nel fatto che, fintanto che l’UE non affrontò i temi politici più importanti per i comuni elettori, ad esempio: il fisco, la spesa, l’educazione, la difesa comune o l’assistenza sanitaria, la sua apparente mancanza di responsabilità non interessava”. Poi, ancora [5]: “Quando gli architetti di Maastricht si resero conto di non essere in grado di produrre un’unione politica, alcuni di loro si consolarono con l’idea che una moneta comune avrebbe in sé e per sé portato un ulteriore integrazione economica da cui quella politica sarebbe fluita naturalmente”.

Il resto è storia recente.

Franco Gavio


[2] http://www.economist.com/node/21555927

In what has become something of a pattern in Europe, most voters were not asked whether they wanted such a treaty…….Most of the euro zone’s citizens came to accept the currency, as they have accepted the European Union (EU), because until the crisis hit it seemed to bring clear benefits, or at least to do no harm. Once things started to go wrong, though, the voters protested.

[3]http://www.spiegel.de/international/business/economists-say-parallel-currencies-in-euro-zone-would-fail-a-895731.html

Lucke and his flock of supporters believe that the euro crisis can be solved if the Southern European countries leave the monetary union — not with a big bang, but slowly and quietly. The professor wants to see these countries ejected from the monetary union in a civilized way, so that their withdrawal occurs as gently and harmoniously as a person’s withdrawal from a school glee club……he proposes that the Southern European countries introduce parallel currencies

[4] http://www.economist.com/node/21555927

The argument was that, so long as the EU did not touch the most important political issues for ordinary voters—such as tax, spending, education, defence or health care—its apparent lack of accountability would not matter.

[5] http://www.economist.com/node/21555927

When the architects of Maastricht were unable to produce a political union some of them comforted themselves with the idea that a common currency would in and of itself bring further economic integration from which political integration would naturally flow.

 

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