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Sabrina, “adottata” nella baracca 30.

6 maggio 2013

Sono d’accordo con il ministro Kienge che l’integrazione inizia nella scuola, eppure ognuno di noi può fare qualcosa a titolo personale, come accade in questa storia, raccontata da Niccolò Zancan in un articolo su “La Stampa” del 4 maggio 2013.

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Se Sabrina non si lascia fotografare è solo perché si vergogna di abitare qui. Baracca numero 30, a strapiombo sul torrente. È convinta che nessuno le offrirà mai un lavoro, sapendo che arriva da Lungo Stura. Da questa città di topi, rifiuti e disgraziati. Da questo quartiere cresciuto come una malattia ai margini di Torino. Ormai conosciuto in Italia, Romania e Moldavia come possibile primo approdo. Con due chiese, un negozio, la discoteca, gente per bene e delinquenti, risse, incendi, badanti e bambini. Più di duemila persone, come minimo. Fra queste, Sabrina. Che ha 18 anni, gli occhi verdi e molte buone ragioni di essere preoccupata, bisogna ammetterlo. Ma al suo fianco c’è anche la prova vivente che non sempre vince la paura.

L’incontro
Al suo fianco cammina con i piedi nel fango una signora che indossa un impermeabile rosso. Si chiama Marita Rosa, insegnante di Lettere in pensione. Ecco: lei ha visto prima la ragazza, poi il suo posto di origine. «Era accovacciata sotto i portici di Cuneo a testa bassa – racconta – il capo avvolto da una sciarpa. Le ho parlato da mamma e da ex insegnante. Le ho chiesto che sogni avesse. Mi ha risposto che sognava un lavoro e una casa decente. Mi ha spiegato che aveva dovuto abbandonare la scuola perché la sua famiglia era troppo povera. Voleva studiare ancora. Allora, quel giorno, le ho lasciato il mio numero di telefono. Le ho comprato un dizionario italo-romeno e un quaderno. Le ho promesso che ci saremmo rivisti».

Meglio di un’adozione
È l’inizio di un’amicizia. Si potrebbe dire, forse meglio, di un’adozione senza documenti ufficiali. Eppure vera. Marita e Sabrina non si perdono più di vista. L’ex insegnante aiuta la ragazza della baracca numero 30. Le apre le porte di casa sua quasi subito. Ricordano con divertimento la prima doccia fatta di nascosto dal marito della signora Rosa: «Non volevo che si preoccupasse». Il primo lavoro da raccoglitrice di pesche, la scorsa estate. Con Marita che compra una bicicletta a Sabrina, e le insegna a pedalare, perché possa essere indipendente.
Quando Marita Rosa racconta in giro di questa ragazza della baraccopoli, il commento tipico è: «Attenta. Non prenderti anche i fastidi degli altri…». Ma lei non li ascolta. Rinuncia alle sue vacanze. Si prende i fastidi. Cerca altri lavori per Sabrina. La iscrive a un corso serale. E la ospita a dormire, quando per la prima volta la ragazza si confida: «Ho una paura terribile dei topi. Nella baracca dormo circondata da candele accese per non farli avvicinare».

Una seconda mamma
Ci sono partenze e ritorni. Il Natale di Sabrina a Berliste, il suo paese d’origine, al confine con la Serbia, per stare accanto alla madre malata. Ma intanto in Italia la madre adottiva non smette di prendersi cura di lei. Scrive un piccolo libro prezioso come terapia contro i pregiudizi. Cerca altri lavori. Riceve molti rifiuti: «Appena spiego che abita in Lungo Stura, si spaventano. Purtroppo, è vero». Ma incontrano anche il signor Tarcisio, presidente di un dopolavoro ferroviario, che non esita a farla lavorare in mensa. Incontrano una madre che le affida i figli piccoli per un periodo. «Perché Sabrina adora i bambini più di ogni altra cosa. Sarebbe una bravissima baby sitter, oppure una mediatrice culturale».

Baracca numero 30
Ci sono brevi periodi di normalità. Ricadute nell’ombra. Ma l’indirizzo resta sempre questo: baracca numero 30. Non tutto fila liscio, ovviamente. Per dire, la signora Rosa ha regalato un roulotte a Sabrina, facendo molti sacrifici. Ma un mese fa la roulotte è sparita. «È finita bruciata in un incendio», ripete la ragazza per giustificarsi. Ma altri, qui al campo, raccontano che è stata venduta dai parenti per ricavarci denaro.
Questa storia non ha lieto fine. È in corso. Marita e Sabrina parlano davanti a una pentola dove sobbollono due cavoli appassiti. «Quando sono venuta qui la prima volta – racconta l’insegnante in pensione – vedere tutte queste persone nelle baracche mi ha cambiato. Sabrina è una bravissima ragazza, molto seria. E tutta l’umanità è una grande famiglia. In Lunga Stura Lazio ho visto i sorrisi dei bambini e molta solidarietà, non solo le violenze con cui troppo spesso si vogliono connotare gli abitanti di un campo nomadi». Stanno senza acqua, senza bagni e spesso senza nemmeno una faccia. «Non voglio fare vedere agli altri che abito qui», si scusa Sabrina. Ma intanto resistono.

«Ha preso la patente»
Ora un temporale scuote le lamiere. Fuori c’è il solito disastro di fango e rifiuti. «La novità è che Sabrina ha appena preso la patente», racconta Marita Rosa. «È un altro passo per riuscire ad andarsene da qui». Sabrina la guarda con gratitudine. Sorride. È quasi ora di cena. «Sono un po’ ingrassata in Romania», dice timida. «Devi mangiare meglio, bambina mia. Non solo patate. Devi andare a correre un po’».

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