Skip to content

Quel pasticciaccio brutto del Nazareno

26 aprile 2013

Quel pasticciaccio brutto del Nazzareno

In una situazione politica e economica delicata come quella che sta attraversando la Repubblica Italiana, che si accoppia con le fibrillazioni all’interno del Partito Democratico, la saggezza avrebbe suggerito un’attenta valutazione a chi affidare l’incarico di governo. Considerato il fatto che Napolitano – a mio modesto giudizio – commise già un marchiano errore nel celebrare un mediocre docente di economia facendolo apparire alla stregua di un illustre esponente internazionale della scienza triste, che poi finì per essere garbatamente rimproverato da Olivier Blanchard (Chief Economist del FMI) per l’evidente errore tecnico sui moltiplicatori fiscali, criticato da Joseph Stiglitz per la sua fobia debitoria e infine ridicolizzato da Paul Krugman – con la sua mordace affermazione “il premier italiano è il proconsole della Germania” – non vorrei che con la nomina di Enrico Letta egli ripetesse lo stesso misfatto. Certo l’attuale segretario reggente del PD è una persona dignitosa e squisita, ma pur sempre un “violino” di seconda o terza fila nell’orchestra dei politici europei. Quasi privo di “allure” internazionale, Letta dovrà pizzicare nervosamente le sue corde, destreggiarsi abilmente con il suo archetto per far sì che la serenata italiana possa intonarsi con il fragore della grancassa tedesca. Poiché, lassù in Germania il rimbombo del tamburo si fa sempre più cupo e per giunta non accenna a diminuire. Sebbene i corifei della Commissione Europea, da circa un mese, abbiano intonato un armonico canto teso a intenerire il cuore dei tedeschi, quali ostinati difensori del consolidamento fiscale, pare che le suadenti lusinghe non sortiscano alcun effetto, se non quelle di renderli ancora più irritabili. Tant’è che, se in precedenza udivamo il loro sincopato e petulante ritmo del timpano che annunciava la politica del rigore, oggi siamo assordati dall’incessante frastuono per il suo caparbio sostegno.

Significativo è il tono dell’intervista rilasciata al settimanale Der Spiegel martedì scorso a Bruxelles dal ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle “siamo convinti che se noi rinunciamo alle politiche di risanamento del bilancio, se ricadiamo nelle vecchie politiche di accumulare debiti, allora cementeremo una disoccupazione di massa per molti anni in Europa“, aggiungendo come considerazione finale “….la crescita non può essere promossa con nuovi debiti, poiché essa e le politiche di consolidamento sono le due facce della stessa medaglia.[1] A corollario di ciò, l’autore dell’editoriale sottolinea, per non turbare l’operosa popolazione tedesca, che: “…..la Cancelliera Angela Merkel ha instancabilmente ripetuto che la UE debba mantenere una politica di severa austerità nonostante gli appelli di Parigi e Madrid, dove i legislatori vogliono il permesso di accumulare più debito nel breve termine per avviare le loro economie”. Sono quasi sicuro che tali dichiarazioni farebbero storcere la bocca perfino al terzo Nobel che sto per citare, Robert Mundell, padre della supply-side economics, ovvero del taglio drastico delle tasse come presupposto per la crescita. L’illustre canadese non è certo un economista ammorbato dall’aria keynesiana come quel “socialista” di Stiglitz e quello “spendaccione” di Krugman. Infatti, l’ipotesi di Mundell, aliena dal procurare debito, si baserebbe sull’assunto che una riduzione del carico fiscale – nel caso specifico in Germania – fornirebbe i calzari alati per una domestica politica espansiva, da cui si genererebbe un minor avanzo della bilancia commerciale tedesca che compenserebbe quella deficitaria dei paesi in difficoltà trascinandoli fuori dalla trappola delle sabbie mobili in cui sono caduti. Questa tesi, la quale è fortemente osteggiata dai neo-keynesiani per la sua già testata inefficacia (vedi supply-side economics, reaganiana), non è il caso di descriverla compiutamente in questo post, in quanto ci porterebbe lontano dall’argomento oggetto di trattazione. Ora mi chiedo: quale margine di manovra avrebbe un modesto capitano di ventura quale Enrico Letta di fronte alla tetragona posizione teutonica? Si, perché gran parte della nostra classe politica, per una sorta di fellonia mista a voluto disinteresse, nel corso dei due decenni trascorsi, non si è mai preoccupata di spiegare alla popolazione italiana che il nostro paese fin dal 1992 (i famosi parametri di Maastricht) è sottoposto a un regime di sovranità limitata, la quale si è fatta ancora più stringente dopo l’adozione dell’euro. Mentre Matteo Renzi immancabilmente ci informa che tutto quello che si dovrebbe fare per il nostro zoppicante paese l’avrebbe già fatto a Firenze riscuotendo plauso e successo sin da quando aveva i calzoni corti, Enrico Letta paventa che la soluzione di ogni inghippo economico potrebbe risolversi con l’adozione di alcuni sommi rimedi come l’eliminazione del finanziamento pubblico ai partiti, la soppressione delle “costose” Province, unita a una quanto mai vaga ed eventuale ridiscussione degli ultimi accordi europei. Ebbene, se bastasse ciò per cavare l’Italia dall’attuale impaccio in cui si trova, sicuramente sarebbe titolato per conseguire il prossimo premio Nobel in economia. Purtroppo, i laureati dalla Accademia Svedese che ho citato in precedenza, pur con opinioni diverse, entrambi concordano che la questione è più complessa di quanto in realtà il nipote dell’astuto Gianni la faccia apparire. E’ indubbio che per far uscire da questo labirinto, per i paesi del mezzogiorno europeo sia necessaria l’applicazione di un combinato disposto plurimo: una sorta di mix graduato, il cui dosaggio prevede una politica monetaria espansiva; un processo d’integrazione delle politiche fiscali (ulteriore riduzione del potere sovrano dei singoli Stati); infine una concordata unione bancaria. E’ altrettanto chiaro che tutto ciò debba essere sancito da un nuovo patto politico fiduciario, secondo cui i paesi deboli (greco-latini) s’impegnino – entro un certo e stabilito periodo di tempo – nel perseguire riforme strutturali, ricevendo in cambio il consenso da parte della Germania con i suoi insignificanti “cespugli” di poter usufruire dell’erogazione di quel improcrastinabile “ossigeno” monetario, o come alternativa, di poter accedere all’emissione di debito comunitario (eurobond) che permetta (l’uno non esclude l’altro) ai primi di avviare il motore della crescita e quindi successivamente di onorare l’accordo. Se così fosse – come afferma Joseph Stiglitz – sarebbe già un gran successo, sennonché un dialogo su queste premesse viene immediatamente silenziato dal tono brusco dei francesi, i quali pretendono – suffragati dal loro retaggio storico-politico, ma per nulla giustificati dalla loro attuale salubrità economica – l’ubiquità nella trattativa. Risulta ovvio che d’innanzi alla riottosità tedesca, la fragilità italo-ispanica e l’ambiguità francese, il percorso per giungere a un’equa soluzione della disputa si fa sempre più impervio e quanto più si sale per raggiungere le “cime tempestose” tanto più sono necessarie gambe forti, nervi d’acciaio, ma soprattutto una provata esperienza. Non mi pare che per questo arduo compito siano adatti né Enrico Letta, dal profilo internazionale insignificante, né tanto meno Matteo Renzi, la cui politica “speranzosa” richiama quel continuo toccare le corde dell’emotività popolare, che ingenuamente protrattasi a lungo, causò il rovescio di Obama nelle elezioni di medio termine. Forse, in questo caso sarebbe servito un politico di lungo corso, il cui curriculum internazionale fosse ritenuto dalle controparti degno di attenzione. Forse – lo ripeto per una seconda volta – in questa circostanza la figura di Giuliano Amato, più volte richiamato nelle situazioni difficili, avrebbe fornito un maggior contributo in termini di agilità nel destreggiarsi in quel ginepraio popolato da fiere affamate e fameliche che oggi è l’Europa. Inoltre il “dottor sottile”, essendo sempre stato un po’ discosto dal Partito Democratico, una sua eventuale “fulminazione” procurata dalla saetta tedesca sarebbe meno conduttrice di quell’incendio che Letta, ricevendo lo stesso “fulmineo” trattamento, potrebbe causare alla comune casa democratica. Infine, rimanendo fermi d’innanzi alla incommensurabile dignità istituzionale che il nostro attuale Presidente riveste, qualche addebito sulla sua poca accuratezza nella scelta degli incaricati, a partire dal disastro Monti, con opportuna delicatezza si potrebbe anche fare.

[1] http://www.spiegel.de/international/europe/barroso-says-austerity-in-europe-has-reached-its-limits-a-896019.html

Franco Gavio

Annunci
No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: