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Tra i pad, Wiki e collaborazione, Bergamo elabora la scuola del futuro.

8 aprile 2013

Interessante articolo pubblicato oggi su La Stampa da Enrico Castelli.

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Più che un’insegnante, un vulcano. Quando raggiungiamo al telefono Dianora Bardi, docente di latino e italiano al Liceo Scientifico Lussana di Bergamo e vicepresidente dell’associazione ImparaDigitale , sono le cinque di giovedì sera e la missione appare semplice: un quarto d’ora e cinque domande sul convegno Tablet School, in programma venerdì e sabato nel capoluogo bergamasco. Obiettivo: articolo standard di presentazione dell’evento. Ma le cose vanno diversamente. Di standard nella telefonata c’è ben poco e bastano pochi secondi per essere travolti da un flusso di idee, esempi, proposte, riflessioni, iniziative. Lo stesso convegno rimane sullo sfondo, oscurato da una visione più articolata sul rapporto tra scuola, didattica e tecnologia.

Il tema è caldo, anzi bollente. Soprattutto, appare ormai improcrastinabile. Se la scuola per qualche anno ha in qualche modo resistito all’assalto delle nuove tecnologie, quasi come un fortino in cui difendere tradizioni, abitudini e modalità d’apprendimento “analogiche”, oggi gli argini sono caduti. L’invasione digitale dello spazio educativo è avviata e si diffonde praticamente a ogni passaggio, a ogni età degli studenti: dai bambini che entrano alle elementari con dita e menti già abituate al touchscreen, alle università che si trovano a fronteggiare la concorrenza globale dell’e-learning e dei MOOC (i corsi online a distanza, pronti a sbarcare anche in Italia, vedi la partnership tra La Sapienza e Coursera. In mezzo, nel cuore stesso del mondo dei teenager, i licei.

Come il Lussana, tra i pionieri della sperimentazione digitale nel nostro paese. “Nel 2010, siamo stati i primi a mettere gli iPad nelle classi, quando in Italia non erano ancora praticamente in vendita”, racconta Bardi. “Abbiamo iniziato con una quarta, dotandola di lettori per ebook e tablet. Ma non ci siamo fermati a quello: tutto il percorso di apprendimento è stato mutato radicalmente. Tutti gli insegnanti sono stati invitati a usare le nuove tecnologie, compresi quelli di religione ed educazione fisica. Abbiamo organizzato esercizi di gruppo, ricerche, compiti da condividere online. E il processo è stato accompagnato da continue verifiche e valutazioni”.

Proseguendo fino al traguardo finale: l’esame di maturità. “Si è svolto in modo tradizionale”, racconta Bardi, “ma la classe lo ha superato senza problemi, dimostrandosi – parole della commissione – brillante e ricca di fantasia. Pur avendo seguito un percorso di apprendimento diverso rispetto a quello standard, i ragazzi sono stati bravi a riformulare le loro conoscenze, in modo da passare l’esame con buoni voti. Non si trattava di una classe superiore alla media, ma i ragazzi hanno dimostrato di saper intrecciare e mettere in relazione i vari argomenti, capacità che sono poi tornate utili anche nei test d’ingresso all’università”.

Da una tantum, si è passati a una sperimentazione su larga scala. Oggi il nuovo percorso di apprendimento viene applicato, su base volontaria, nelle classi prime in diverse sezioni del liceo. La voce si è sparsa, forse influenzando un recente boom di iscrizioni (Dianora Bardi insegna nella sezione U…) e ha raggiunto i media, gli editori e l’università Bocconi, che sta monitorando i corsi per valutare la natura e i risultati del progetto. Inoltre, è nato ImparaDigitale, centro studi specializzato nella diffusione delle pratiche di apprendimento digitale nelle scuole superiori. Con un obiettivo preciso nel mirino: non tanto gli allievi, quanto gli insegnanti.
“Di fronte alla novità, alcuni colleghi hanno reagito in modo un po’ perplesso e impaurito”, racconta Bardi. “Si rendono conto che il cambiamento proposto non è leggero: il panorama è completamente nuovo. D’altronde, non ci sono alternative: la scuola deve aggiornarsi e adottare le formule d’apprendimento che sono rese possibili dagli strumenti digitali. E gli insegnanti devono accettare anche una trasformazione nel rapporto con gli studenti: non è più unidirezionale, i ragazzi diventano protagonisti. Non possiamo più solo parlare agli studenti, dobbiamo ascoltarli, confrontarci con loro”.

Per questa ragione, la prima parte del convegno, venerdì mattina nella sala congressi Papa Giovanni XXIII di Bergamo, è stata organizzata in modo alternativo. In cattedra, 600 studenti provenienti da tutta Italia. In platea, decine di professori ed esperti (giornalisti, editori, scienziati), interrogati dai ragazzi su temi come il cyberbullismo e sicurezza informatica, relazioni in classe e differenza tra .pdf e lavagne interattive. Argomenti che, quasi inevitabilmente, sono stati decisi su Internet: “abbiamo raccolto 130 domande e su Facebook sono stati votati il logo e il titolo dell’evento”.

L’eco a cinque stelle è molto forte: dalla democrazia digitale all’educazione digitale? Internet caput mundi, circondata da una corte anglosassone di cloud learning, wiki, tablet, ebook, sharing? Nel racconto di Dianora Bardi si accenna anche ad altre rivoluzioni, che vanno a minacciare istituzioni e metodi organizzativi scolpiti nel marmo del Novecento (“in questo momento, cinque classi prime e quattro seconde stanno seguendo il percorso digitale, e i professori si incontrano in quello che è praticamente un consiglio di classe unico”). L’istinto impone il dubbio: è la tecnologia il futuro dell’educazione? E’ davvero auspicabile un nuovo sistema basato su insegnamento liquido, alunni iperconnessi, appunti “registrati” sui tablet, discussioni in rete, contenuti e compiti condivisi sulla cloud, come quello presentato con entusiasmo dalla docente del liceo bergamasco? Si migliora la formazione dei ragazzi e si agevola il loro ingresso nella società digitale o li si spinge verso quegli scogli di caos e distrazione che frastagliano il mondo dei social network? Siamo al solito duello tra apocalittici e integrati?

“Non bisogna fraintendere”, risponde Bardi. “L’importante non è la tecnologia, ma la didattica. Concentrandosi solo sulla tecnologia, oggi corriamo un rischio terribile. Si sta diffondendo l’idea che aggiornare la scuola significhi semplicemente trasformare i libri di testo in ebook e riempire le classi di tablet. Senza insegnare ai professori come usarli, senza modificare i percorsi di apprendimento. Il risultato? Rischiamo che l’insegnante legga la solita lezione sull’iPad, che lo studente più bravo la videoregistri e che gli altri passino il tempo a distrarsi e chattare sui tablet. Non funziona così. Il cambiamento è profondo, ai ragazzi devi insegnare molte altre cose: devi vietare il copia-e-incolla, devi ragionare sulle fonti, spiegare come funziona il diritto d’autore e introdurre le licenze di Creative Commons. E devi imparare a sfruttare tutti i benefici del cloud, del lavoro di gruppo, dell’apprendimento trasversale. A cosa serve portare la tecnologia nelle classi, se non si insegna agli insegnanti come utilizzarla?”.

Per questo, la seconda giornata del convegno è stata dedicata a un corso di formazione per professori (prenotazioni esaurite in pochi giorni, si replica sabato 13 aprile). Se ImparaDigitale è una delle prime realtà italiane che si è concretamente sporcata le mani con esperimenti di apprendimento digitale e cloud learning, oggi il fenomeno inizia a essere diffuso. Il MIUR ha varato il Piano Nazionale Italiano per la Scuola Digitale, cresce l’interesse dei singoli istituti scolastici e si moltiplicano le realtà – più o meno strutturate – che affrontano la questione e propongono percorsi di apprendimento/aggiornamento. Anche l’industria editoriale sta seguendo, con una certa apprensione, le novità: la trasformazione porterà inevitabilmente a una drastica riduzione nell’uso di libri di testo (“perché devo chiedere ai ragazzi di comprare l’Iliade o l’Odissea di carta, quando le versioni integrali e gratuite sono disponibili online?”), Zanichelli e RCS sono già al lavoro assieme a ImparaDigitale nello sviluppo di ambienti di apprendimento digitale e più in generale tutti gli editori del settore stanno iniziando a muoversi.

Ma il percorso rimane accidentato. Da un lato ci sono gli scetticismi e le resistenze degli insegnanti, abituati ai modelli classici di insegnamento e non sempre disposti a rivoluzionarli. Dall’altro, la consueta lentezza della macchina burocratica e istituzionale, su cui ha puntato il dito anche l’OCSE in un recente studio condotto proprio sul Piano per la Scuola Digitale, in cui si segnala – tanto per cambiare – l’arretratezza digitale dell’Italia rispetto ad altri paesi. Non mancano problemi di natura infrastrutturale ed economica (l’aggiornamento tecnologico comporta costi iniziali sia per le scuole che per le famiglie degli studenti) e ci sono infine ancora dubbi – al centro anche della discussione internazionale – sui benefici del cambiamento e sul percorso giusto da seguire. A giugno, la Bocconi pubblicherà i risultati della sua ricerca sull’esperimento di ImparaDigitale, aggiungendo un interessante parametro di valutazione. Dianora Bardi, però, non ha dubbi e per il futuro prevede “una didattica che abolisce la lezione frontale per puntare sulla laboratorietà, sulla condivisione, sulla creazione e sulla collaborazione”.

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