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Le PMI e l’innovazione

5 aprile 2013

lavorare

E’ auspicabile che entro brevissimo tempo i crediti che avanzano i fornitori nei confronti delle Amministrazioni vengano, se non del tutto, in parte onorati. Molti di questi creditori appartengono al settore delle piccole imprese, che nel corso di questi ultimi tempi stanno soffrendo a causa della congiuntura economica, da cui deriva la quasi loro impossibilità di accendere prestiti bancari a costi convenienti. Tassi applicati che talvolta si rivelano superiori alle quote in percentuale di profitto netto. Tuttavia, a prescindere dalla contingente negatività, nel novero delle PMI sussiste da tempo un problema di carattere strutturale. Il nostro sistema produttivo è caratterizzato in larga parte da molte piccole imprese – se non addirittura da micro-imprese – le quali sono prevalentemente a gestione familiare e per le quali il sistema bancario rimane l’unica risorsa di finanziamento.

Complessivamente, se si osservassero con attenzione i dati dei bilanci aziendali, nella stragrande maggioranza, ci troviamo di fronte a delle ottime aziende. Parte di esse sono guidate da brillanti imprenditori, che esportano prodotti di qualità. Sennonché, di fronte alla sfida che ci impone la globalizzazione, cui consiste principalmente nella creazione di nuovi prodotti, nel differenziarli dai competitori, nell’inventare marchi commerciali, nell’innovare e soprattutto nell’investire in capitale immateriale, gli imprenditori si trovano in seria difficoltà. Questi ostacoli al cambiamento derivano dal fatto che il capitale immateriale richiede più capitale di rischio. Nella prassi normale, se un dato imprenditore acquista un macchinario, per il prestatore – in questo caso si tratta quasi sempre un istituto di credito – gli è facile capire la funzione di quel dato bene strumentale, per altro esso può essere utilizzato anche come garanzia reale, rendendo così più agevole la concessione del finanziamento. Per converso, se lo stesso imprenditore si rivolge alla sua banca e le chiede un aiuto finanziario per sviluppare un brevetto, che gli potrebbe garantire in futuro la leadership di mercato in una certa produzione, per il prestatore bancario finanziare un investimento di questo tipo con il debito è problematico e poco conveniente, perché nel caso di un’errata valutazione si perde il finanziamento e se al massimo le cose dovessero risultare un successo per l’imprenditore, la banca ne ricaverebbe “solo” la restituzione del finanziamento più il dovuto tasso d’interesse. Quindi, queste categorie d’investimento richiedono capitale di rischio. In tal caso si condivide l’alea, ma si spartiscono anche i ritorni. Il guaio sta nel fatto che le nostre piccole imprese tendono a essere poco propense a utilizzare capitale di rischio, perché preferiscono risolvere ogni evenienza di tale fattura all’interno dell’ambiente familiare. La maggior parte degli imprenditori a capo del PMI, sono molto preoccupati di perdere il controllo, parimenti, essi mirano ad avere gran parte dei dirigenti collegati alla linearità consanguinea. Qui, sarebbe utile rileggere le pagine scritte da Paul Ginsborg nella sua Storia d’Italia 1943-96, sulla pervasività del familismo italiano. Non c’è dubbio che l’azienda-famiglia, in certi momenti cruciali, possa essere un punto di grande forza, tuttavia di fronte a questo mondo, che è diventato più complesso, che continuamente cambia, che richiede delle capacità specifiche e particolari, non è sempre vero che queste capacità possono essere trovate tra i propri congiunti. Quindi, è necessario, quasi sempre, aprire l’impresa ad apporti manageriali esterni, che siano alieni da debolezze parentali. “L’evidenza empirica dimostra che nel 75% delle aziende familiari italiane tutti i managers vengono all’interno della famiglia, mentre nelle imprese familiari tedesche, questo succede solo nel 20% dei casi” afferma l’economista Fabiano Schivardi, docente alla LUISS Guido Carli. Il quale, successivamente chiosa con un’affermazione che non lascia dubbi “Abbiamo un sistema produttivo che ha questa ossatura di piccole imprese familiari a credito bancario, che è un ossatura molto solida, ma che non sempre è in grado d’affrontare queste sfide”. Quindi, non è che questo modello vada scartato completamente, anzi rimarrà il perno del nostro sistema produttivo, ma bisogna far sì che nel caso in cui emergessero imprese che hanno un’opportunità di crescita, che hanno sviluppato un prodotto particolare, o che potrebbero espandersi sui mercati esteri, colgano le opportunità contingenti. Riprendendo le conclusioni di Schivardi “…..siano in grado di trovare sia fonti di finanziamento, sia apporti manageriali che gli permettano di crescere e di raggiungere una scala più grande con una serie d’investimenti immateriali, trascinando così anche il resto del sistema produttivo lungo un percorso di crescita più duraturo”. Sennonché, resta da stabilire quali siano le nuove “fonti di finanziamento”. Il Prof. della LUISS, sebbene egli si riferisse in questo caso alle cosiddette start-up, ma per analogia anche le PMI possono essere incluse nella stessa fattispecie, ci fornisce una versione piuttosto “liberale” dei nuovi soggetti finanziari che dovrebbero provvedere a “compensare” il rischio banca “…quindi, da questo punto di vista è importante sviluppare la finanza di rischio il cosiddetto equity. Gli operatori della finanzia di rischio, lo sappiamo, sono i venture capital e i fondi di private equity”. L’anglo-italiana Mariana Mazzucato, una delle figure più autorevoli e competenti nel settore dei processi industriali innovativi, quantunque non neghi la funzione positiva dei cosiddetti “angels” privati nel ruolo di partner finanziatori, tuttavia ritiene che la funzione del privato in materia di capitale di rischio può essere solo complementare e non supplisce mai il ruolo dello Stato. La docente della Sussex University nel suo pampleth The Entrepreneurial State, con il sottotitolo “The state has not just fixed markets, but actively created them…” (Lo Stato non ha solo salvato i mercati, ma li ha creati in modo attivo) edito dalla Demos Open University, http://www.demos.co.uk/ sostiene che gran parte del successo in materia d’innovazione negli USA e i Germania è principalmente d’attribuire alla copiosa disponibilità di fondi pubblici, che transitano attraverso programmi affidati a delle Agenzie specifiche come la Small Business Innovation Research (SBIR) e la Advanced Technology Program (ATP) negli USA e la nota banca a capitale pubblico tedesca Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW).

La Mazzucato nel suo saggio, producendo una convincente ricerca empirica, dimostra che il successo del tandem “PMI-Start-up/ innovazione” è promosso da un’attenta ed efficiente politica di aiuti di Stato. Una sorta di politica industriale post-moderna concertata con la base produttiva. Mentre la Francia sta avviando La Banque publique d’investissement (BPI), imitando la consorella tedesca, l’Italia, malgrado la storica e numerosa presenza di piccole imprese, rimane ancora nel “paleolitico inferiore “. Da tempo si parla di una riconversione della “Cassa Depositi e Prestiti” in banca pubblica d’investimento, ma fino a ora nulla è stato fatto, se non il varo del programma “Restart Italia”, sotto l’egida del governo Monti, che di cospicuo, anziché le risorse finanziarie, ha solo il volumetto di presentazione di ben 180 pagine. Ciò che invece va per la maggiore nel nostro paese sono i convegni su questi argomenti, dalle cui locandine o “folders” si evidenziano quasi sempre i lemmi o gli acronimi anglosassoni “smart”, “innovation”, “R&D” – così fa molto più “cool” – e però dai quali fa seguito quasi sempre il nulla. Si sa, questa è una terra a cui piace l’avanspettacolo e mentre noi ci gigioneggiamo tra politici vanitosi e inconcludenti nel mezzo di una crisi strutturale, i nostri partners europei “studiano” e producono risultati. Si, avete capito bene: “studiano”!

Franco Gavio

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