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Abbiamo perso una ghiotta occasione

8 marzo 2013

Non era il caso di scomodare analisti politici, sondaggisti brillanti per capire quale fosse stato l’umore degli italiani negli ultimi venti giorni precedenti il voto. Secondo voi come avrebbe reagito in chiave elettorale una collettività, che nell’arco di 18 mesi ha perso mediamente, non solo il 15% del proprio reddito, ma anche il valore del proprio capitale (casa, risparmi) in eguale misura, nei confronti di un sempre più marcato sostegno del Partito Democratico alla politica euro-montiana del consolidamento fiscale e del perseguimento dell’austerità? Senza contare coloro che sono attualmente privi di lavoro (un giovane su tre) o in procinto di perderlo. Insomma, questa supponente leadership del PD che, pur nella sua approssimazione programmatica, ormai sicura di non avere nessun rivale per la guida del paese, facendo trasparire l’ipotesi di un accordo indifferibile con il polo centrista in ossequio alle direttive di Bruxelles, ha scatenato una reazione stizzita di una quota parte del suo potenziale elettorato a favore del M5S.

Più che chiedersi quale alternativi contenuti avremmo dovuto inserire nella campagna elettorale, anziché navigare con sicumera sulla cresta dell’onda, dovremmo interrogarci su come ciò questo è potuto accadere dopo l’esaltante intermezzo delle primarie. Nel corso di questa competizione preelettorale si sono confrontati due sfumature ideologiche differenti. Un dibattito di prospettiva politica non dissimile da ciò che avviene in altri partiti progressisti europei: una componente, che potremmo definire d’orientamento liberal-democratica, la quale ingaggiava un serio confronto con la leadership socialdemocratica vincitrice del precedente congresso.  In questa disputa sono emerse differenti opinioni riguardo ai meccanismi che regolano il rapporto tra Stato e capitale, tra il settore privato e il settore pubblico, nell’ambito della giurisdizione sul lavoro, sui diritti di cittadinanza. Sebbene tale contesa, per la convenienza di una parte in causa, abbia assunto alcuni tratti caricaturali, come la riproposizione del ricorrente dissidio infra-generazionale, complessivamente ha creato intorno al PD una manifestazione d’interesse nazionale che avrebbe fatto presumere una sicura vittoria. Personalmente, sono convinto che il contenzioso tra vecchi contro giovani che si è evidenziato, sia all’interno del partito sia in modo più pregnante nel cuore della società civile italiana – di cui si ha ancora memoria per ciò che avvenne in ugual misura, ma con contenuti assai diversi e in un quadro di relativa stabilità economica nel corso degli anni 70 – debba essere considerato questa volta, a differenza del precedente, come l’effetto di alcune cause specificatamente originatesi dal terreno domestico. Infatti, non si rilevano salienti contrapposizioni “anagrafiche” in altre società occidentali.

Il periodo berlusconiano ha riproposto, con le dovute differenziazione e contestualizzazioni d’ordine storico, un’offerta politica non molto dissimile, sia per il taglio carismatico, sia per la vena populista, nonché per l’abile uso della propaganda, da quella che i nostri compatrioti vissero durante il ventennio fascista. Questo giudizio, che potrebbe essere considerato “estremo”, è ampiamente condiviso, sebbene con tonalità diverse, dalla pubblicistica politica anglosassone. Nel corso della breve storia politica italiana è ricorrente lo stereotipo del leader che incarna l’uomo della provvidenza; colui che è in grado di rompere i vetusti schemi; di attrarre consenso mediante la sua gestualità ammiccante e la sua valentia comunicativa. Purtroppo, questa percezione dell’uomo politico “ideale” è ancora un connotato antropologico in larga parte presente nella popolazione del bel paese. Del resto, non si spiegherebbero le ragioni secondo cui e nonostante la buona tenuta dei conti, il Governo D’Alema nel 2000, con un deficit di bilancio “stellare” dell’1,5% (la Germania – 3,7%), con un debito nazionale sceso al 106%, corroborato da un’invidiabile crescita del 2,1% e persino lodato da Bill Clinton dovette arrendersi. Poi, la coalizione di centro-sinistra fu sconfitta alle successive elezione del maggio 2001, vinte da Berlusconi.

La tradizionale offerta politica dei partiti di sinistra, che poi si accoppia con quella del repubblicanesimo radicale e del cattolicesimo solidale, è sempre stata quella di anteporre le istituzioni, o se preferite la collettività, alla figura autocratica del leader politico. Quindi,  in tal caso è il “designato” destinato a servire il “popolo” e non viceversa come nel modello carismatico-populista del conservatorismo “mediterraneo”. Questa cultura politica di carattere “oggettivo” è ancora diffusa all’interno del bacino elettorale della sinistra. Una delle ragioni di cui si deve rimproverare Matteo Renzi, nonostante la sua abilità dialettica e comunicativa, nonché il parziale contributo ideale innovativo, sta nell’aver sfidato questo principio nel corso delle primarie con un eccesso di baldanza personalista. Sennonché, questo “senso dello Stato”, di per sé un valore nell’etica politica, può essere d’inciampo ogniqualvolta si chiede all’elettorato una condivisione di responsabilità o di sacrificio per il raggiungimento di supposti nobili obiettivi d’interesse nazionale (vedasi il contributo offerto dal PCI al governo di solidarietà nazionale e il successivo risultato elettorale del 79). Ad esempio, nel corso dell’ultima campagna elettorale si è più volte rimarcata da parte nostra l’intangibilità  inerente il processo di unificazione europeo, evitando di domandarci quanto fosse accettabile da parte dell’elettorato una politica economica recessiva d’orientamento conservatore, imposta d’imperio dalla Commissione europea, che nel volgere di pochi mesi ha messo in ginocchio, non solo interi settori produttivi nazionali, ma ha anche prosciugato le risorse delle autonomie locali, finendo poi per pauperizzare i ceti più deboli, senza per altro migliorare il gravame del debito pubblico. Il far presupporre che sarebbe stato ineludibile un futuro rapporto di governo con l’area centrista, benché smussato da certe spinosità liberiste, ha fatto infuriare una parte cospicua del nostro elettorato più gravemente colpito dalla crisi, facendo sì che quell’area di consenso si spostasse in modo massiccio verso quelle formazione entro cui la critica nei confronti delle decisioni di Bruxelles (pareggio di bilancio, fiscal compact) non ammetteva  salvacondotti di sorta.

Rispetto a quanto è accaduto, noi non possiamo eludere il fatto che non abbiamo colto minimamente la natura di quel progressivo disagio sociale, la cui origine è da ricercarsi nella politica di austerità che si stava sempre più espandendo a macchia d’olio sul tessuto sociale. Qui, ad essere sinceri, dovremmo riaprire quel capitolo – spesse volte solo svogliatamente sfogliato ma mai letto con la dovuta attenzione – che riguarda l’ottica deformata attraverso cui il partito da alcuni anni osserva la società civile, facendone spesso una rappresentazione che non collima con la realtà. Dovremmo seriamente discutere sulla autoreferenzialità della nostra classe dirigente; sulla nostra incapacità di selezionare quadri, soprattutto locali, che portino con sé doti di genialità politica; sul fatto che il far politica o rappresentare le istituzioni non possono essere intese alla stregua di esclusivo esercizio del potere, bensì come continua palestra di apprendimento e di messa in discussione delle proprie qualità personali. Una parte di noi ha sempre sostenuto, sin dal confronto che ci vedeva impegnati nell’ultimo congresso, che una forza politica, la quale si dichiari “popolare” e coeva con la stagione che stiamo vivendo, deve dotarsi di un’organizzazione territoriale quanto più ramificata possibile in termini di specificità settoriale e non solo geografica. Al fine di poter captare con maggior attenzione le sensibilità ambientali, noi avremmo dovuto porci come recettori delle pulsioni provenienti dalle numerosi aree d’interesse sociale che appartengono alla dinamica di una società civile post-moderna e globale sempre in perenne movimento. Un partito così riformato e “partecipato”, si sarebbe sovrapposto con maggior facilità sui vigenti modelli d’interazione sociale a rete. Sarebbe stato sufficiente osservare con più attenzione quanto pesano all’interno delle nostre società il reticolo di gruppi, associazioni, sodalizi che, per loro scelta, si pongono ai margini del sistema politico e che sono per altro il ritrovo delle passioni, delle tendenze, delle idee di singoli cittadini (ambientalisti, gruppi culturali, volontariato, ecc.). Se si voleva leggere meglio il quotidiano e trarre da esso gli elementi per una sintesi politica avremmo dovuto confrontarci anche con loro.  In ragione di ciò, avremmo potuto spiegare meglio le cause della crisi che non derivano solo dal balbuziente sistema Italia, ma che hanno origini lontane ascrivibili a politiche economiche tipicamente conservatrici liberiste e diseguali, da cui il pensiero progressista è sempre stato storicamente alieno. L’evidente cattivo funzionamento della membrana osmotica tra partito e società, ci fa apparire come coloro che in qualche modo sono stati co-responsabili di questo disastro. Benché, l’affermazione sia falsa, se non offensiva in termini generali, viene strumentalizzata e spacciata per vera per colpa della nostra saccenteria e inadeguatezza organizzativa. Basterebbe solo ricordare gli iscritti del PD che rappresentano le istituzioni in certi territori ad alta concentrazione mafiosa, quale rischio corrono quotidianamente per assicurare ai loro cittadini un minimo di decenza civile. Altre volte pensiamo che certe idee insignificanti, ma di grande effetto mediatico anti-casta, come la questione dei due mandati parlamentari, siano ritenute decisive per raccogliere il consenso degli scontenti.  Il dibattito all’interno del partito laburista inglese non si sofferma sull’ipotesi di limitare il mandato elettorale a due legislature, anche perché colà non c’è nessun pregiudizio sul limite di tempo che un membro del parlamento può sedere sui banchi a Westminster, come del resto anche sulle comode poltrone del Congresso americano. Il rappresentante è scelto dalla decisione democratica dei cittadini, non dalle regole del partito. Laggiù, la vera questione s’incentra su temi ben più importanti quali: come uscire da questa maledetta recessione senza inghiottire l’amara medicina dell’austerità; come interpretare in chiave attuale l’eredità di un Keynes, non più nella volgarizzazione deficit spending, ma orientata verso la capacità di creare valore mediante l’impegno di strutture e risorse pubbliche mirate a promuovere un forte sostegno all’innovazione. Proprio con questo networking orizzontale, che coinvolge tutti gli attori economici, il Labour – come afferma il The Guardian – “is  regaining ground” (sta recuperando terreno) soprattutto tra le fasce giovanili, tra i lavoratori disoccupati e sottoccupati che non sono pochi nel Regno Unito, benché in quel paese viga da tempo un regime di protezione dell’impiego e di accesso al lavoro meno costoso rispetto al nostro.

E’ vero che la situazione della classe politica italiana, ma non solo, presenta aspetti di degrado morale e di mancanza di etica pubblica, anche se sarebbe giusto fare gli opportuni distinguo, che spesse volte, per ragioni strumentali, non vengono esplicitati nella giusta misura. Tuttavia, non si creda che con la riduzione dei costi della politica o del finanziamento dei partiti (pochi spiccioli, qualche miliardo di €) si possano trovare le necessarie risorse per avviare un processo d’investimenti congruo che possa favorire la crescita. Queste stupidaggini lasciamole dire a Grillo e a qualche incallito “movimentista” all’interno del mostro partito. Ciò che ci serve, secondo autorevoli studi macroeconomici internazionali è una dotazione “a pronti” che può variare da 50 a 70 miliardi di €, poiché le necessarie riforme (fiscale, del lavoro, delle autonomie locali e via dicendo) possono dare dei risultati buoni solo a medio termine (5/10 anni), ma non nell’immediato. Immaginereste voi un paese bloccato dall’austerità per così lungo tempo? Personalmente, e da quando il parlamento italiano approvò la scempiaggine del fiscal compact che me lo sto chiedendo. Nemmeno il FMI – e  ciò è paradossale – è riuscito a scalfire il monolite di Bruxelles. Ma dopo il voto italiano, s’incomincia a vederne qualche crepa, lo spettro di una Weimar europea inizia a far paura. Forse, a breve le cose cambieranno, ma purtroppo noi abbiamo perso una ghiotta occasione per approdare su di uno scenario internazionale.

Franco Gavio

Membro della Direzione Provinciale del PD

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