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La faciloneria del The Economist sul caso Italia

21 febbraio 2013

Questa settimana, il settimanale The Economist dedica ben tre articoli alla situazione politica italiana. Il successivo, che troverete tradotto, è probabile che sia stato scritto di proprio pugno dal direttore della pubblicazione londinese John Micklethwait. Non vi nasconderò che sento molto la mancanza di Bill Emmott, molto più pacato nei giudizi, meno assiomatico e soprattutto dotato di una conoscenza più approfondita del panorama politico europeo. Che l’attuale orientamento editoriale della testata britannica sostenga da tempo il “liberalismo” di Mario Monti non è una novità, tuttavia ciò che trovo estremamente puerile, considerata l’autorevolezza e la responsabilità di chi scrive, concerne la descrizione delle soluzioni da adottare affinché il nostro paese possa uscire da questo buio periodo di sonnolenza economica. Il modello consigliato dal direttore del The Economist suppongo che compendi le misure che sono state attuate nel corso degli anni 90 da alcuni Stati del nord Europa (Danimarca, Svezia e Finlandia), i quali, all’apice di una crisi di mancata crescita, aggravata da pesanti deficit nei bilanci pubblici, scelsero una politica di liberalizzazione e di parziale privatizzazione dei servizi sociali, allentando di conseguenza la terribile morsa del debito sovrano. In aggiunta, parte delle risorse pubbliche destinate a un welfare, giudicato tanto accudente quanto costoso, furono ri-allocate per varare delle politiche di sostegno all’innovazione, mediante aiuti mirati al sistema educativo, nonché alla formazione di nuove attività d’impresa ad alta intensità tecnologica. Per Svezia e Finlandia i risultati furono molto buoni, per la Danimarca al di sotto delle aspettative. La Svezia – citando alcuni dati – ha  ridotto la spesa pubblica in proporzione al PIL dal 67% del 1993 all’attuale 49%; il proprio debito dal 70% al 37% nel 2010; passando da un deficit dell’ 11% del budget statale a un surplus dello 0,3%,  sempre nello stesso periodo. Tuttavia, ciò che differenzia la passata condizione dei tre stati scandinavo-baltici rispetto alla presente in cui versano i mediterranei consiste che, mentre i primi furono coinvolti in una crisi isolata limitata alle loro micro-economie in un contesto di forte crescita mondiale che da essa hanno potuto beneficiare, nel secondo caso, il sud dell’Europa si trova oggi in un quadro macroeconomico di forte contrazione sistemica internazionale e dal quale non si esce a meno che non si adottino politiche europee di tipo espansivo o solidali. La peregrina idea che l’aggiustamento degli attuali bilanci pubblici (fiscal compact, pareggio di bilancio), in uno scenario di recessione sistemica, possa generare l’aspettativa secondo la quale i soggetti economici anticipino le scelte di consumo in vista di un ristabilimento della sicurezza finanziaria è una fantasticheria non suffragata da nessun precedente dato empirico.  Come più volte affermato da Paul Krugman, ed ora in modo più pacato e morbido da Olivier Blanchard (Capo economista FMI), ma non solo, è semplicemente un assunto “teologico”.

Tuttavia, l’esperienza maturata dalle tre democrazie nordiche è un esempio da cui si possono trarre validi insegnamenti, sempre che il complesso delle circostanze macroeconomiche mondiali lo permettano.

Buona lettura

fg

 

Chi può salvare l’Italia?

E’ l’economia più lenta in Europa che ha bisogno di più di riforme alla Mario Monti

16 febbraio 2013

Il pericolo per la moneta unica europea sembra essere diminuito. I rendimenti obbligazionari dei paesi periferici sono scesi e le conseguenti preoccupazioni riguardo al fatto che alcuni membri potrebbero essere cacciati si sono dissipate. I disavanzi di bilancio si sono ridotti, i primi segnali di ripresa si stanno evidenziando in Irlanda e persino in Spagna. Eppure, la crisi della zona euro è tutt’altro che finita. Si direbbe piuttosto che la sua fase acuta stia diventando cronica. La preoccupazione si è solo spostata dal capitolo dei bilanci passivi e dall’elenco delle banche sull’orlo del fallimento a una mancanza di posti di lavoro e in parallelo a una crescita lenta. La perdita di competitività, l’alto tasso di disoccupazione e la stagnazione sono sempre stati i più grandi rischi a lungo termine per la moneta unica europea. Questi problemi possono essere stati più evidenti nel paesi periferici usualmente sospetti di tali peccati, quali la Grecia, la Spagna e il Portogallo. Tuttavia, le difficoltà non sono confinate solo in quell’area. La zona euro rimane in recessione. Le economie di Germania e Francia si sono contratte nel quarto trimestre del 2012. La Francia sta lottando per avviare processi di riforma. Ma chi sta peggio di tutte è l’Italia.

I fallimenti dell’Italia non sono così evidenti come quelli di altri paesi. Nonostante il suo debito pubblico enorme – quasi il 130% del PIL – le sue finanze pubbliche e le sue banche sono in condizioni migliori rispetto a quelle della Grecia o del Portogallo. L’Italia ha anche evitato la bolla e il conseguente tracollo delle proprietà immobiliari che ha devastato la Spagna e l’Irlanda. Eppure, l’economia italiana è una delle due sole, nella zona euro, in cui il PIL reale pro capite sia diminuito da quando l’euro è entrato in vigore. Nella classifica mondiale della crescita del PIL pro capite, è posizionata al 169° posto su 179 paesi, stimato in quel lasso di tempo che parte dal 2000 fino ad oggi, battendo solo per una manciata paesi “fuori concorso” come Haiti, l’Eritrea e lo Zimbabwe. Ora, l’Italia rischia anche di essere lasciata indietro dai suoi vicini. Dopo la creazione dell’euro, i costi unitari del lavoro nella quasi totalità dei paesi mediterranei hanno superato quelli tedeschi, sebbene, dall’inizio della crisi, si siano per la loro maggior parte ridotti bruscamente. Nelle fabbriche italiane, invece, sono aumentati dal 2008 maggiormente che in qualsiasi altro paese della zona euro, ad eccezione della Finlandia. Considerando i problemi economici dell’Italia, il significato delle sue elezioni, programmate il 24/25 febbraio, pongono delle questioni che vanno ben oltre le Alpi. Se la terza più importante economia e il suo più grande debitore pubblico della zona euro non può riaccendere la crescita e creare nuovi posti di lavoro, gli italiani finiranno per perdere la speranza o i loro vicini del nord perderanno la pazienza. In entrambi i casi, la zona euro cadrà a pezzi.

 Quando il vantaggio per tutti è possibile

Fortunatamente c’è una via d’uscita per l’Italia: profonde e globali riforme nei confronti di un’economia eccessivamente regolata. Il governo tecnocratico uscente guidato da Mario Monti, in carica da quando il sipario è sceso su Silvio Berlusconi nel novembre 2011, ha iniziato la strada delle riforme con le pensioni e le modifiche normative inerenti il mercato del lavoro. Secondo alcune stime, queste misure hanno già sollevato il potenziale di crescita dell’Italia di quasi mezzo punto percentuale. Ma è necessario fare molto di più. L’Italia ha troppe categorie economiche protette, dai notai ai farmacisti, dai taxi ai fornitori di energia. Questo paese ha anche troppi livelli di governo: amministrazioni provinciali, regionali e locali, che spesso duplicano piuttosto che sostituire le attività del governo centrale. Un sistema giudiziario improduttivo a causa del quale le vertenze contrattuali sono incredibilmente lunghe, costose e imprevedibili: il processo civile in Italia dura in media 1.200 giorni, rispetto ai 331 della Francia. L’occupazione è troppo pesantemente tassata, e la spesa pubblica è sbilanciata verso i trasferimenti piuttosto che verso gli investimenti. Eppure, tutto questo si presta a sfruttare anche delle opportunità. Un recente studio del Fondo Monetario Internazionale, che altri paesi hanno potuto costatare, ha concluso che le riforme del sistema produttivo unite a quella del mercato del lavoro potrebbero far aumentare del 5,7% in cinque anni e del 10,5% in dieci il PIL pro capite italiano. Se sono effettuate simultaneamente (può essere più facile affrontare contemporaneamente certi interessi costituiti, piuttosto che uno alla volta) e per giunta sono completate da una riforme fiscali, il salto potenziale del PIL dopo dieci anni sale a oltre il 20%. Questo dovrebbe essere fissato come un chiaro obiettivo per il prossimo governo.

Il meglio e il resto

Gli italiani hanno di fronte una scelta tra il buono, il brutto e l’ampiamente accettabile. Il miglior risultato sarebbe che il signor Monti restasse in carica come primo ministro. Egli si candida proponendo un programma di riforme sostenuto da una coalizione di partiti di centro. Purtroppo, al professore gli riesce meglio governare che condurre una campagna elettorale: i sondaggi raramente gli attribuiscono un consenso superiore al 15%, mettendolo così al quarto posto. Il peggior risultato sarebbe una vittoria per la coalizione di destra guidata da Berlusconi. Per una serie di ragioni personali e politiche, questo giornale continua a considerare il magnate dei media non idoneo a governare. Egli non è riuscito a riformare il paese in oltre otto anni di potere e il suo partito, a differenza dei suoi colleghi di centro-destra in altri paesi europei in difficoltà, sta ancora conducendo una campagna elettorale con un programma che ignora le riforme. Considerato la evidente difesa dei propri interessi a spese della suo paese, è incredibile che vi siano ancora italiani che lo sostengano. Eppure, nei sondaggi si è ridotto il divario con il centro-sinistra di Pier Luigi Bersani, dandogli la possibilità di vincere una maggioranza nella Camera dei deputati, anche se il controllo  (e quindi la capacità di formare un governo) del Senato sembra al di là delle sue possibilità. Ciononostante, Berlusconi potrebbe paralizzare il sistema politico, probabilmente forzando un’altra elezione, allarmando i mercati e rilanciando la crisi dell’euro: un miserevole pasticcio anche per i suoi standard.

Tale ipotetico scenario lascerebbero spazio a Bersani, la cui coalizione di centro sinistra ha prevalso nei sondaggi sin da quando le elezioni sono state indette. I suoi sostenitori sono gli ex comunisti, a fianco di un partner di coalizione dell’estrema sinistra. Eppure, l’onorevole Bersani ha anche un record ragionevole in qualità di riformatore nei governi passati. Se vincesse le elezioni, ma fallisse nel ottenere la maggioranza del Senato, dovrebbe formare un’alleanza con il commissario Monti. Il signor Monti potrebbe usare il suo potere contrattuale per chiedere un ruolo di super-ministro come supervisore dell’economia. Un governo guidato da Bersani, con il signor Monti responsabile del dicastero economico, sarebbe un risultato decente per l’Italia. Otterrebbe la fiducia dei mercati e delle istituzioni internazionali, la cui approvazione è necessaria per tenere a galla i paesi dell’euro. Ma, la cosa ancora più importante consisterebbe nel riformare seriamente un’economia che, qualora andasse con lo stesso passo di Berlusconi, alla fine crollerebbe trascinando l’euro con sé.

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