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Innovazione: a parole tutti d’accordo

19 gennaio 2013

Sembra che non si possa affrontare qualsiasi discussione di politica economica senza evocare la parola “innovazione”. La troviamo in tutte le salse: innovazione di processo, innovazione di prodotto, ecc. Insomma, non c’è nessuna forza politica sul pianeta che rinunci a contemplare nel proprio programma elettorale, più specificatamente in materia di produzione di beni e servizi, il verbo “innovare” senza celebrarne quel tocco magico che produrrebbe una siffatta azione. Ovviamente, in occidente non è sufficiente richiamarlo con insistenza in modo taumaturgico per contrastare la feroce concorrenza manifatturiera dei paesi emergenti. Per far in modo che si avveri ciò che viene denominato il “balzo tecnologico”, occorre che si produca una trasformazione sociale; occorre che gli attori impiegati nel ciclo economico, operanti nel cosiddetto “primo mondo”, percepiscano con piena consapevolezza che siamo ormai entrati in una nuova era: quella della conoscenza e della competizione globale. Innovazione, significa soprattutto attivare un rinnovato progresso scientifico, possibilmente condotto nel quadro di regole condivise dalle varie comunità di scienziati.

L’ideale sarebbe procedere con assiomi epistemologici ad alto contenuto empirico in modo tale che essi siano sempre più falsificabili, ma che nel contempo abbiano resistito alla falsificazione e che quindi siano provvisoriamente accolti nell’enciclopedia del sapere scientifico. Tutt’altro che facile, poiché tale comportamento richiede, dal punto di vista del ricercatore, un atteggiamento critico, nonché una sua immacolata onestà intellettuale. Così facendo gioverà a sé stesso e gioverà ai suoi colleghi. Perché non dobbiamo dimenticarci – dice Karl Popper con una sua ricorrente immagine – che la fisica, la biologia, la chimica o l’economia non si costruiscono in modo solitario da parte di qualche genio isolato, ma solo mediante un lavoro di gruppo. Svicolandoci dal dibattito epistemologico, sul quale non tutti erano d’accordo (Thomas Kuhn, Imre Lakatos) con la reale ascesi e onestà degli attori coinvolti nel processo di sviluppo scientifico auspicata da Karl Popper, il nocciolo della questione riguardo al valore dell’innovazione e più specificatamente al suo effettivo tasso di applicazione, a partire dall’ultimo salto tecnologico avvenuto sul finire degli anni settanta, comincia ad essere argomento di discussione critica da parte di alcuni settori della pubblicistica anglosassone. E’ lapalissiano, che per innovare necessitano copiose risorse economiche private e pubbliche: private destinate ai settori aziendali adibiti alla R&D; pubbliche per finanziare la ricerca di base attraverso i poli universitari o strutture similari. Il dubbio che viene sollevato da organi di stampa come il The Economist, il New York Times e in misura molto più radicale dal noto quotidiano britannico The Guardian, attraverso un suo fondo editoriale titolato “Towards a fairer capitalism: let’s burst the 1% bubble”, pubblicato lo scorso 15 gennaio, riguarda il fatto che questa ultima deriva “turbo-finanziaria” del capitalismo, nonostante le apparenze e le mistificazioni di fondo, abbia fatto ben poco per proseguire quella temperie di valorizzazione per la scoperta del “nuovo” inaugurata nel corso degli anni 60 e conclusasi all’inizio del 1980. Il virus che avrebbe prodotto questa “decostruzione innovativa” si chiamerebbe “buy back”. Vediamo nei particolari di che cosa si tratta.

Il problema, sostiene il The Guardian e con toni più pacati il New York Times, sta nella attuale risoluta, ma errata, convinzione che, da circa un decennio, le imprese quotate sono principalmente orientate a massimizzare il valore della propria capitalizzazione borsistica per favorire il patrimonio degli azionisti. Una sorta di ideologia che divenne totalmente dominante nei consigli d’amministrazione e nelle business school a partire dagli anni 80. Secondo la tesi del quotidiano on line Alter-net, per altro suffragata da dati ufficiali incontrovertibili, questo discutibile principio di creare valore per gli azionisti, facendo lievitare il prezzo del titolo azionario, produsse una distorsione evidente nel rapporto che dovrebbe sussistere tra allocazione del capitale azionario e gli investimenti. Nel corso del decennio 2001-2010,  le 500 società dell’indice S&P 500 (che rappresentano circa il 75% della capitalizzazione del mercato azionario statunitense) distribuirono solo il 40% dei loro profitti sotto forma di dividendi. E’ palese che in questo modo si sarebbe contravvenuto a quella regola aurea capitalistica concernente la remunerazione del premio di rischio, secondo cui una public company è tenuta a riconoscere l’eventuale profitto d’impresa ai propri soci azionisti. Infatti, il rimanente 54% dell’intero dividendo, anziché distribuirlo, venne destinato a finanziare il riacquisto di azioni proprie, il cui scopo fu quello di dare una “spinta manipolativa” al valore di capitalizzazione della società quotata. Per dare un’idea del radicale cambiamento avvenuto, le grandi società americane, nel corso del periodo precedente al 1980, non fecero quasi mai nessun riacquisto (buy back). Negli ultimi dieci anni, l’ammontare dei riacquisti avvenuti tra le corporations presenti nello S&P 500 fu pari a circa 3 miliardi di dollari. Così facendo, si prosciugarono le risorse aziendali per gli investimenti in materia di innovazione ad alto valore aggiunto e parallelamente si ridusse la potenziale domanda di nuovi posti di lavoro. Quando le aziende decidono un riacquisto cospicuo per aumentare i prezzi delle loro azioni proprie, la deliberazione viene assunta dal management aziendale. Allocando le risorse in questo modo, le figure dirigenziali determinano la loro posizione di grandi vincitori. Come mai? Perché, la più grande fetta della remunerazione dei top management deriva dall’esercizio delle stock option, le quali diventano più redditizie quando il prezzo dell’azione sale, seppur per solo un breve periodo di tempo, tuttavia sufficiente affinché le opzioni sulle azioni possono essere nel frattempo esercitate e titoli acquisiti venduti. Un recente report del New York Times ha mostrato che gli hedge fund – una delle “innovazioni” che hanno contribuito a generare la crisi – stanno lucrando profitti da record sul debito greco, speculando sulla differenza tra il prezzo del debito e il loro valore, riducendo così la capacità del governo di investire in aree di sviluppo che aiutano la ripresa economica.

Mariana Mazzucato, economista, doppia nazionalità, italiana e americana, docente di economia, Università del Sussex UK http://www.marianamazzucato.com/home/ illustra puntualmente nel suo articolo sul The Guardian le anomalie prodotte da questi modelli finanziari che privilegiano l’estrazione di valore piuttosto che la creazione di valore a scapito della crescita e dell’occupazione. La Mazzucato va oltre all’analisi contingente e pone un problema di natura teorica rifacendosi alle differenti concezioni del valore tra il pensiero classico di Smith, Ricardo e Marx di stampo oggettivo (lavoro/valore) e quella neoclassica soggettiva in base al quale il valore di un bene è determinato dalle preferenze del consumatore (mercato). L’economista conclude il suo articolo con alcune osservazioni critiche riguardo alle conseguenze derivate dall’applicazione di modelli di gestione dei capitali che lucrano esclusivamente sul differenziale al rialzo o al ribasso dei titoli: “la creazione di valore concerne il reinvestimento dei profitti in settori produttivi che creino nuovi beni e servizi, facendo in modo che i beni esistenti siano prodotti con maggiore qualità e minor costo. Gli investimenti nel capitale umano, nelle competenze, nelle infrastrutture, nella ricerca e nello sviluppo creano valore. Se non si raggiunge questo obiettivo, andremo da una bolla all’altra, parlando di “moralità” e “responsabilità”, e poco impegnandoci in ciò che minaccia l’estrazione di valore e la disuguaglianza che la genera”.

In breve, sembra affermare la Mazzucato: questo è un capitalismo rapace, privo di regole che non apporta quell’originario contributo collettivo così solennemente celebrato da Adam Smith. Un modello d’interazione economica fondato esclusivamente sull’estrazione di valore, da cui solo pochi beneficiari traggono un vantaggio che, seppur illusorio – poiché le bolle sono destinate prima o poi a scoppiare – è tale da alimentare le disparità sociali se non addirittura svolgere una funzione di regressione civile.

Franco Gavio

membro della direzione provinciale PD

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