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La grande bocciatura

13 gennaio 2013

Per chi avesse qualche difficoltà a capire l’etica di Spinoza, consiglierei di leggere il capitolo a lui dedicato da uno dei più grandi divulgatori del 900, Lord Bertrand Russell nella sua encomiabile Storia della filosofia occidentale. Trasformare concetti apparentemente complessi in percorsi logici comprensibili senza per altro renderli banali è una capacità invidiabile e talmente talentuosa da essere considerata rara anche per i più raffinati intelletti. Gli specialisti ammirano Russell per il contributo che diede alla logica matematica; un’intera generazione di giovani venne sedotta dall’aristocratico inglese non solo per il suo impegno pacifista, bensì soprattutto per i suoi taglienti insegnamenti morali anticonformisti. Così come Russell (premio Nobel nel 1950) allo stesso modo Paul Krugman, anch’egli laureato Nobel, possiede questa capacità di rendere poco oscura alla comprensione del lettore mediano quelle complesse causalità macroeconomiche, oggetto spesse volte di astrusi dibattiti volti principalmente a mettere in luce la saccenteria dei partecipanti piuttosto che concorrere a divulgare la conoscenza.

Oggi, Krugman è pure diventato l’icona della destra nazional-populista italiana. Sebbene strumentalizzato e distorto dalla schizofrenia berlusconiana, l’economista newyorkese rimane un liberal tout court, paladino di quella concezione dell’economia, la cui genesi storica risale al pensiero di J. S. Mill, proseguendo poi attraverso la “rivoluzione concettuale” di J. M. Keynes. Krugman e Russell annodano simbolicamente il loro percorso intellettuale alla caratteristica del genio “irregolare”, al di fuori delle congerie di sapienti, dei salotti rispettabili, dei supposti poteri forti, descrivendo con franchezza e svelando persino con un’audace irriverenza la presunta verità di chi trova conforto nell’ossequio del pensiero dominante. Caricaturale è la descrizione che gli viene spesso fatta come di uno sconsiderato sostenitore del debito illimitato. Niente di più falso, basterebbe sfogliare l’opera di Keynes, per capire quanto sia importante la funzione del debito a condizione che essa venga governata da un’attenta politica dei saggi d’interesse. Ricorrenti furono le sue critiche graffianti nei confronti dei repubblicani Alan Greenspan (il precedente governatore della FED) e George Bush Junior, rei d’aver creato la più devastante bolla immobiliare che la storia conosca; l’uno per non aver agito in tempo sui tassi d’interesse; l’altro per aver delegato al mercato un’assurda funzione sociale. Altrettanto sarcastico fu il suo giudizio nei confronti del precedente responsabile della BCE, Claude Trichet, sanzionato come “incorrect”, nel suo articolo che troverete a tergo. Un raffinato eufemismo per dire “incompetent”. Si, Paul Krugman è insopportabile, è vero, ma anche Mario Monti è tale, con una palpabile differenza: mentre il primo è stato fregiato nel 2008 del premio Nobel per l’economia ed è tuttora titolare della cattedra di macroeconomia e relazioni internazionali a Princeton, il secondo non ha mai ottenuto importanti riconoscimenti internazionali in materia di discipline economiche. Il curriculum professionale di Monti, al seguito dei vari cacicchi democristiani, modello prima repubblica e successivamente come fidato “consulente” delle solite grandi “amiche” banche, che Krugman disdegna, gli aprono la strada a rivestire il ruolo di Commissario europeo alla concorrenza, ma nonostante ciò si è ben lungi dal brillante percorso dell’economista di Long Island. Se poi volessimo fare un confronto in termini di prestigio accademico, ahimè la poco nota Università ai margini dell’impero alla quale il nostro professore ha dedicato gran parte della sua attività di docente scompare di fronte all’autorevolezza di Princeton, l’Università americana dove per circa 20 anni ha insegnato Albert Einstein. Del resto, il “grande salvatore” nella sua protervia ha tecnicamente sbagliato i “moltiplicatori”, gettando il nostro paese in una depressione “tecnica”, da cui difficilmente ci risolleveremo in poco tempo. Purtroppo, i saggi ammonimenti di Paul Krugman non furono raccolti ed è toccato a Olivier Blanchard, Capo economista del FMI a dargli ragione dopo due anni di “spallucce” nei suoi confronti.

La classe non è acqua!

Buona lettura

fg   

The Big Fail di Paul Krugman

The Conscience of a liberal (NYT)

Ancora una volta è giunto il tempo per la riunione annuale della American Economic Association con i suoi affiliati. Una sorta di fiera medievale che serve alla stregua di un mercato per studiosi (Ph.D. di nuovo conio in cerca di lavoro), libri e idee.  Quest’anno, come i passati incontri, c’è un tema dominante in discussione: la crisi economica in atto. Oggi, non è come avremmo potuto supporre tempo addietro. Se avessimo interrogato tre anni fa gli stessi economisti che presenziano a questa riunione, la maggior parte di loro avrebbe sicuramente previsto che attualmente noi avremmo dovuto parlare di come la grande crisi sia finita. Invece, essa ancora continua.

Che cosa andò storto? La risposta, principalmente è da attribuire al trionfo delle cattive idee.

E’ forte la tentazione di sostenere che i fallimenti economici degli ultimi anni dimostrino che gli economisti non hanno le risposte. Ma la verità è ben peggiore: in realtà, i principi economici offersero buone risposte, ma i leader politici – e tanti economisti – hanno scelto di dimenticare o d’ignorare quello che avrebbero dovuto sapere. La storia, a questo punto, è abbastanza semplice. La crisi finanziaria portò, attraverso le sue molteplici diramazioni ad un forte calo della spesa privata: gli investimenti residenziali precipitarono al momento dello scoppio della bolla immobiliare; i consumatori iniziarono a risparmiare di più, poiché la ricchezza illusoria creata dalla bolla si dileguò, mentre il debito ipotecario rimase. Inevitabilmente, questa caduta della spesa privata generò una recessione globale. Un’economia non si può paragonare a un bilancio familiare. Una famiglia può decidere di spendere meno e cercare di guadagnare di più. Ma, per l’economia nel suo complesso, la spesa e guadagno vanno insieme: la mia spesa è il vostro reddito, la tua spesa è il mio reddito. Se ognuno contemporaneamente cerca di tagliare la spesa, i redditi diminuiranno e la disoccupazione salirà. Quindi, che cosa si può fare? Un minore shock finanziario, come accadde per le dot-com alla fine degli anni 1990, può essere superato tagliando i tassi di interesse. Ma la crisi del 2008 fu molto più grande, e sebbene i tassi fossero ridotti a zero non fu abbastanza. A quel punto si rese necessario l’intervento dei governi mediante l’erogazione della spesa pubblica per sostenere le loro economie, nel frattempo il settore privato riacquistò il suo equilibrio. In una certa misura tutto ciò accadde: le entrate calarono sensibilmente nel corso del ciclo recessivo, per contro la spesa salì, poiché i programmi, come i sussidi contro la disoccupazione lievitarono, e le misure temporanee di stimolo economico entrarono in vigore. Il deficit di bilancio aumentò. Ciò in verità fu molto positivo, poiché probabilmente la creazione del disavanzo fu la causa più importante che non permise il ripetersi dello scenario della Grande Depressione.

Ma tutto andò storto nel 2010. La crisi in Grecia fu considerata, a torto, come un segno che tutti i governi avrebbero dovuto immediatamente tagliare la spesa e il deficit di bilancio. L’austerità diventò l’ordine del giorno, e i presunti esperti, che avrebbero dovuto conoscere meglio il caso in questione, tifarono per quel processo, mentre gli avvertimenti di alcuni (ma non in numero sufficiente) economisti, sul fatto che l’austerità poteva far deragliare la ripresa economica, sono state ignorate. Ad esempio, il Presidente della Banca Centrale Europea (ndr al tempo Trichet) affermò con sicurezza che “l’idea che le misure di austerità potrebbero innescare una stagnazione non è corretta.”

Beh, qualcuno si dimostrò non adatto, va bene.

Di tutti i lavori presentati in questo incontro, probabilmente il più grande flash è venuto da Olivier Blanchard e Daniel Leigh del Fondo Monetario Internazionale. Formalmente, il paper rappresenta il punto di vista degli autori, ma il Mr Blanchard, capo economista del FMI, non è un ricercatore ordinario, e il documento è stato ampiamente considerato come un segno che il Fondo ha avuto un importante ripensamento in materia di politica economica. Le conclusioni dell’articolo ci dicono che non solo l’austerità ha un effetto deprimente sulle economie deboli, ma che tale effetto è anche negativo ed è molto più forte di quanto si credesse. La svolta prematura verso l’austerità, si è rivelata un terribile errore.

Ho visto qualche commento che descrive il documento come l’ammissione del FMI di non sapere cosa stia facendo. Questo non coglie il punto. Il Fondo era in realtà meno entusiasta circa l’austerità rispetto ad altri protagonisti. Nella misura in cui si dice che tale opzione fu un errore, si afferma anche che chiunque economista (ad eccezione di quegli scettici) fu maggiormente in errore. Alla luce delle prove, il FMI ha il merito di essere stato disposto a ripensare la sua posizione. La notizia veramente negativa è come pochi altri attori stanno comportandosi allo stesso modo. I leader europei, dopo aver creato la depressione a livello di sofferenza nei paesi debitori, senza aver ristabilito la fiducia finanziaria, ancora insistono sul fatto che la risposta sia ancora quella di infierire più dolore. L’attuale governo britannico, che ha soffocato un recupero promettente votandosi all’austerità, rifiuta del tutto di considerare la possibilità che ha fatto un errore.

E qui in America, i repubblicani insistono sul fatto che si porranno in modo ostile per quanto concerne il tetto del debito – un’azione profondamente illegittima di per sé – finalizzata a chiedere tagli alla spesa che ci guiderebbero verso la recessione.

La verità è che abbiamo appena vissuto un colossale fallimento della politica economica e molti responsabili di questo insuccesso conservano il potere e si rifiutano di imparare dall’esperienza.

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