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Il sovraffollamento nelle carceri italiane.

8 gennaio 2013

La Corte Europea dei diritti umani ha dato ragione a sette detenuti di Busto Arsizio e Piacenza, i quali hanno denunciato le condizioni inumane della detenzione: tenuti in cella con a disposizione meno di tre metri quadrati. La Corte ha inoltre condannato l’Italia a pagare ai sette detenuti un ammontare totale di 100.000 euro per danni morali ed invita il nostro Paese a porre rimedio immediatamente al sovraffollamento carcerario.

Secondo un dossier della Fp CGIL del 2011 sulla condizione degli istituti penitenziari, le carceri italiane contengono oltre 67.400 persone, contro una capienza regolamentare di circa 45.200. Queste cifre valgono al nostro Paese il primato europeo per sovraffollamento carcerario, oggi pari al 140%. Inoltre siamo il secondo stato in Europa per numero di detenuti non ancora giudicati colpevoli in via definitiva, ovvero le persone incarcerate in attesa di giudizio sono il 44% del totale dei detenuti. Situazione particolarmente delicata nel Lazio, ove risulta un elevato numero di persone morte in carcere, di tentati suicidi ed atti di autolesione. Più recentemente ho potuto consultare il report “Senza dignità”, stilato nel 2012 dall’Associazione Antigone, in cui, tra l’altro, si denunciano oltre 90 morti nelle carceri italiane, di cui 50 per suicidio. L’inchiesta riguarda 25 istituti di pena, contiene testimonianze di vita carceraria: nella casa circondariale di Brescia la capienza ufficiale sarebbe di 208 unità, contro le attuali 521. Nel reparto maschile del carcere di Latina il tasso di affollamento raggiunge il 200%, con molti detenuti costretti a dormire per terra; in altri istituti sono costretti a mangiare a turno, per mancanza di spazi ed arredi. Se poi si passa a valutare la salute dei soggetti, la situazione non è rassicurante: ad esempio nelle carceri toscane il 73% dei reclusi soffre di qualche malattia, in particolare di disturbi psichici o dell’apparato digerente. Secondo questo report, però, costruire nuove carceri di per sé non risolverebbe il problema, probabilmente si rende necessaria una revisione del codice penale riguardo a tre punti dolenti: la recidiva, l’immigrazione e le droghe, ovvero le dirette cause di un enorme flusso di ingressi in carcere. Dall’estero arrivano suggerimenti ed esperimenti che possano aiutare a migliorare alcune situazioni dolenti: in Germania c’è un basso ricorso alla custodia cautelare, in Spagna esiste un particolare regime detentivo, che prevede celle aperte durante il giorno e buone opportunità di socialità formazione professionale e istruzione dei detenuti. In Norvegia c’è un sistema di liste d’attesa e carceri aperte che garantisce sempre la presenza di posti liberi negli istituti di pena, applicato ovviamente ai reati minori e laddove non esiste pericolo di reiterazione della colpa. Così si legge nel report dell’associazione Antigone: “Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a casa il cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo…è un uomo chi è costretto a vivere in una cella per 20 ore al giorno, senza acqua calda, senza riscaldamento, senza luce? E’ un uomo chi, a due giorni dalla scarcerazione, decide di togliersi la vita perchè nessuno gli parla di futuro? E’ questo un uomo chi non ha spazi in cui camminare, chi può guardare il cielo solo attraverso le sbarre, chi si vede negato il diritto a salutare il padre un’ultima volta? E’ questo un uomo chi viene pestato regolarmente, maltrattato, violentato, minacciato? E’ questo un bambino chi è costretto a nascere e crescere in carcere perchè figlio di una detenuta?”.

Marina Levo.

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