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Le dimissioni di un professore e la gallina del filosofo

11 dicembre 2012

Charlemagne è l’editor dell’omonima rubrica sul The Economist che settimanalmente s’interroga sui fatti e avvenimenti politici che accadono all’interno della UE. In questo ultimo numero, egli analizza il complicato scenario politico italiano aggravato dalla decisione di Mario Monti di rassegnare anticipatamente le dimissioni. Il breve articolo non scava in modo profondo nel cercare di comprendere i tatticismi degli attori in campo. Infatti, si limita a fornire una sguardo descrittivo, tuttavia balza alla mia attenzione il modo con cui l’autore inglese targhi la divisa politica del professore. Da ciò, si può notare una sfumatura d’orientamento ben diversa rispetto a coloro che all’interno del PD spesse volte lo dipingono come un perfetto centrista. L’analista britannico afferma: “The prime minister has also given himself the leeway in which to stand in the election as the paladin of a new, more sober, and implicitly more responsible, centre-right”. (Il Primo ministro si è anche dato lo spazio di manovra per candidarsi come il paladino di un nuovo più sobrio e implicitamente più responsabile centro destra). Forse, la notizia è piuttosto approssimativa, sennonché ciò che si rileva è che la pubblicista politica britannica, da tempo (questo è uno dei tanti esempi) e con ragione, attribuisce a Mario Monti la possibilità di diventare finalmente il paladino di un conservatorismo moderato e quindi ben poco assimilabile con le proposte politiche che maturano nello schieramento del centrosinistra. Tuttavia, non capisco come Monti candidandosi possa diventare un driver importante per qualsiasi schieramento politico. Qui, molti confondono due concetti simili ma non sovrapponibili: la politica e il politico. Per essere brevi, la politica riguarda il modo con cui si propone e si gestisce un progetto politico; il politico invece ha a che fare con la capacità di farsi rappresentare dal popolo. Il politico cresce facendo politica; per converso qualsiasi politica è zoppa senza la presenza del “politico”. Ho l’impressione che Monti, giunto a saziarsi di politica, si creda assai attrezzato per vestire i panni del “politico”. Ma attenzione, non si possono trarre le conclusioni da pochi casi singoli. Non vorrei che il Professore, scendendo nell’agone politico, oltre giocarsi il più alto scranno dello Stato, si comportasse come quella gallina induttivista di Bertrand Russel, che il giorno di Natale è contenta di vedere il suo padrone perché nei giorni precedenti le ha portato il mangime e non sa che ora invece è venuto il tempo per tirarle il collo!

Buona lettura

fg

Benché sia comprensibile la sua decisione, l’annuncio di Mario Monti riguardo la sua intenzione di rassegnare le dimissioni da Primo ministro infliggerà gravi danni a breve scadenza. Ciò sta a significare che il suo governo giungerà al termine ancora in un stadio prematuro, probabilmente disordinato e forse in modo caotico.

L’8 dicembre, il commissario Monti riferì al Presidente Giorgio Napolitano che si sarebbe dimesso non appena il bilancio del 2013 sarà approvato. Ma si ha l’impressione che la gran parte del lavoro che il suo governo aveva preparato negli ultimi mesi ora non verrà licenziato (o nel caso delle misure introdotte a mezzo di decreto, non saranno confermate) dal parlamento. La legislazione condannata o in pericolo comprende i provvedimenti sulla concorrenza, sulla fiscalità e sulla semplificazione della burocrazia, nonché anche quella disposizione che avrebbe messo in atto il nuovo requisito costituzionale per giungere al pareggio di bilancio. Forse, ancora più importante, è in pericolo un pacchetto di misure volte a stimolare la vulnerabile crescita economica – e in modo particolare – per ciò che è accaduto, poiché il collega di gabinetto del Primo ministro, Corrado Passera, titolare del dicastero dello sviluppo economico, ha osato criticare la decisione di Silvio Berlusconi di candidarsi alla poltrona di Primo Ministro, per cui egli è diventato una figura odiosa per i seguaci di Berlusconi. La mossa inaspettata del Commissario Monti ha anche dissipato quelle deboli speranze che rimanevano per la promulgazione di una nuova legge elettorale. Così gli italiani voteranno ancora in conformità con le stesse modalità deplorevoli che li derubano di una significativa rappresentanza locale. (I rappresentanti sono stati scelti da liste chiuse che raggruppano più circoscrizioni.) Ad aggravare il clima di incertezza, è altamente probabile che il signor Napolitano si dimetta al più presto. Il suo mandato non scade fino a maggio, ma egli ha detto in più di una occasione che non sarebbe giusto per lui  nominare il prossimo Primo ministro per poi lasciare al suo successore far fronte alle conseguenze. L’ultimo sconvolgimento nel panorama raramente tranquillo della politica in Italia. non significa necessariamente che il signor Berlusconi ormai sia prossimo a tornare al potere con il compito di tagliare le tasse e aumentare la spesa. Il suo Popolo della Libertà (PdL) è diviso, demoralizzato e langue nei sondaggi intorno al 15%. Gli stessi sondaggi indicano che anche un’alleanza con la Lega Nord ed altri, che diventa ora possibile, incasserebbe meno di una quota del 25% dei voti. Sembra improbabile che una tale alleanza possa recuperare il terreno necessario per assicurarsi la vittoria assoluta. Ma in una situazione già confusa, con la presenza del partito guidato dal comico Beppe Grillo – le cui stime inducono a pensare che otterrà il secondo più grande consenso come formazione politica – Berlusconi ed i suoi seguaci e alleati potrebbero mettersi in grado di determinare gli eventi successivi alle elezioni generali. Berlusconi non vedeva l’ora nei quasi tre mesi (ndr antecedenti alla scadenza naturale della legislatura) che il PdL mantenesse in vita l’attuale non-partito di governo in parlamento con una politica di astensione piuttosto che d’opposizione. Durante quel tempo, egli sarebbe stato in grado di formulare la sua campagna elettorale, riorganizzare i suoi seguaci divisi, parimenti denigrare del tutto l’austerità e le altre politiche del governo, così da presentarsi come l’uomo che offre agli elettori una meno dolorosa via d’uscita. Ma a causa della decisione del Commissario Monti nel fine settimana, Berlusconi si trova ora doversi gettare a capofitto per presentarsi alle elezioni anticipate, forse già il 17 febbraio, e con il Natale, Capodanno e Epifania vacanze in mezzo. Il Primo ministro si è anche dato un margine di manovra per candidarsi alle elezioni come il paladino di un nuovo, più sobrio, e implicitamente più responsabile centro-destra. Se dovesse farlo, potrebbe far convergere nel suo campo alcuni dei seguaci più scontenti del magnate dei media, i cattolici in particolare, i conservatori e alcuni degli ex neo-fascisti che il signor Berlusconi, fino a pochi giorni fa, tramava per cacciarli dal PdL. Ma una candidatura Monti creerebbe anche una opportunità per Berlusconi di rappresentare tutti i suoi avversari, e non solo il signor Monti, come i sostenitori di quello che già i suoi seguaci chiamano “il governo delle tasse”. La pubblica opinione considera ancora rispettata la figura del Commissario Monti, benché mostri anche una diffusa insoddisfazione a causa dell’effetto delle sue politiche sul reddito disponibile e non nasconda una antipatia, o addirittura un disgusto, riguardo la sua azione di governo. In queste circostanze, una campagna in cui Berlusconi proponesse tagli fiscali, presumibilmente per dinamizzare l’economia, potrebbe avere un grande fascino.

La prossima campagna elettorale sarà, prima di tutto, una prova della maturità e del realismo degli elettori italiani. Si potrebbero sentirsi più sicuri, se non avessero scelto per tre volte Berlusconi come loro leader.

 

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