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Forse, non hanno tutti i torti

23 novembre 2012

Forse, non ha tutti i torti chi – mi riferisco al Capo gruppo alla Camera del PD – afferma che l’esperienza del governo degli ottimati è destinato presto a finire, senza ulteriori repliche. Forse, non hanno tutti i torti coloro che da tempo ritengono che in questo travagliato ultimo ventennio non ci sia stato il fallimento della politica, bensì di “una” politica, quella d’ispirazione berlusconiana. Forse, non hanno tutti i torti talune voci autorevoli nel dichiarare esplicitamente che questo corrente pensiero economico d’ispirazione neoclassico corre rischio di farci passare dalla “padella” del soverchio debito alla “brace” di una austerità senza crescita, facendo in modo che i mercati ci puniscano due volte. Forse, non ha tutti i torti chi, all’interno del Partito Democratico – mi riferisco all’attuale segretario – sostiene che se ci sarà un prossimo governo guidato da un premier progressista, esso debba porsi come primario obiettivo il riequilibrio della bilancia dei sacrifici causati dalle eccessive pesanti manovre di consolidamento fiscale imposte da una sorta di autoproclamato Direttorio Europeo. Una bilancia, la cui asta – a tuttora – pende  in modo sproporzionato verso i ceti intermedi e le categorie più disagiate. Chi ci sollecita a fare questa riflessione al fine di evitare conseguenze irreparabili è Barry Eichengreen, noto politologo americano prestato agli studi economici, nonché saltuario editorialista del NYT e del quotidiano italiano “La Repubblica”. Egli è professore di Economia e Scienze Politiche presso l’Università di Berkeley in California. Nel recente passato è stato consigliere politico di alto livello del Fondo Monetario Internazionale. Il suo libro più recente s’intitola Exorbitant privilege: The rise and Fall of the Dollar and the Future of the International Monetary System.

Buona lettura

fg

 Europa, populisti alla Porta

9 novembre 2012

LONDRA – La crisi dell’Europa è finita? Gli investitori, gli analisti i politici, e persino i funzionari stanno tranquillamente iniziando a suggerire che ciò potrebbe essere vero. L’euro si è rafforzato di circa il 10% nei confronti del dollaro da quando il Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi ha promesso il 26 luglio di fare “tutto il possibile” per mantenere l’unità monetaria. Allo stesso modo, il VIX euro, un noto indicatore di aspettative che ci informa sulla volatilità dell’euro, è diminuito in modo significativo. Il costo per proteggersi contro le fluttuazioni del rapporto di cambio euro/dollaro è sceso il mese scorso al suo livello più basso nel corso degli ultimi quasi cinque anni. Parimenti, gli oneri finanziari per il governo spagnolo e italiano sono crollati. Una ripetuta narrazione sta alla base di questo cambiamento delle condizioni di mercato. I leader europei hanno varato dei meccanismi per sostenere l’Italia e la Spagna. A partire da ottobre, il continente ha un sistema operativo d’intervento, il cui acronimo è ESM (il meccanismo europeo di stabilità)  con la finalità di acquistare nuovi titoli di Stato italiani e spagnoli nel caso in cui gli investitori rinunciassero a farlo.

In parallelo, la BCE ha annunciato l’avvio dell’ “outright monetary transactions”, acronimo OMT, (operazioni monetarie dirette) che consistono in programmi d’acquisto di obbligazioni di Stato dei paesi deboli sul mercato secondario. Nel vertice più recente, i leader dell’UE hanno ribadito il loro impegno a mettere a punto il progetto di un unico meccanismo di controllo entro il 1 gennaio 2013, e di attivarlo entro la fine del prossimo anno. Questi passaggi, si sostiene, sono destinati a tenere sotto controllo sia il rischio di insolvenza del debito sovrano sia il profilarsi di una crisi bancaria. L’ESM e la BCE stabilizzando i tassi di interesse sui titoli di Stato, così i paesi euro avranno tutto il tempo necessario – e ne avranno bisogno di molto – per ridurre i loro oneri del debito a livelli gestibili. Con un unico supervisore in funzione, all’ESM sarà permesso di iniettare capitale direttamente nelle banche in difficoltà. La nuova unione bancaria può essere estesa per includere un fondo di salvezza comune per consentire la dissoluzione ben regolata delle istituzioni insolventi.

A dire il vero, ci sono alcune lacune in questa narrazione. L’ESM ha una potenza di fuoco assai limitata [garanzie fino a 600 ML €] e in parallelo con la BCE, comprerà solo i titoli pubblici in risposta alla richiesta d’aiuto da parte dei singoli Governi.  Ma di fatto si sa che i leader orgogliosi sono riluttanti ad accettare tali condizioni. Il termine stabilito per l’attuazione dell’unione bancaria, la fine del 2013, è molto lontano. Benché, vi sia accordo sulla necessità di un fondo comune di salvezza, che per altro non è chiaro, non c’è accordo su come pagare. Tuttavia, i mercati evidentemente considerano questa come una favola confortante, tanto più ora che i leader europei hanno eccepito che la Grecia non sarà espulsa dalla zona euro. I funzionari riconoscono che tagliarle il sostegno dell’UE e obbligare la BCE a smettere di fornire credito alla Banca Centrale Greca sarebbe per l’Europa una sorta di Lehman Brothers. Le conseguenze potrebbero essere devastanti, non solo per la Grecia, ma anche per il Portogallo, la Spagna, l’Italia, e chissà per chi altro. Nel loro comunicato del 18 ottobre, i leader della zona euro hanno dichiarato senza mezzi termini che non sono pronti a recarsi ad Atene. Considerata l’abilità dell’Europa a creare contabilità fittizia, si troverà il modo per mantenere in vita la Grecia. Quindi, la crisi è davvero finita? Concentrandosi sulle dichiarazioni del vertice e le promesse per ampie riforme delle istituzioni dell’Unione europea, gli investitori stanno perdendo di vista il vero rischio: il crollo del sostegno pubblico, o almeno della pubblica acquiescenza verso le politiche di austerità necessarie per ridurre il pesante indebitamento, nonché della fiducia per quei governi che perseguono tali politiche. La protesta di massa contro l’austerità sono un segno d’avvertimento. Un altro è la crescita del sostegno popolare per i movimenti neo-nazisti come Golden Dawn (Alba Dorata), ora il terzo più grande partito politico in Grecia. L’ascesa al potere di un governo europeo “negazionista”, ossia che rifiuta unilateralmente la politica dello status quo, porterebbe immediatamente la crisi al culmine. Un governo come quello greco che sommariamente respinge le condizioni fissate dalla UE e dal FMI dovrebbe immediatamente essere tagliato fuori dalla BCE e quindi costretto a uscire dall’euro. Un governo spagnolo, comportandosi allo stesso modo, perderebbe ogni prospettiva di sostegno dal programma OMT della BCE, e i mercati rapidamente s’innervosirebbero. Qualcuno mi obietterà che i disperati avvertimenti di protesta politica sono eccessivi. Infatti, finora, nessun paese ha votato per far giungere al potere un’amministrazione negazionista. Perfino in Grecia, dove le condizioni sono le peggiori, Alba Dorata è ancora un partito di minoranza. La risposta a queste mie critiche è, purtroppo, “devi solo attendere”. Tuttavia, è molto importante ricordare che passarono meno di quattro anni dal momento della comparsa della Grande Depressione all’ascesa al potere in Germania dei nazisti.

L’Europa ha bisogno di una strategia di crescita per mettere questo credo politico in soffitta. Necessitano politiche che promettano di ridurre la disoccupazione e favoriscano tempi migliori. La perdurante assenza di tali iniziative è la più grave minaccia per l’euro.  A meno che accadano cambiamenti, ovvero che i mercati si accorgano di questo rischio – forse con un sussulto – prima o poi [ci sarà un ripensamento].

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