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Si alla riduzione delle spese, no ai tagli lineari e indiscriminati

13 novembre 2012

chagall33Il cognome Valletti per molti italiani non dice proprio nulla, ma nella cerchia di quella triste disciplina che si chiama economia, il Prof. Tommaso Valletti è considerato, dai suoi colleghi, uno dei più valenti studiosi in materie alquanto complesse, quali l’economia industriale e l’economia applicata alle telecomunicazioni. Si occupa, in modo particolare, delle regole che sottendono questi due settori dello scibile economico. Il Prof. Valletti, come del resto accade tuttora per molti ricercatori italiani dotati di acume, emigrò nel Regno Unito. Attualmente, è docente in Economics presso l’Imperial College di Londra http://www3.imperial.ac.uk/people/t.valletti. Nel lontano 2005, coadiuvato da altri due ricercatori italiani, pubblicò un importante paper sull’American Economic Review dal titolo “Active and Passive Waste in Government Spending, Evidence from a Policy Experimenthttp://www.aeaweb.org/articles.php?doi=10.1257/aer.99.4.1278

Che cosa tratta questo breve saggio scientifico, che ha avuto l’onore di essere accettato da questa prestigiosa Library scientifica americana? Analizza e avvia una seria discussione riguardo agli sprechi generati dalle Pubbliche Amministrazione italiane in materia d’acquisto di beni e servizi. Mi preme informarvi che, per gli economisti, questo giornale economico scientifico è il più importante al mondo. Per 100 lavori che vengono sottomessi all’esame dell’AER, 1 solo viene pubblicato, dopo ben quattro anni di revisione da parte degli autori. Nella loro ben documentata premessa, gli autori classificano le tipologie di spreco, dividendo il campo in due ben distinte categorie: the passive waste (lo spreco passivo) e il the active waste (lo spreco attivo). Il cosiddetto “spreco attivo” è nientemeno che la corruzione nelle gare d’appalto. Il pubblico ufficiale gonfia il prezzo pagato per un certo bene in cambio di una tangente. Lo “spreco passivo”, al contrario, è tale che la sua presenza non avvantaggia chi decide per la Pubblica Amministrazione. Tra le sue varie cause possiamo annoverare: l’assenza di competenze, nonché il basso grado d’incentivazione da parte dei funzionari pubblici per ridurre al minimo i costi dei beni oggetto d’acquisto. Un’altra potenziale fonte dello spreco passivo, sgorga dall’eccessivo onere di regolamentazione e di sovraccarico burocratico, tale da rendere la fornitura di merci e la prestazione di servizi nelle gare d’appalto più costosi/e rispetto alla media di mercato. Il campo d’analisi dei tre ricercatori perimetra il trattamento di dati che contengono informazioni molto dettagliate sui singoli acquisti di 21 prodotti generici, quali stampanti, benzina e vari materiali di consumo forniti a 208 Enti pubblici italiani tra il 2000 e il 2005. Ciascun acquisto include la quantità, la marca, il modello, le caratteristiche, le condizioni di fornitura e, cosa più importante, il prezzo pagato. I dati hanno due caratteristiche principali. In primo luogo, le merci campione sono standardizzate e acquistate dalla maggior parte degli Enti pubblici, ciò permette ai ricercatori di misurare gli sprechi intesi come la differenza di prezzo pagato per lo stesso bene nell’universo del settore pubblico. In secondo luogo, si osserva il comportamento degli Enti pubblici per quanto riguarda l’acquisto di beni diversi avvenuto in differenti scadenze temporali, sia quando sono attivi gli accordi CONSIP, sia quando non lo sono. Gli autori, dopo aver provveduto a calcolare una distribuzione multipla dei vari prezzi a parità di bene, si pongono immediatamente una domanda. Cosa sarebbe successo se quelle Amministrazioni pubbliche avessero comprato i vari beni e servizi non al prezzo migliore, ma solo al prezzo del decimo migliore su cento? Ebbene, considerato che tali acquisti incidono sull’8% del PIL, il risparmio sarebbe tra 1,6% e il 2,1% del PIL. Inoltre, sfatando quella ormai radicata convinzione che condanna la popolazione meridionale del nostro paese a essere più incline a comportamenti irresponsabili se non illeciti, il prof Valletti e i suoi collaboratori scoprono che le differenze tra gli Enti pubblici sono correlati con le caratteristiche istituzionali, piuttosto che con quelle inerenti alla geografia o alla dimensione. Gli Enti di secondo livello, le università e le agenzie sanitarie pagano normalmente prezzi più bassi. Rispetto a questi ultimi, le Autorità municipali spendono il 13% in più. I governi regionali il 21%; le istituzioni di sicurezza sociale il 22%; mentre l’Amministrazione centrale è in cima alla lista con i prezzi del 40% più elevati. Ma c’è dell’altro. Siamo tutti portati a credere che nelle gare d’appalto per l’acquisto di beni e servizi per la PA regni l’immonda corruzione (spreco attivo). Ebbene, deludendo la vasta schiera di petulanti rappresentanti dei partiti anti sistema, i ricercatori ci ragguagliano che “our fourth finding is that, on average, at least 82% of estimated waste is passive” (la nostra quarta scoperta ci dice che in media almeno l’82% dello spreco stimato è passivo), ossia derivato da incompetenza, disorganizzazione funzionale e non da comportamenti illeciti. Anche se, pur utilizzando raffinati strumenti d’indagine statistica e econometrici, è assai difficile, a parer mio, distinguere una supposta “incompetenza” o assenza di responsabilità da fenomeni di piccolo malaffare, come il voto di scambio, il reciproco favore, il vantaggio familiare, la solidarietà di clan o quant’altro non molto dissimile. Ciononostante, se la malafede è presente in misura minore, allora ci dobbiamo porre il problema di come risolvere quello maggiore. Trasparenza in primis e un’adeguata formazione dei funzionari pubblici in Procurement Management possono risultare come soluzioni corrispondenti al caso preso in esame. Tuttavia, a parere dei ricercatori, tutto ciò non basta per superare la criticità, si renderebbe necessaria una forzata centralizzazione della spesa, mediante l’utilizzo di un’unica società di distribuzione, che per altro è già attiva da più di dieci anni, il cui acronimo è CONSIP. Infatti, l’attuale Governo in carica ha inserito nella nota Spending Review, approvata in via definitiva dal Parlamento del 7 agosto scorso, la centralizzazione degli acquisti di beni e servizi per le PA. Questa disposizione è contenuta nell’articolo 1 “riduzione della spesa di beni e servizi e trasparenza delle procedure”, laddove il ricorso al c.d. sistema CONSIP (come disciplinato nella L. 23 dicembre 1999 n. 488 art. 26 comma 3 e ss.mm.) è diventato obbligatorio per tutte le Amministrazioni pubbliche italiane di ogni ordine e grado.

Salvati dallo sperpero circa 2,3 miliardi di euro per i tempi a venire, il quesito che ci poniamo ora è: che cosa fare di questa somma così rilevante? Qui, ovviamente la mia opinione diverge da quella dei rigoristi. Il Governo italiano si è impegnato a rispettare il pareggio di bilancio, quindi è ipotizzabile che qualsiasi somma risparmiata venga utilizzata per compensare l’eccesso di deficit già nel 2013. Niente di più sbagliato. Tale risparmio deve essere impiegato interamente per la crescita. Ergo, bisogna necessariamente spenderli, ma lo si deve fare con intelligenza. Una tra le tante ipotesi potrebbe essere quella di creare un equity fund che partecipi direttamente alla dotazione di capitale iniziale di rischio per le start-up italiane, favorendo così la nascente imprenditoria e di conseguenza la riduzione della disoccupazione, in particolare quella giovanile. La Francia si sta muovendo nella giusta direzione con la costituzione della Banque publique d’investissement, la Germania possiede già da tempo un’istituzione pubblica analoga, la KfW Bankengruppe; oppure qualora convenisse scegliere una soluzione “a pronti”, quel gruzzolo annuale, così saggiamente risparmiato, potrebbe sanare i crediti arretrati che le PMI (attualmente in forte deficit di liquidità), vantano nei confronti dell’Istituzioni pubbliche. In questo momento recessivo i tagli a vantaggio dell’idolatria del pareggio non sono indispensabili.  Se sarà il caso, si faranno solo a crescita confermata, diversamente chiedetevi come faremmo ad avviarla.

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