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I Pentiti

8 novembre 2012

L’autunno si sta annunciando come la stagione dei pentimenti. Fa debito atto di contrizione l’ex Presidente del Consiglio, il quale si scusa per non aver sottovalutato i prodromi di una crisi che nel proseguo si sarebbe materializzata con tutta la sua virulenza. Lo imita il suo ex Ministro dell’Economia che, a capo di una nuova formazione politica, se la prende con i tetragoni tedeschi, rei d’avergli imposto la firma anticipata del pareggio di bilancio, anche se vi sono forti dubbi che possa avvenire entro il 2013. Si rammarica anche il Sindaco di Firenze dispiaciuto d’aver elogiato in modo sperticato all’inizio della sua campagna per le primarie l’attuale Primo Ministro, per poi tacciarlo di essere “un uomo senz’anima”, ossia completamente avulso dalla realtà dei fatti. E che fa il nostro segretario nazionale del partito, per giunta anch’egli candidato? Si adegua alla tattica di Quinto Fabio Massimo, detto il Temporeggiatore. Capita perfino che il nostro Capo del Governo sia stato colto in un attimo d’umana debolezza, quando sull’onda della depressione che si sta profilando nel nostro paese (e non solo) dalla quale può sorgere il serio rischio di una montante avventura “anti-sistemica”, affermi che finalmente sta intravedendo una flebile luce alla fine del tunnel. Sarà forse la “fata fiducia”? “Nein”, lo rimbrotta la Merkel, “weitere fünf Jahre des Leidens, lieber Mario (altri cinque anni di sofferenza, caro Mario)”.

Si pente anche il CEO della Fiat che si rimangia un piano di 20 miliardi d’investimenti privati. Pare che egli, fulminato sulla strada di Damasco, si sia immediatamente convertito al credo keynesiano. Trapela, che nel corso dei suoi rapimenti estatici continui a ripetere ossessivamente la stessa frase “Lula, Obama mi hanno dato i soldi, Hollande eroga 7 miliardi di euro alla Peugeot e a me in Italia nisba. Beh, per ora mi trattengo gli ostaggi, con il tempo si vedrà. Prima o poi capiranno!” Ma la FIOM? “La FIOM? Che m’importa della FIOM, io voglio le palanche!”.

Tra i pentiti ci mettiamo anche tutti coloro che per strafare non hanno seguito le indicazioni del FMI riguardo alla riduzione del debito pubblico. Mi riferisco a quelle decisioni di politica economica che Krugman chiama “la moda dei tagli” in attesa dell’arrivo della “fata fiducia”. Nell’ultimo “World Economic Outlook” del FMI, http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2012/02/pdf/c1.pdf pubblicato questo mese, Olivier Blanchard, il suo capo economista, e Daniel Leigh, verificano quanto siano state attendibili le loro passate previsioni consigliate in materia di consolidamento fiscale. Da questo documento si evince che i dati relativi alle valutazioni anticipate redatte dal FMI nell’anno 2010 inerenti ai tagli dei costi suggeriti in misura del 1% sul PIL, in generale per le 28 economie ricche prese in esame, non hanno prodotto la stimata crescita di circa un punto percentuale. I due studiosi affermano che i moltiplicatori fiscali impiegati sembrano essere stati tra lo 0,9 e l’1,7, anziché la cifra dello 0,5 caldeggiata dal Fondo sin dal profilarsi della recessione. Ciò significa che, allo stato attuale, alcuni dei 28 paesi monitorati si trovino a dibattersi all’interno di un quadro economico peggiore rispetto alla situazione di partenza, per giunta aggravato da un minor miglioramento delle finanze pubbliche. La conclusione del panel è assai ovvia: è vero che il rapido stringere della cinghia può ridurre il deficit, ma è altrettanto vero che un suo eccesso danneggi la crescita più di quanto il Fondo abbia previsto. Ma no! Per caso, tra quelli che avrebbero esagerato ci sarebbe anche qualche tecnico di casa nostra? Non ci è dato saperlo.

Più radicali ed altrettanto più preoccupanti sono le valutazioni espresse da Jonathan Portes, il precedente consigliere economico del binomio Blair/Brown, nonché attuale direttore del National Institute of Economic and Social Research, uno dei più apprezzati istituti di ricerca economica e sociale d’oltre Manica con sede a Londra. In verità, il NIERS, non deve fare atti di ammenda, poiché sin dallo scoppio della crisi, questo consultancy body ebbe sempre una posizione moderatamente critica nei confronti di coloro che si auguravano una rapida e indiscriminata falcidia delle spese pubbliche. Nel dettaglio, ciò che distingue l’analisi di Portes e di Holland rispetto a quella di Blanchard consta in primo luogo nella diversità del campo d’osservazione (più ristretto per il primo EU/€, più ampio per il FMI); in secondo luogo vi è una discordanza in merito alla stima econometrica dei cosiddetti “moltiplicatori fiscali” , infatti, Portes e Holland ritengono che i Governi UE ne abbiano adottati di ben più alto valore numerico (anche se nel suo panel non ne fa menzione) di quanto li stimino attualmente gli studiosi del FMI. Addirittura!

Un moltiplicatore fiscale descrive la variazione del PIL, che è dovuta a un cambiamento di tassazione e relativa riduzione della spesa. Un moltiplicatore di 1,5, per esempio, significa che € 1 di tagli alla spesa riduce il PIL di € 1,50; un moltiplicatore di 0,5 significa un taglio di € 1 della spesa riduce il PIL di solo 50 centesimi. Su questo argomento si espresse con cautela e con un pizzico d’inquietudine anche la settimanale Bibbia dell’economia liberal, il The Economist del 27 Ottobre scorso. ”I moltiplicatori lavorano nei due sensi: nel corso della recessione gli esperti litigavano quale vantaggio economico si sarebbero aspettati da un euro versato come stimolo. Ma ora è l’impatto dell’austerità che preoccupa la gente. Un semplice esempio illustra l’importanza del moltiplicatore. Prendete una crescita economica pari a 1,5% di un anno e con un disavanzo pubblico di bilancio pari all’1% del PIL. Se il moltiplicatore è 2, tagli alla spesa sono abbastanza grandi per ripianare il deficit anche se producono un calo del PIL per l’anno in cui tagli hanno effetto. In modo doloroso l’economia chiude l’anno con un più alto debito pubblico in rapporto al PIL rispetto alle condizioni di partenza. Un moltiplicatore al di sotto di 1,5 invece indica una crescita lenta e un livello di indebitamento più basso alla fine anno.” Sappiamo che tipo di moltiplicatore è stato utilizzato dal nostro Governo in carica? A giudicare dai tagli secondo la stima di Portes e Holland il suo valore sarebbe molto alto. Se fosse così, ne sarebbe proprio valsa la pena visto le conseguenze? Si poteva adottare una strategia più a lungo termine meno assecondante nei confronti della posizione intransigente sostenuta dai tedeschi? I quali, per giunta, avrebbero avuto molto più da perdere rispetto ai partner mediterranei in caso di fallimento dell’euro.

Ora “tuffiamoci” nelle considerazioni finali di Portes e Holland: “ Questo documento suggerisce che se si tiene conto del grande impatto dovuto al consolidamento fiscale in un’economia depressa, e il suo effetto di ricaduta in modo coordinato tra quasi tutti i paesi dell’Unione Europea, i moltiplicatori fiscali saranno davvero molto elevati, a cui seguirà un maggior impatto (negativo) sulla crescita. L’implicazione diretta è che le politiche perseguite dai paesi dell’UE nel recente passato hanno avuto effetti perversi e dannosi. Le nostre simulazioni suggeriscono che il contemporaneo consolidamento fiscale, non solo ha avuto sostanzialmente un impatto negativo sulla crescita più del previsto, ma nella realtà ha avuto l’effetto di aumentare anziché ridurre il debito e il PIL, proprio come alcuni critici hanno sostenuto (scenario 2). Non solo la crescita sarebbe stata superiore se tali politiche non fossero state svolte (scenario 1), ma il debito e PIL sarebbero stati inferiori. Dato che l’Unione Europea è stata istituita in parte per evitare appunto problemi del tipo riconducibile al “dilemma del prigioniero” – il classico effetto delle politiche economiche coordinate – è particolarmente ironico che ora si verifichi l’esatto contrario. La politica attuale non pare proprio un ottimo coordinamento, essendo essa più simile a un patto suicida”. Ma no!

E quali sono le loro simulazioni? E come giungono a tali conclusioni? Portes e Holland anticipano due scenari. In una prima stesura avevo riportato tutte le premesse, poi ho deciso che si correva inutilmente il rischio di descrivere un’ipotesi troppo specialistica, quindi vi allego solo il link :http://www.voxeu.org/article/self-defeating-austerity

La tabella 1 riporta la stima dell’impatto dei programmi di risanamento programmati in Europa sul PIL prendendo in esame i due precedenti scenari, mentre la tabella 2 riporta l’impatto sul debito e PIL. Questi scenari sono stati elaborati con tutti i paesi, il cui consolidamento è avvenuto contemporaneamente, per catturare gli effetti di ricaduta delle politiche tra i paesi.

Tabella 1 . Impatto dei programmi di consolidamento sul PIL

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Figura 1 . Impatto di consolidamento indice del debito pubblico, 2013

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Secondo questo studio, in presenza di manovre fiscali contemporanee all’interno dell’area euro, un programma di risanamento (tagli + tasse) ritenuto dai due autori pari al 5% del PIL (caso Italia) – quindi per una somma stimabile intorno agli 80 miliardi di euro in tre anni (2011-2013) (importo presumibile) – comporterebbe una diminuzione del PIL annuale nel nostro paese rispettivamente del 0,7 nel 2011, 2,6 nel 2012 e 4,1 nel 2013 (vedi tabella). Se fosse vera l’ipotesi di Portes e Holland il 2013 per noi sarebbe nientemeno che una catastrofe. Dobbiamo credergli? Gli indicatori del 2011 e 2012 sono stati in parte sovra stimati (2011 + 0,4% , 2012 – 2,3%, mentre per il 2013 l’ISTAT prevede un calo intorno allo – 0,5%). Tuttavia, gli attuali indicatori macroeconomici per il prossimo anno (forte aumento della disoccupazione e diminuzione verticale dei consumi) non annunciano scenari confortanti. Con ogni probabilità il dato (ISTAT) del 2013 dovrà essere corretto al ribasso, anche se la situazione politica si dovesse avviare verso la normalità.

Chi non dovrà pentirsi è Barack Obama, per altro l’unico Capo del governo finora rieletto dopo la bufera economica che ha sconvolto il mondo intero. Obama, durante il suo mandato scelse di privilegiare la crescita anziché optare per l’austerità. Egli avrà anche il tempo per occuparsi del debito (fiscal cliff) e probabilmente lo farà in un contesto economico entro il quale le classi più deboli non dovranno pagare un prezzo così elevato come sta ora accadendo per le omologhe europee. Per noi, al di qua dell’Atlantico auspichiamo che gli Stati che compongono la UE (in particolare la zona euro) si orientino a adottare vere politiche d’integrazione economica, sociale e culturale; concepiscano un nuovo ruolo della BCE (prestatore di ultima istanza); concedano una maggiore legittimazione del Parlamento europeo; ma soprattutto respingano  ogni tentativo egemonico. Come ha affermato recentemente il tedesco Joschka Fischer, l’ex Ministro degli Esteri del precedente governo Schröder: “la Germania ha già provveduto a distruggere l’Europa per due volte nel corso degli ultimi cento anni, mi auguro che non accada per la terza.”

Franco Gavio

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