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The Economist, Obama o Romney, quale dei due: il meno peggio, Barack Obama

3 novembre 2012

Nel corso della notte tra il 6 e il 7 Novembre prossimo sapremo chi sarà il prossimo Presidente degli Stati Uniti: se l’attuale inquilino della Casa Bianca dovrà sloggiare per fare subentrare il nuovo locatario il miliardario Mitt Romney. Forse, il più atteso endorsement (approvazione) per Barack Obama è arrivato pochi giorni or sono. Dico “atteso”, poiché il settimanale londinese The Economist, che ha una tiratura di oltre un milione di copie, di cui circa la metà vendute negli USA, si rivolge proprio a quel settore da cui sono piovuti giudizi poco lusinghieri riguardo alla gestione della politica economica, soprattutto domestica, condotta in questo ultimo quadriennio dal valente avvocato di Chicago. Se dovessi sintetizzare in poche parole il parere dell’autorevole periodico britannico non mi rimarrebbe altro che utilizzare l’abusata frase un po’ arrendevole e un po’ consolatoria del “meno peggio”. Tra due delusioni, sentenzia il The Economist, noi votiamo per Barack Obama. Sennonché, non crediate che il risultato elettorale, qualsiasi esso sia, non abbia effetto sull’attuale politica Europea e di conseguenza sullo stato di crisi in cui si dibatte il nostro paese. Qualora dovesse continuare la politica economica espansiva del duetto Obama-Bernanke, sebbene in futuro gli USA dovranno forzatamente giustapporle un più attento monitoraggio della spesa pubblica, la Germania dovrà farsene una ragione. L’effetto della riconferma produrrà quasi sicuramente l’allentamento della morsa rigorista teutonica nei confronti dei “reprobi” meridionali, poiché la politica e l’imprenditoria tedesca al cospetto di un nuovo quadriennio democratico americano non avrebbero il coraggio di opporsi ai sicuri e ricorrenti inviti statunitensi affinché l’Europa diventi più stabile meno pericolosa per l’equilibrio economico mondiale e soprattutto soggetta a essere dilaniata da temibili rotture sociali. E, se dovesse accadere il contrario? Beh, auguriamoci che non succeda, accomuniamoci all’auspicio del The Economist: che vinca nuovamente Barack Obama.

Vi auguro una buona lettura dell’editoriale “Which one?”  (Quale) pubblicato il 3 Novembre.

fg

  

Quale?

L’America potrebbe fare meglio di (ciò che fece) Barack Obama, purtroppo, Mitt Romney non è adatto all’incarico

 Quattro anni fa, il The Economist ha sostenuto con entusiasmo Barack Obama per la Casa Bianca. Così hanno fatto milioni di elettori. Gli americani la prossima settimana andranno a votare con meno speranze. Così (almeno con lo spirito) lo farà questo settimanale londinese. Dopo aver sopportato una campagna elettorale miseranda, ora il paese più potente del mondo deve prendere delle decisioni molto più difficili rispetto a quelle di quattro anni fa. Tutto ciò è da attribuire alla deplorevole campagna di Obama. Un uomo che, tempo addietro aveva personificato la speranza e il centrismo, è scivolato ai minimi termini, sfoderando feroci attacchi contro Mitt Romney ancor prima della primarie repubblicane. Tuttavia, le elezioni ci impongono una scelta, affinché qualcuno sia deputato a governare un paese. E questa scelta si focalizza su due domande: in che modo Obama è stato un buon Presidente specialmente nel trattare le principali questioni inerenti l’economia e la politica estera? E l’America può davvero fidarsi della costante volubilità di Mitt Romney, tale da sperare che faccia un lavoro migliore? Considerando questi due argomenti, il democratico merita, seppur con il minimo scarto, di essere rieletto.

Un bimbo sostituito da un altro

Il primo mandato di Obama è stato non uniforme. In economia, l’argomento più forte a suo favore è semplicemente il fatto che egli ha fermato la deriva prima che diventasse peggiore. Quando ha assunto la Presidenza, l’America era in una spirale economica discendente, con le sue banche e le sue case automobilistiche in gravi difficoltà e con un aumento della disoccupazione al ritmo di 800.000 posti di lavoro perduti al mese. Le sue risposte furono l’erogazione di aggressivi stimoli che fruttarono il salvataggio della General Motors e della Chrysler. Inoltre, sottopose le banche a un ragionevole stress test, costringendole a ricapitalizzarsi (a tal punto che ora sono molto più solide rispetto alle loro omologhe europee). In questo modo Obama ha contribuito ad evitare la depressione. Questo è un messaggio difficile da vendere sulla soglia di casa quando la crescita è lenta e l’occupazione è scarsa, sebbene queste decisioni riceveranno un consenso dalla storia, così come anche da noi. Altre due cose contano nel bilancio a suo favore. La prima è la conduzione della politica estera, la quale gli è stata tramandata al pari di una scoraggiante eredità. Obama ha riorientato la “guerra al terrore” di George Bush verso la caccia ai terroristi con l’uccisione di Osama bin Laden, con il rafforzamento degli attacchi dei droni, (forse troppo liberamente) e infine, con il ritiro dei soldati dall’Iraq e dall’Afghanistan (in entrambi i casi troppo velocemente per i nostri gusti). Dopo un inizio traballante con la Cina, la diplomazia americana ha ritenuto necessario rivolgere il proprio sguardo verso l’Asia. Al contrario, egli ha fatto il passo più lungo della gamba sia in riguardo al conflitto israelo-palestinese sia nei confronti del suo “reset” con la Russia. L’Iran ha continuato il suo preoccupante percorso verso le armi nucleari. Tutti questi problemi avrebbero potuto essere previsti, eccetto quello inerente la primavera araba. In quella circostanza, Obama poteva puntare alla cacciata dei tiranni dall’Egitto e dalla Libia, ma è stato costretto a seguire gli eventi, piuttosto che dar loro forma e infine come non mai ha subito la carneficina attualmente ancora in corso in Siria. Rispetto, per esempio, a George Bush senior, che ha gestito la fine della guerra fredda, questo distaccato e disimpegnato Presidente non è stato un maestro in diplomazia, ma se lo confrontiamo con il giovane Bush, Obama ha dimostrato sicurezza. La riforma sanitaria è stata l’altra importante finalità. Anche per questo giornale, senza amore per il grande governo, il fatto che oltre 40 milioni di persone non avessero la copertura sanitaria in un paese ricco come l’America era uno scandalo. L’Obamacare lo correggerà, ma Obama fece molto poco per occuparsi degli altri difetti che limitano un sistema appesantito dai suoi costi enormi e insostenibili. Si arrese troppo al potere della sinistra dei Democratici al Congresso. Allo stesso modo si comportò per la gigantesca riforma di Wall Street (Dodd-Frank). L’Obamacare ha generato un groviglio di burocrazia, lasciando questa incombenza al mondo degli affari. E’ da qui che nascono i nostri dubbi su Obama. In molti decenni, nessuna amministrazione come la sua ha avuto un così povero apprezzamento dal mondo degli affari. I Democratici precedenti, in particolare Bill Clinton, aumentò le tasse, ma capì anche il capitalismo. Bastonare il business parve una seconda natura per molti suoi collaboratori. Se ha nominato alcune persone decenti per il suo Cabinet, Hillary Clinton al Dipartimento di Stato, Arne Duncan all’educazione e Tim Geithner al Tesoro, la stessa Casa Bianca troppo spesso sembrava avere una mentalità ristretta e orientata a sinistra. Benché, l’ostruzionismo dei repubblicani al Congresso è stato certamente una scusa conveniente per molti fallimenti della Presidenza, egli deve anche assumersi qualche colpa. Purtroppo, Obama passa poco tempo a relazionarsi con persone che sono in disaccordo con lui. Delle 104 partite di golf che il Presidente ha giocato nel corso del suo mandato, solo uno era con un membro del Congresso repubblicano. Soprattutto, Obama non ha mostrato disponibilità ad affrontare il principale problema domestico a cui dovrà dedicarsi il prossimo Presidente: l’America non può continuare a tassare come fa un governo “piccolo” ma spendere come uno grande. Obama è entrato in carica promettendo di porre fine “alla nostra cronica abitudine di evitare decisioni difficili” come la riforma delle finanze. Per poi ritirarsi in fretta, nello stesso modo in cui si è comportato per il cambiamento climatico e in materia di immigrazione. Disgraziatamente, ha ignorato i suggerimenti della commissione bipartisan Bowles-Simpson, che lui stesso ha creato, sul deficit federale. Più significativamente, non è riuscito a stabilire un piano credibile per quello che farà nei prossimi quattro anni. In pratica, la sua intera campagna è stata spesa per attaccare Romney, sempre per la sua ricchezza e per il suo successo negli affari.

I molti Mitt fanno un pasticcio

Le carenze di Obama avrebbero lasciato ampio spazio per un repubblicano pragmatico, in particolare per uno che potrebbe risanare il bilancio e rivedere l’apparato di governo. Tale candidato guizzò brevemente sugli schermi televisivi nel primo dibattito presidenziale. Questo giornale voterebbe per quel Mitt Romney, così come lo farebbe per quel Romney che gestiva il democratico Massachusetts in modo bipartisan (anche sperimentando il progetto di Obamacare). Il problema è che ci sono un sacco di Romneys e tutti si sono impegnati in molte cose pericolose. Prendiamo ad esempio la politica estera. Nei dibattiti Romney concorre vicino al Presidente su quasi ogni questione. Ma altrove, egli ha più volte intrapreso una linea più bellicosa. In alcuni casi, come la Siria e la Russia, questo giornale si augurerebbe una posizione più determinata. Ma il signor Romney sembra troppo pronto a bombardare l’Iran. Inoltre, è crudelmente sbagliato il modo acritico con cui sostiene Israele nella sua convinzione che “i palestinesi non vogliono la pace”. La bellicosità potrebbe iniziare con il primo giorno della sua Presidenza, avendo promesso di includere la Cina nella lista dei manipolatore di valuta. Una provocazione inutile che potrebbe facilmente degenerare in una guerra commerciale. Oppure, prendiamo il caso della riduzione del deficit e della riforma del governo americano. Qui, c’è ciò che ci piace di più in Romney. In genere, egli crede a una forma di Stato più ridotta con cui siamo d’accordo. Sarebbe intenzionato a circoscrivere il peso della burocrazia così come fa il suo compagno di candidatura, Paul Ryan, che ha avuto il coraggio di affrontare la necessaria riforma dei programmi assistenziali. Tuttavia, lungi dall’essere la voce della prudenza fiscale, Romney vuole iniziare con enormi tagli delle tasse (in modo sproporzionato a favore dei ricchi), aumentando drasticamente, nel contempo, le spese per la difesa. L’insieme di tali misure dovrebbero comportare un aumento di 7 trilioni dollari addizionati ai precedenti dieci anni di deficit. Egli compenserebbe le spese attraverso la soppressione di alcune scappatoie fiscali (eliminarle è una buona idea, anche se non specifica quali) e attraverso tagli selvaggi ai programmi che aiutano gli americani poveri (una cattiva idea, che consentirà l’aumento ulteriore delle disuguaglianze). Almeno Obama, anche se ha preso le distanze dalla commissione Bowles-Simpson, ha messo in chiaro che qualsiasi soluzione a lungo termine deve coinvolgere sia la riforma dei diritti sia l’aumento delle tasse. Romney è ancora nel regno dell’utopia quando pensa che si può fare tutto quanto attraverso i tagli della spesa: il repubblicano ha anche respinto un rapporto che consisteva nel taglio di dieci parti di spesa a fronte di una sola parte d’aumento della fiscalità. Sostenere il business è importante, ma mettere in equilibrio i valori macroeconomici lo è ancora molto di più. I più ragionevoli sostenitori di Romney, spiegano che le sue politiche fiscali sono da considerarsi come una “necessaria spazzatura”, inventate per convincere i fanatici che hanno votato alle primarie repubblicane: il grande voltafaccia, essi sostengono, non ha significato. Naturalmente, egli sa che, nelle attuali circostanze, nessuna persona sana di mente incrementerebbe la spesa per la difesa. Essa dovrebbe scendere al di sotto del 3% del PIL dall’attuale 4%. Ovviamente, il Presidente Romney firmerebbe un accordo che aumenti il gettito fiscale complessivo, pur tagliando le aliquote fiscali.

Faresti meglio a credere in lui

Tuttavia, anche se si accettasse che la Romneynomics può essere più calcolabile in pratica di quanto non lo sia in teoria, è molto più difficile immaginare che egli inverta del tutto la rotta. Quando i politici vengono eletti tendono a fare molte cose che hanno promesso durante le loro campagne elettorali. Il nuovo Presidente francese François Hollande, notoriamente ritenuto arrendevole, si suppose che fosse troppo pragmatico per introdurre l’aliquota massima fiscale del 75%, eppure sta proseguendo con le sue intenzioni. Dato che non siamo stati ingannati dalla sinistra francese, non vediamo alcuna ragione per cui la destra americana debba essere più flessibile. Romney, come Hollande, avrà il suo partito alle spalle da assecondare. In effetti, l’estremismo del suo partito è il più grande handicap di Romney. Anche i democratici hanno una loro frangia implacabile: guardate i sindacati degli insegnanti. Ma i repubblicani sono diventati un partito di Torquemada, costringendo i rappresentanti a firmare impegni a non aumentare le tasse, a cestinare il Presidente della Federal Reserve e ad abbracciare un approccio sempre più di tipo sudista verso la politica sociale. Sotto la presidenza di Romney, i nuovi giudici conservatori della Corte Suprema cercherebbero di rovesciare la sentenza Roe v Wade, restituendo la politica dell’aborto agli Stati. I diritti degli immigrati (che hanno appena avuto riconoscimento sotto la presidenza di Obama) e quelli dei gay sarebbero minacciati. Questo giornale anela un conservatorismo più tollerante alla Ronald Reagan, dove un “piccolo governo” significava mantenere fuori lo Stato dalle personali camere da letto, nonché dalle loro aziende. Romney non mostra alcun segno di volerlo far rivivere.

Il diavolo che conosciamo

Ci auguriamo vivamente che qualunque di questi due candidati vinca l’ufficio di Presidenza ci dimostri che il nostro pessimismo era sbagliato. Una volta alla Casa Bianca, forse il nostro immaginario Romney diventerà quella realtà che porta alla soluzione la proposta bipartisan per rimodellare governo americano, con il suo Vice presidente in grado a tenere al loro posto le teste calde del partito repubblicano. Per converso, un rieletto presidente Obama potrebbe imparare dai suoi errori, ripulire la Casa Bianca, ascoltare gli uomini d’affari e lasciandogli un retaggio più felice di quello verificato dopo un solo termine. Entrambi gli uomini hanno la capacità di dare il meglio di sé stessi, ma il fatto triste è che nessuno dei due candidati ha fatto una campagna basata su questi programmi. Di conseguenza, questa elezione offre agli elettori americani una scelta poco edificante. Molti lettori del The Economist, specialmente quelli che sono impegnati nel business in America, possono ben concludere che nulla potrebbe essere peggio di altri quattro anni di Obama. Ci permettiamo di dissentire. Per tutto ciò che Romney possa offrire come interessante per il mondo delle imprese, il candidato repubblicano ha un piano economico che funzionerebbe solo se non si crede alla maggior parte delle cose che dice. Questo non è un passo convincente per chi rivesta in un’impresa la carica di direttore generale. E con tutti i suoi difetti, Obama ha trascinato l’economia americana fuori dal baratro del disastro, inoltre ha fatto un lavoro decente in politica estera. Quindi, questo giornale è ancorato al diavolo che conosce, e lo rieleggerebbe.

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