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I Miti dell’austerità

24 ottobre 2012

Noto con soddisfazione che i massimi vertici della segreteria del PD locale pongono all’attenzione, anche se con qualche colpevole ritardo, le tesi del premio Nobel 2008 dell’economia Paul Krugman. Il quale, con Joseph E. Stiglitz (anch’egli Premio Nobel 2001) e – pur con approcci diversi – Ben Bernanke (Chairman della FED), Sir Mervyng King (Bank of England) e Scott Sumner, affronta la questione del supposto eccesso del debito pubblico rispetto al PIL nazionale.  Questi, sia dal punto di vista teorico sia da quello pratico, a fronte di una crisi di proporzioni planetarie, ci indussero a riflettere quanto fosse stato insensato procedere nella direzione di una politica economica orientata esclusivamente al taglio delle spese e all’aumento dell’estrazione fiscale, senza aver provveduto anticipatamente alla stesura di un serio progetto che avviasse la crescita, nonché a favorire una salda difesa dai “vigilantes obbligazionari” da parte della Banca Centrale. A questa concezione restrittiva conservatrice tedesca, il Governo Italiano in carica, ma non solo, non fu in grado, anche per la sua natura “tecnica”, di controbattere con una proposta politica alternativa che smontasse questo meccanismo infernale, il quale è tuttora cagione di una futura depressione per il nostro paese con il rischio che si producano e in modo irreparabile seri strappi sociali, nonché l’ingrassamento di pericolose politiche anti-sistema. Ora, entrambi i principali candidati PD delle primarie di coalizione, cercano – uno, per la verità, assai spudoratamente – di correggere il loro precedente entusiasmo verso quello che venne pomposamente definito come il “salvatore della patria”.

Riporto e traduco uno dei più famosi post di Paul Krugman, dal suo altrettanto noto blog sul NYT “The coscience of a liberal” (La coscienza di un liberale), scritto in tempo non sospetto il 1 luglio del 2010.

fg

 Il Miti dell’austerità

di Paul Krugman

Quando ero giovane e ingenuo, credevo che le persone di una certa importanza prendessero le loro posizioni mediante un’attenta valutazione delle opzioni. Ora, posso dire di conoscere meglio questo comportamento. Molto di ciò che le persone serie credono poggia su pregiudizi e non su delle analisi. Questi pregiudizi sono soggetti a mode e a tendenze. Il che mi porta al tema dell’editoriale di oggi. Negli ultimi mesi, io ed altri abbiamo guardato, con stupore e orrore, l’emergere di un consenso negli ambienti politici a favore di immediata austerità fiscale. Questo è, in qualche modo, diventato quel senso comune che ci dice che è giunto il momento di tagliare la spesa, nonostante il fatto che le economie più importanti del mondo rimangono profondamente depresse. Questa saggezza convenzionale non si basa né su prove né su di un’attenta analisi. Al contrario, converge su ciò che potremmo chiamare caritatevolmente la pura speculazione e meno caritatevolmente il frutto della fantasia dell’élite politica. In particolare, sulla credenza in ciò che, a pensarci bene, s’intende come per un verso  l’invisibile “vigilante” sulle obbligazioni e per l’altro la “fata fiducia”.

I ”Vigilantes obbligazionari” sono investitori che staccano la spina ai governi che percepiscono come incapaci o che non vogliono pagare i loro debiti. Ora, non c’è dubbio che i paesi possono attraversare crisi di fiducia (vedi Grecia, debito). Ma quello che i sostenitori dell’austerità rivendicano è che (a) i “vigilantes obbligazionari” sono in procinto di attaccare l’America; (b) a tal punto che l’accenno a una politica di moderati stimoli li farebbe attivare. Che ragione abbiamo di credere che tutto questo sia vero? Sì, l’America ha problemi di bilancio, ma ciò che facciamo sugli stimoli nei prossimi due anni non ha quasi alcun rapporto con la nostra capacità di affrontare questi problemi nel lungo periodo. Come Douglas Elmendorf, il direttore del Congressional Budget Office, ha detto di recente: “Non c’è nessuna contraddizione intrinseca tra fornire ulteriore stimoli fiscali oggi, mentre il tasso di disoccupazione è alto e molte fabbriche e uffici sono sotto utilizzati, per poi imporre politiche di rigore fiscale per diversi anni, quando la produzione e l’occupazione sarà probabilmente vicino al loro potenziale”. Tuttavia, non manca che qualcuno ci ricordi ogni mese che passa che i “vigilantes obbligazionari” sono arrivati e quindi dobbiamo imporre l’austerità ora, ora, ora per placarli. Tre mesi fa, un lieve balzo all’insù dei tassi di interesse a lungo termine è stato accolto con isteria: “I timori debito spingono i tassi verso l’alto”, era il titolo del The Wall Street Journal, anche se non vi era alcuna prova concreta di queste paure, e Alan Greenspan disse che il loro lievitare era pari alla funzione che ha un “canarino nella miniera”. Da allora, i tassi a lungo termine sono nuovamente precipitati. Lungi dal fuggire dal debito pubblico degli Stati Uniti, gli investitori evidentemente lo vedono come la loro scommessa più sicura in un’economia mondiale traballante. Ma i sostenitori dell’austerità ancora ci assicurano che “vigilantes obbligazionari” attaccheranno da un giorno all’altro a meno che non si tagli immediatamente la spesa. Ma non preoccupatevi: i tagli alla spesa possono ferire, ma sarà la “fata fiducia” a togliere il dolore. “L’idea che le misure d’austerità potrebbero innescare stagnazione non è corretta”, così ha dichiarato Jean-Claude Trichet, il Presidente della Banca Centrale Europea, in una recente intervista. Perché? Perché “le politiche che ispirano fiducia favoriscono e non ostacolano la ripresa economica”. Qual è la prova per la convinzione che la contrazione fiscale è in verità espansiva, perché migliora la fiducia? (A proposito, questo è proprio la dottrina esposta da Herbert Hoover nel 1932.) Beh, ci sono stati casi storici di tagli alla spesa e aumenti delle tasse seguiti da crescita economica. Ma, per quanto posso dire, ognuno di questi esempi dimostra, a ben guardare, essere il caso in cui altri fattori hanno compensato gli effetti negativi dell’austerità. Fattori che potrebbero non essere nella partita odierna. Per esempio: il periodo irlandese di austerità con crescita nel 1980 dipendeva da una drastica variazione dal deficit al surplus commerciale e ciò non è certo una strategia che qualcuno possa perseguire contemporaneamente. Gli attuali esempi di austerità sono tutt’altro che incoraggianti. L’Irlanda è stata un “buon soldato” in questa crisi, attuando tagli selvaggi alla spesa. La ricompensa è stata una tale depressione di pare valore ad un forte crollo. Per di più, i mercati finanziari continuano a trattarla come se fosse a rischio di default. Altri “buoni soldati”, come la Lettonia e l’Estonia, hanno fatto anche peggio. Tutte le tre nazioni citate, che ci crediate o no, hanno avuto un crollo peggiore della produzione e dell’occupazione di quanto è accaduto in Islanda, la quale è stata costretta, per la vastità della sua crisi finanziaria, ad adottare politiche meno ortodosse.

Così la prossima volta che sentirete il serioso riecheggiare da persone che spiegano la necessità di austerità fiscale, cercate di analizzare la loro tesi. Quasi sicuramente, scoprirete che quello che suona come un realismo ostinato si basa in realtà su un fondamento di fantasia, ovvero sulla convinzione che “vigilantes” invisibili ci puniranno se siamo cattivi e la “fata fiducia” ci ricompenserà se siamo a posto. E la politica, che opera nel mondo reale, si sta costruendo su queste fondamenta, compromettendo la vita di milioni di famiglie che lavorano.

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3 commenti leave one →
  1. 24 ottobre 2012 23:19

    Non penso vi sia una ricetta universale per governare il ciclo economico. Economie più dinamiche come quella americana allargano la forbice del PIL a scapito di una politica di austerity (ma il debito pubblico americano è una voragine che divora risorse pubbliche e private). Il modello europeo (non solo tedesco) è orientato su politiche di bilancio restrittive . L’Unione Europea nasce infatti per arginare debiti pubblici e inflazione nazionali fuori controllo e i famosi parametri di Maastricht sono le precondizioni per la creazione un mercato integrato e poi una federazione politica. A distanza di 20 anni siamo ancora al palo, e il ritardo nella costruzione di un sistema statuale ed economico europeo pregiudica anche le politiche economiche espansive di cui parla Krugman. La via stretta proposta da Monti per lo sviluppo in sede europea (scorporare le spese per investimenti dai vincoli comunitari, una politica di liberalizzazioni integrata a livello comunitario, l’armonizzazione delle politiche fiscali) sembra l’unica percorribile. In attesa che il processo d’integrazione europeo possa far nascere un bilancio federale degno di questo nome, capace non solo di arginare le crisi finanziarie, ma anche di promuovere una crescita sul medio e lungo periodo.

  2. francogavio permalink
    25 ottobre 2012 00:15

    Ti rispondo alla “Krugman”: The operation went perfectly, unfortunately the patient died!

  3. 25 ottobre 2012 14:57

    “…sul lungo periodo saremo tutti morti” 🙂

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