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Che cosa chiedere ai candidati delle primarie: l’avvio della crescita e i rapporti con la EU

15 ottobre 2012

Il secondo problema da sottoporre ai nostri candidati alle primarie riguarda l’avvio della crescita e i rapporti con la EU.

“Non si esce da una fase depressiva senza varare una politica economica espansiva che favorisca la crescita”. Si racconta che questo ritornello fosse ripetuto fino alla nausea da Ben Bernanke, l’attuale Chairman della FED americana, ai suoi studenti della Princeton University, prima che ricoprisse il prestigioso incarico nel 2006 su nomina di George W. Bush.  Affermazione che lascerebbe trasparire una vicinanza al pensiero di J.M. Keynes. Tutt’altro, Ben Bernanke è di fede repubblicana, lo si può considerare un “monetarista anomalo”, sebbene giunga alle stesse conclusioni dell’economista di Cambridge pur partendo da luoghi opposti. Lo strumento per “Big Ben” non è lo Stato, bensì la Moneta. A partire 2008 per contrastare la catastrofe finanziaria americana Bernanke vara una politica monetaria espansiva di due tipi: una convenzionale mediante la riduzione del tasso di sconto quasi a zero; l’altra di tipo “non convenzionale” attraverso cui egli disegna un percorso che finirà per mettere a soqquadro alcune libresche tesi di macroeconomia.

Il coraggioso professore di Princeton, nonostante le feroci critiche provenienti da alcuni ambienti del Partito Repubblicano, vara tre operazioni finanziare dette nel linguaggio economico di “quantative easing”, (la terza è stata annunciata alcuni settimane or sono) che tradotto con termini colloquiali significa: “stampare moneta” da distribuire sul mercato dell’economia reale mediante il circuito bancario. La FED ha acquistato e prevede di farlo fino al 2015 titoli di Stato Americani (Treasury Bill) e ABS (titoli garantiti da mutui) per una cifra immensa: 2,8 trilioni di dollari (fonte Washington Post, The Economist) contro versamento di denaro “fresco”. Se pensiamo che il PIL annuo americano si aggira intorno a 14,7 trilioni di $, l’esborso mensile della Banca Centrale Americana nell’arco di 7 anni si aggirerebbe intorno agli 85 miliardi di dollari. Più che “espansiva”, commentò il Washington Post, “diremmo esplosiva!” Ben Bernanke, il più affermato e competente studioso della Great Depression del 29, non vuole ripercorrere le decisioni dell’allora presidente Herbert Hoover, che nel corso della caduta dei titoli mobiliari, anziché “aprire” “restrinse” ogni fonte di credito causando la più spaventosa condizione di povertà e di degrado sociale che la storia degli USA abbia mai conosciuto. Con l’adozione di questa risoluta politica finanziaria di tipo espansivo gli obiettivi che si prefigge il Chairman della FED sono sostanzialmente quattro: 1) un po’ più denaro nelle tasche dei contribuenti per incentivare il consumo; 2) l’abbassamento del rendimento titoli Stato a cui si fa riferimento per l’accensione dei mutui immobiliari e dei prestiti in generale; 3) un rendimento al minimo di tali titoli per stimolare gli investimenti; 4) la diminuzione del valore del dollaro per favorire l’esportazione. Nonostante tutte le Cassandre, Bernanke vanifica una catastrofe epocale, stabilizza il dollaro, mette sotto coperta l’inflazione (al di sotto del 2%), fa lievitare il PIL (+ 2,1%) e la produzione industriale (+ 2,8%), riduce, seppur in modo lieve, la disoccupazione al di sotto dell’8% (Economist Unit) e forse con la sua determinazione  riuscirà anche a salvare la traballante poltrona di Barack Obama, il quale qualche “cialtroneria” di troppo la disse durante la campagna elettorale del 2008.

Pure gli USA sono oberati da un pesante debito pubblico federale che sfiora la quota del 100% del PIL, tuttavia la loro scuola di pensiero “liberal”, date le condizioni oggettive di crisi economiche e finanziarie, si orienta a ridurre il rapporto tra debito e PIL attraverso l’incremento della crescita al netto dell’inflazione. Insomma, detto con altri termini: prima crescere e poi potare le inefficienze della spesa. L’attuale concezione della politica economica tedesca, improntata a seguire i dettami della scuola austriaca, capovolge il precedente assunto: si taglia per poi crescere. Infatti, ciò che è stato stipulato a Maastricht nel 92, su forte pressione tedesca racchiude una differenza costituzionale tra la Fed e la Bce. La banca centrale americana ha l’obbligo di perseguire il pieno impiego, non solo di lottare contro l’inflazione. Certo, nel considerare i differenti approcci verso un eccesso d’indebitamento vi è da un aggiungere un elemento non di poco conto: mentre gli USA sono uno stato federale politicamente legittimato, le cui unità statuali che lo compongono sono soggette al trasferimento di parte della fiscalità all’unità centrale, la zona euro è da valutare come una confederazione di stati indipendenti ove, benché ogni singolo goda di una perfetta autonomia in materia di estrazione fiscale e non solo, come gli USA adotta una comune unità di valuta. Tuttavia, ciò non assolve il tenore punitivo fuori misura del luteranesimo e del calvinismo nord europeo.

La crisi economica e il successivo attacco dei mercati all’eccessivo indebitamento degli stati “deboli” europei ha disallineato i loro tassi di rendimento dei titoli pubblici rispetto a quelli dei paesi forti. Si è temuto per un attimo nel corso del 2° trimestre del 2011 la disintegrazione dell’area euro. Per prevenire gli esiti di una simile catastrofe l’intransigente Germania e i suoi alleati hanno posto ferree condizione di disciplina economica nei confronti dei “giocosi” mediterranei. Ci riferiamo ai famosi “compiti a casa”, che il governo Berlusconi, a malincuore, e poi il successivo “tecnico” hanno entrambi – in particolare nel secondo caso forse troppo pedissequamente – eseguito, intervenendo sia sul versante della spesa statuale sia su quello relativo all’aumento della tassazione. Gli effetti, a causa di ben cinque manovre finanziarie nell’arco di 18 mesi, sono stati choccanti per la popolazione e per l’economia italiana in generale: una immediata perdita del potere d’acquisto pro-capite; la caduta libera del PIL 2012: (- 2,6%) su base annua e benché l’attuale Governo si sforzi di farci credere a una sua risalita al – 0,7 nel 2013, le stime, prodotte da una autorevole fonte internazionale vengono continuamente ricalcolate al ribasso (- 3,3%) su base trimestrale (Economist Unit); inoltre, ciò che preoccupa maggiormente è il forte aumento della disoccupazione (11%). Nulla è valso il tentativo di Mario Draghi di porre argine allo spread, attraverso lo strumento del Longer Term Refinancing Operation, in sigla LTRO, immettendo liquidità nel sistema per circa 1 trilione di euro mediante il circolo bancario sotto forma di prestito a tasso agevolato con l’obbligo di restituzione a termine.

“Tecnicamente” la politica economica dell’attuale Governo è stato un successo. Con l’applicazione del decreto Salva Italia e la successiva Spending Review il saldo primario negativo del 2011 (- 0,1%) è stato riportato positivo con un avanzo di 15,6 miliardi di euro pari all’uno per cento del PIL (Il Sole 24 Ore). Addirittura nel 2012, si prospetta un avanzo doppio della Germania pari al 3,4% del PIL (Corte dei Conti). Con l’ultima manovra di “aggiustamento”, pur anch’essa recessiva, il governo dichiara di poter giungere finalmente al pareggio di bilancio nel 2013 al lordo degli interessi sul debito, la cui stima si aggirerebbe dai 68 ai 73 miliardi di euro. A questo primo atto del Fiscal Compact ne dovrà seguire un secondo ben più vincolante, ossia l’obbligo per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del PIL, di “rientrare” entro tale soglia nel giro di 20 anni, ad un ritmo pari ad un ventesimo dell’eccedenza in ciascuna annualità.  Questa norma che ci costringe a una drastica riduzione del extra deficit debitorio italiano, discussa e firmata dal nostro solerte Primo Ministro in carica e approvato dal Parlamento senza una discussione approfondita, quasi come se fosse un semplice atto dovuto e per altro sotto la mannaia di uno spread che viaggiava a quel tempo a oltre 400 punti, impone sacrifici enormi alla nostra collettività nazionale. Con un PIL di circa 1,6 trilioni di euro e un debito pubblico che sfiora i 2 trilioni, l’Italia è obbligata a un rientro ventennale per una cifra enorme: di poco superiore a 1 trilione di euro che, rateizzato annualmente, significa un esborso di circa 45/50 miliardi di euro, escluse le sanzioni per eventuali inadempienti, con una multa fino allo 0,1% del PIL. Purtroppo non è finita qui, poiché a questo salasso, si deve obbligatoriamente aggiungere quello previsto dal trattato istitutivo del European Stability Mechanism (ESM), ratificato contestualmente al Fiscal Compact, che dovrebbe funzionare sia come un firewall che agirebbe mediante l’acquisizione di titoli pubblici di quei paesi nel caso in cui incontrassero serie difficoltà a rifinanziarsi sul mercato (aumento dello spread); sia come fondo “paracadute” per le banche. Il tutto costerebbe all’Italia la “modica” cifra di 15 miliardi per 5 anni. L’ammontare del “rientro”, a cui si deve aggiungere un eventuale sussidio nel caso vi fossero richieste d’aiuto da parte di alcuni partner europei (vedi Spagna), è estremamente preoccupante.  Un paese in ginocchio, anestetizzato per quasi un ventennio da politiche ingannevoli promosse da uno sciagurato centro-destra per poi improvvisamente essere sottoposto a una terapia intensiva, rischia il collasso sociale, eccetto che non riceva una forte dotazione di liquidità a “pronti” (moneta fresca) in grado di poter far oliare la macchina della ripresa. Le conseguenze della manovra restrittiva del governo tecnico hanno inciso profondamente la carne dei cittadini italiani, lasciando ineguali ferite. Ad aprile 2012 l’indice destagionalizzato della produzione industriale è diminuito dell’1,9% rispetto a marzo (ISTAT). Nella media del trimestre febbraio-aprile l’indice è ancora diminuito del 2,5% rispetto al trimestre immediatamente precedente. Sennonché, ciò che preoccupa maggiormente è la spirale del moltiplicatore negativo (più si tassa e più si riduce linearmente la spesa pubblica meno si consuma, meno capitali per gli investimenti produttivi e infine meno gettito incasserebbe l’erario). Infatti, nella media dei primi quattro mesi dell’anno la produzione è diminuita del 6,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La diminuzione più marcata riguarda il raggruppamento dei beni intermedi (-12,8%), ma anche gli altri comparti presentano cali significativi: del 7,9% i beni di consumo, del 6,2% i beni strumentali e del 3,8% l’energia (Borsa Italiana). Di questo passo probabilmente non riusciremo ad onorare gli impegni sottoscritti. Alcuni improvvisano che il paese necessita di vere riforme “liberal” per uscire da questa fase depressiva, ma qualsiasi ulteriore e necessario processo di revisione dei meccanismi economici e sociali produrrà, se li produrrà, risultati a lungo termine e per giunta dovranno essere sottoposti al giudizio delle loro titolate e molteplici rappresentanze. Lo stesso vale per quella panacea che viene definita come la “lotta alla evasione fiscale”. Qui, il problema è ancora più complesso, si direbbe principalmente di natura “antropologica”. Altri, inveiscono contro lo spudorato costo della politica, benché con somma ragione, costoro non sono in grado di “far di conto”. Qualora anche riducessimo al minimo quei vergognosi eccessi si potrebbe al massimo risparmiare annualmente un decimo di quei miliardi di euro per i quali ci siamo annualmente troppo superficialmente impegnati. E il resto?

Da questi nostri candidati, per gli affiliati o simpatizzanti del centro-sinistra sarebbe più proficuo che non venissero ammaliati da una nuova versione casereccia della “speranza obamiana” o da  l’ultimo refrain pop rock di “Giovinezza giovinezza”. Parimenti, sarebbe altresì auspicabile l’abbandono di quell’astruso modo di far politica congeniato tra segrete riunioni accanto al fuoco dei caminetti e il perseguimento di logiche spartitorie correntizie. Basterebbe che i nostri candidati proponessero soluzioni serie e applicabili sul versante della crescita, una revisioni dei trattati EU, un nuovo ruolo delle Bce e una maggiore legittimazione del Parlamento Europeo, anziché magnificare continuamente il precedente “calar di brache” al cospetto di un “inquieto” Governo tedesco, il quale ancora oggi teme più di noi di quanto non sembri il dissolvimento della zona euro, che gli cagionerebbe un prezzo, a suo stesso dire, di circa 500 miliardi, pari al 19% del suo PIL  (The Economist, Agosto 2012).

Franco Gavio

Membro Direzione Provinciale PD

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