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Quale partito?

8 ottobre 2012

In mancanza di una nuova legge elettorale (proporzionale o maggioritaria?) le prossime “primarie” del centrosinistra più che scegliere un nuovo candidato premier anticipano lo scontro congressuale del PD del 2013, un partito ancora dall’identità incerta, a metà tra il “partito degli iscritti” e il partito “leggero” all’americana.  Un’identità che va chiarita in fretta prima di perdere credibilità presso l’opinione pubblica.

Ilvo Diamanti, Il partito liquido, Repubblica 8.10.2012

L’incognita primarie
per il partito liquido

di ILVO DIAMANTI

Il Pd. Un partito in cerca di. Leader, programma, identità, alleanze… Tanto più dopo l’uscita dal campo di gioco di Berlusconi e la scomposizione del Pdl. Che hanno dissolto la principale frattura del sistema partitico della Seconda Repubblica.

Il dibattito sulle primarie ha risentito e risente di questo senso di precarietà. Perché le primarie, per il Pd, non costituiscono solo un metodo di scelta del candidato alle cariche più importanti, a livello nazionale e locale. Sono il “mito fondativo” (come l’ha definito Arturo Parisi) del Partito Unico di Centrosinistra. Istituzionalizzato e sperimentato, nel 2005, dall’Ulivo. L’Unione di Centrosinistra. Più che competizione, l’investitura quasi plebiscitaria riservata a Romano Prodi, in vista delle elezioni del 2006. In seguito le primarie sono state utilizzate in diverse occasioni. In ambito nazionale: nel 2007 e nel 2009. In entrambi i casi: non per eleggere il candidato premier, ma il segretario nazionale. Veltroni, nel 2007 e Bersani nel 2009. Usate, cioè, come un equivalente del congresso. Nel 2009, in particolare, attraverso un percorso complesso. Prima, mediante il voto dell’Assemblea dei delegati eletti dagli iscritti, a livello di circolo. Poi, con il ballottaggio fra i primi tre. Attraverso primarie aperte agli elettori. Combinando, quindi, il “partito di iscritti” (fondato sull’appartenenza) e quello “americano” (presidenziale, a identità leggera). In effetti, nel Pd  –  e prima nell’Ulivo  –  la distanzafra questi due modelli è sempre stata limitata. Perché il Pd è un partito di ex e di post. Democristiani e comunisti. Che, del passato, ha conservato la memoria e la nostalgia della partecipazione di massa. Oltre alla cerchia dei gruppi dirigenti.

Per questo, fino ad oggi, le primarie non sono state un agone, competitivo e incerto. Ma, piuttosto, una procedura dall’esito  –  più o meno  –  scontato. Hanno, invece, funzionato come metodo di mobilitazione sociale. Al di là e oltre gli iscritti. Per risvegliare la domanda di coinvolgimento e di partecipazione  –  sempre elevata  –  fra gli elettori di centrosinistra. In alternativa all’identificazione personale, promossa da Berlusconi, attraverso la televisione e il marketing. Con successo. Visto che milioni di elettori hanno partecipato alle primarie. Nonostante la delusione crescente, prodotta dal sistema partitico, in generale, ma anche dal Pd. A sua volta implicato nella “politica come marketing”, imposta dal Berlusconismo. E nelle crescenti spinte oligarchiche, che hanno coinvolto, in diversa misura, i partiti. Anche nel novembre 2009, quando è stato eletto segretario Bersani, quasi tre milioni di persone si sono recate ai seggi e ai gazebo allestiti dal Pd, in tutto il territorio nazionale. Prima di tutto: per rispondere al bisogno di “partecipare”. Di esserci. Non è detto che il “miracolo” si ripeta anche questa volta. Nonostante che la domanda si confermi elevata. Metà degli elettori, senza distinzione di parte e di partito, si dice “disponibile a partecipare alle primarie per eleggere il candidato premier” (Sondaggio Demos, settembre 2012). Un orientamento che raggiunge i valori più elevati, non a caso, a centrosinistra. Fra gli elettori del Pd e di Sel. Ma anche del M5S. Anche nella base dell’Idv, della Lega e del Pdl la voglia di primarie appare ampia. Ma, appunto, molto meno che nella Sinistra e nel Pd. Dove, ormai, le primarie sono un rito assimilato. Fonte e fattore di identità. Tuttavia, per votare occorre sapere perché. A che fine, in che modo e in che campo. Fra quali candidati e programmi. Il che, francamente, non è chiaro.

In primo luogo, perché non si sa con che legge elettorale si voterà. Ove venisse approvata una legge di tipo proporzionale, le primarie perderebbero significato. Sicuramente, non avrebbe senso promuoverle a livello di coalizione. Mentre l’Assemblea del Pd, non a caso, ha fissato limiti e regole (in verità, molto flessibili) in base a cui il segretario, Bersani possa “negoziare” con gli altri partiti alleati. Ma quali? La Sinistra? Il Centro? L’Idv? Oppure tutti quanti insieme? Su questo punto, la struttura e i confini della coalizione, non c’è chiarezza né coerenza. Ciò, ovviamente, non dipende solo dal Pd. Perché le distanze fra Udc e Polo di Centro, Sel, Idv restano ampie. In alcuni casi, incolmabili. C’è, poi, il ruolo di Monti. Infatti, anche nel Pd, immaginano che dopo Monti debba governare ancora Monti. Ma se il candidato premier, fosse già pre-definito, “a prescindere”, per citare Totò, le primarie: a che servono?

Per questo, dietro al dibattito di questi e dei prossimi mesi, c’è una questione di fondo, elusa e rimossa. Ad arte o per disattenzione. Precede e va oltre gli argomenti che animano il dibattito politico e mediatico. Per prima: l’alternativa fra Bersani e Renzi. Fra il “Rottamatore” e “l’Usato sicuro”, come ha osservato, con efficacia, Adriano Sofri. In questione è il Pd. Non più Unione, non più Partito Unico della Sinistra. Diviso sugli obiettivi e sulle parole d’ordine. Ma anche sulle alleanze. Tra Vendola, Di Pietro e Casini. I suoi elettori: il 75% dei quali d’accordo con Monti e il 65% contrari alle sue politiche. Il Pd, senza Berlusconi alle porte, mentre affronta le primarie, appare disorientato e disancorato. Per echeggiare Bauman: un “partito liquido”.

 

 

 

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