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Cosa chiedere ai candidati delle primarie: principi di democrazia deliberativa e partecipativa

8 ottobre 2012

Dopo un lungo travaglio, finalmente siamo giunti a deliberare le regole che sottendono le nostre primarie. Sulla base di queste, i candidati gareggeranno tra loro per guadagnarsi il consenso e la stima degli elettori del centro sinistra. Si suppone che questa competizione democratica ne promuoverà il più rappresentativo, il più indicato per gestire gli affari di governo, salvo che i votanti non portino con sé nei gazebo i soliti pregiudizi nei confronti dei singoli, il cui ascolto è spesse volte negato in termini di principio. Mi permetto di arguire, di più di quanto abbia mai fatto in passato, che questa volta il contenuto dei differenti programmi dovrà risultare fondamentale per decidere – nel caso in cui il centro-sinistra risulti vittorioso alle elezione primaverili – quale candidato del gruppo, nella veste di Primo Ministro, possa meglio affrontare le sfide entro cui si dovrà dibattere nel corso dei prossimi anni. Mi prendo la libertà di osare, secondo il mio modesto parere, di indicare sommariamente alcuni basilari problemi, da cui i candidati in nessun modo debbano sottrarsi.

Il primo, che discuterò in questo post, riguarda il processo di degrado della democrazia rappresentativa e le corrispondenti soluzioni a riguardo. E’ assai evidente che esista una scollatura tra società civile e sistema politico. Essa si manifesta nei giudizi della pubblica opinione attraverso una scala graduata che va dal disincanto al disgusto per giungere fino all’attuale rifiuto da parte del cittadino di esercitare i propri diritti politici. Non credo che facili slogan possano apportare un miglioramento sostanziale del rapporto tra governanti e governati. Sebbene, le nuove leve si battano per una maggior trasparenza dei partiti, per sistemi elettorali più rappresentativi che migliorino il processo democratico, diffido dal fatto che un semplice salto generazionale ne arrechi un’automatica soluzione, poiché questi progetti di riforme rispondono solo parzialmente e in modo approssimativo alle aspettative che il processo democratico venga ampliato in modo da offrire nuove opportunità di accesso e di controllo da parte della cittadinanza. In alcuni paesi occidentali si sussurra, da almeno un decennio, che la democrazia rappresentativa di tipo liberale, così concepita agli albori del secolo scorso, sia giunta a capolinea. Secondo il pensiero di alcuni teorici della scienza politica – mi riferisco in particolare a Mouffe, Cohen, King, Fishkin e lo stesso Habermas – inclusione, trasparenza dei meccanismi pubblici, e enpowerment (accrescimento politico dell’individuo), in parallelo dovrebbero costituire le salde fondazioni su cui costruire un nuovo processo di decision-making (decisionale) condiviso con la cittadinanza. Dare potere reale ai cittadini significa disegnare dei processi dove essi sanno che la loro partecipazione ha la potenzialità di avere un impatto e attraverso cui i governati abbiano la possibilità di constatare esiti visibili.  Tuttavia, Jürgen Habermas ci mette in guardia dal non confondere la nuova forma di democrazia deliberativa e partecipativa con il marketing politico. Su questo argomento palesa James Fishkin, uno dei più autorevoli studiosi della democrazia deliberativa, professore al Department of Communication presso la Stanford University, che la comunicazione è fondamentale per interagire con l’universo della cittadinanza, sennonché la prima deve essere al soldo di un’idea e incamerata in un progetto e non viceversa. Attuare questo riavvicinamento tra il “palazzo” e la cittadinanza presuppone, non solo un’onesta volontà politica, bensì anche regole che devono essere formalizzate.

Sperimentazione di questo tipo sono state effettuate in Danimarca, Inghilterra, Francia e Germania con esiti positivi. Alcune Istituzioni pubbliche locali di quei paesi (non i politici) hanno elaborato modelli propri, i quali consistono principalmente in pratiche di consultazione che includono incontri con gruppi d’interesse, consensus conference, assemblee pubbliche, discussione di linee guida; il partenariato comprende organi consultivi, comitati consultivi di cittadini, forum di comunità di policy, inchieste pubbliche; gli strumenti di controllo sono i referendum e i bilanci partecipativi. In questo processo di bottom-up (dal basso verso l’alto) i partiti nell’alveo democratico progressista dovranno svolgere l’arduo compito di “facilitatori” per recuperare quella ampia fetta di votanti disillusi orientati a non esprimere preferenze o peggio a ingrassare la scelta anti-sistemica. Non sarà un compito facile, tuttavia lo si deve ritenere inderogabile al fine di prevenire possibili svolte autoritarie.

Franco Gavio

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