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Perché non ridurremmo i costi, qualora la sanità e l’istruzione pubblica diventassero private? Tesi di William J Baumol.

30 settembre 2012

Secondo la tesi di William J Baumol, http://www.stern.nyu.edu/faculty/bio/william-baumol uno dei più noti economisti medicinastatunitensi, il cui ambito di ricerca verte principalmente nei settori quali la crescita economica, l’imprenditorialità, l’innovazione, l’organizzazione industriale, l’economia, l’antitrust e infine la regolamentazione, non risulterebbe preoccupante l’esponenziale incremento dei costi ipotizzati in un prossimo futuro relativi alla fornitura di servizio da parte di istituzione pubbliche nei settori della sanità e dell’istruzione. L’ultimo lavoro di Baumol demolisce parzialmente la tesi secondo la quale – malgrado il banale dogmatismo del pensiero corrente – questi servizi, ritenuti fondamentali per la persona, potranno sopravvivere solo se verranno ceduti all’arbitrio del libero mercato. Tuttavia, per il professore della Stern School, uno dei più glorificati santuari del business americano, la condizione necessaria affinché la presenza del pubblico possa continuare a operare, seppur con prezzi in costante aumento, è subordinata alla crescita della produttività nei settori ove è possibile una standardizzazione dei processi produttivi generati dal continuo impulso dell’innovazione. L’aumento dei salari cagionati da quei settori “produttivi” compenserebbe l’acquisto sempre più caro di quei servizi in cui è centrale l’interazione umana. Il settimanale The Economist, che non hai mai nascosto l’apprezzamento per i saggi di William J Baumol, gli ha dedicato questa settimana la rubrica Free exchange.

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Una malattia incurabile (An incurable disease)

Un nuovo libro di William J Baumol spiega come l’assistenza sanitaria può diventare più costosa ma contemporaneamente più accessibile

La spesa sanitaria in America sta crescendo a un ritmo preoccupante: nel 1960 era poco più del 5% del PIL, nel 2011 quasi il 18%. Nel 2105 la cifra potrebbe raggiungere il 60%, secondo William J Baumol della Stern School, New York University of Business. Ciò è veramente incredibile? Tale aumento vertiginoso non è null’altro che il risultato conseguito estrapolando l’impatto di questo fenomeno  che Baumol ha identificato come la “malattia del costo” (the cost desease). Il suo nuovo libro suggerisce una diagnosi sfumata offrendoci una visione di un futuro ad alto costo, sebbene corredata da una buona dose di ottimismo. La cost desease (la malattia del costo) di Baumol può essere incurabile, ma potrebbe anche essere sopportabile qualora essa fosse trattata correttamente. Con lo scopo di illustrare la sua tesi, l’autore inizia la sua dissertazione con una semplice osservazione: qualunque sia il tasso medio di crescita dell’economia e della produttività, alcune industrie primeggerebbero a danno delle altre. Prendiamo ad esempio quella automobilistica. Nel 1913 Ford introdusse le catene di montaggio, facendo si che le auto venissero avanzate verso le successive stazioni di lavoro. Questo permise ai lavoratori, assecondati dai loro macchinari, di rimanere stazionati in un dato posto, riducendo drasticamente il tempo per costruire una macchina “modello T” da 12 ore a meno di due. Poiché, la produzione per lavoratore cresce in tali settori innovativi, le imprese possono permettersi di aumentare i salari. In alcuni ambiti economici, tuttavia, tali incrementi di produttività sono molto più difficili da realizzare, se non del tutto impossibili. L’esecuzione di un quartetto di Mozart richiederebbe lo stesso tempo nel 2012 così come avvenne nel tardo 18° secolo. Baumol le chiama attività in cui la crescita della produttività è bassa o addirittura inesistente “stagnante”. I datori di lavoro che occupano questi settori devono affrontare il serio problema di parificare i salari rispetto alla media generale. Diversamente, non troverebbero lavoratori disponibili ad essere impiegati. Da ciò consegue che, anche se il prodotto per lavoratore aumenta in minima misura o per nulla, i salari salgono velocemente adeguandosi al resto dell’economia. Poiché, i costi di produzione nei settori stagnanti lievitano, le imprese che ne fanno parte sono costrette ad aumentare i prezzi. Questi aumenti sono più veloci rispetto a quelli nei settori in cui la produttività s’incrementa, e più rapidi relativamente all’inflazione (la quale congloba tutti i prezzi dell’economia). Così i prezzi dei beni delle attività stagnanti devono aumentare in termini reali. Da qui, la cosiddetta “malattia del costo”. Questa “patologia” è più virulenta nei settori in cui la standardizzazione e l’automazione sono più difficili. I migliori esempi si possono evidenziare nei prodotti “su misura”, i quali servono per soddisfare le richieste specifiche del cliente, come gli abiti e le acconciature. Sennonché, il noto economista della Stern University of Business si concentra su quelle aree produttive che interessano l’interazione umana in cui la “malattia del costo” è diffusa, come l’assistenza sanitaria, l’istruzione e le arti dello spettacolo. E’ senza dubbio l’intervento dell’uomo che apporta valore ai prodotti di queste attività. In conseguenza di ciò, un taglio del costo del lavoro sarebbe controproducente. I dati storici confermano che la “malattia dei costi” è reale. Dal 1980 il prezzo della formazione universitaria in America è aumentato del 440% e il costo delle cure mediche del 250%. Per l’economia, nel suo complesso, gli incrementi medi dei prezzi e dei salari sono stati solo rispettivamente del 110% e del 150%. La tesi di Baumol teorizza estrapolazioni spaventose. Per esempio, la spesa sanitaria americana in percentuale sul PIL è in crescita di circa il 1,4% l’anno. Qualora si espandesse per un secolo a questo ritmo il dato numerico schizzerebbe al 60% nel 2105. Sebbene, l’America guidi il gruppo delle nazioni afflitte dall’inflazione sanitaria, non è l’unico paese che è stato infettato. In Giappone la spesa sanitaria per persona è cresciuta annualmente del 5,7% in termini reali tra il 1960 e il 2006, in Gran Bretagna è aumentata del 3,5% all’anno comparata allo stesso periodo. Applicando la logica di Baumol, se non si farà nulla, la spesa sanitaria in entrambi i paesi potrebbe passare da circa il 10% del PIL a oltre il 50% nei prossimi 100 anni. Per fortuna, abbondano le possibilità di mitigare l’impatto del “cost disease”. Tagliando gli sprechi nel settore sanitario potremmo essere in grado di contenere il livello della spesa. Anche se questo processo di razionalizzazione, secondo Baumol, non risolverà il problema. Innovare, in sostanza, significa che le attività in un settore definito “stagnante”, come la consegna a mano della posta, possono essere sostituiti da processi alternativi ove i miglioramenti di produttività sono più promettenti, come l’utilizzo delle e-mail. L’aumento dei costi nei settori stagnanti metterà alla prova la nostra convinzione sul fatto che un tocco personale e un prodotto su misura sia necessario. Nel caso contrario, i guadagni di produttività sono senz’altro più facili da ottenere. Attualmente, in alcune aree della medicina i computer forniscono capacità diagnostiche migliori di quanto possano fare gli esseri umani. In materia di istruzione, le lezioni possono essere registrate. In tal modo, milioni di discenti godono dell’opportunità di ascoltare accademici di prestigio. Nelle arti dal vivo come gli spettacoli lirici sono pubblicamente proiettati nelle sale cinematografiche di tutto il mondo.

Una fetta più grande di una torta molto più grande

Ciononostante, rimangono ancora una sequela di servizi che comprendono la medicina, l’istruzione e le arti in genere. Ambiti dell’interazione umana che sono resistenti a incrementi di produttività. Per queste attività, Baumol offre la sua previsione più interessante: anche se i loro costi cresceranno in modo allarmante, esse comunque rimarranno accessibili. In un certo senso, la malattia produce la sua cura. Se l’economia americana cresce del 2% l’anno (il suo tasso a lungo termine), dopo 100 anni sarà otto volte più grande. Inoltre, i beni e servizi prodotti nei settori innovativi diventeranno molto più economici. Nel 1908 l’americano medio impiegò circa 4700 ore del suo lavoro che furono sufficienti per comprare una Ford modello T. Un secolo più tardi, una auto omologa la si può avere per solo 1365 ore. Ciò significa che, anche se l’assistenza sanitaria in futuro “mangerà” il 60% della torta del PIL, ci sarebbe ancora molto da spendere per tutto il resto. Il vero problema non è la “malattia del costo”, ma la pronta reazione a questo fenomeno. La risposta più probabile a questa crescita esponenziale delle spese nella pubblica fornitura dei servizi sanitari e educativi è quello di spostare l’offerta verso il settore privato. Ma facendo ciò non si cura l’origine della malattia. Gli alti costi potrebbero anche portare a un eccessivo razionamento, rallentando lo sviluppo a lungo termine. Se accade, tale reazione si basa su una premessa sbagliata: che l’aumento dei costi nei settori stagnanti rende le persone più povere. In realtà, il potere d’acquisto sta crescendo molto più velocemente dell’offerta medica, e dell’istruzione e le arti sono sempre più care. La sfera di cristallo di Baumol afferma che in 100 anni una live performance di un quartetto di Mozart sarà molto più costosa, ma la gente sarà ancora in grado di permettersela.

The Economist “Free exchange”

“Il costo della malattia: Perché i computer diventano più economici mentre l’assistenza sanitaria no”, di William J Baumol, 2012, The Cost Disease: Why Computers Get Cheaper and Health Care Doesn’t, 2012; Economics: Principles and Policy, 12th Edition (with Alan S. Blinder), 2011;

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