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Considerazioni sulla democrazia digitale

23 settembre 2012

La democrazia rappresentativa sta attraversando un momento assai difficile. Sotto accusa da tempo è il suo apparato pulsante, ossia il meccanismo della delega, la cui origine sta nella funzione di mediazione degli organismi di partito o di gruppi organizzati della società civile tra i governanti e i governati. Essendo oggi le strutture partitiche accusate, spesso a ragione, di aver ricreato una concezione oligarchica della gestione del potere a causa del loro processo di rarefazione interna, si plaude a una nuova versione della democrazia diretta. Questa, ovviamente, date le attuali estensioni territoriali delle singole comunità nazionali, preconizza di sostituire le modalità di legittimazione vigenti in alcuni periodi storici della polis greca con l’ausilio delle più avanzate innovazioni tecnologiche: le piattaforme di comunicazione digitali. Nei fatti, l’assenso o il dissenso non si conferisce più con la partecipazione fisica del singolo nell’Agorà ateniese, bensì mediante un semplice “click” indistinto geograficamente.

In verità, il complesso di tecniche che compendiano il trattamento e la trasmissione di dati non è mai stato del tutto alieno dall’ambito politico. Infatti, l’informatica, applicata dalla statistica, sin a partire dagli anni 60 negli USA ha fornito, mediante la tecnica dei sondaggi o delle opinion polls, sempre più attendibili informazioni alla leadership politica sia nelle intenzioni di voto, sia nei più svariati temi concernenti le varie ipotesi di policies in fase di discussione. Nel corso degli anni 90, con la esponenziale riduzione del digital divide nei paesi anglosassoni, essa si è trasformata in “opportunità interattiva” facilitando così il dialogo tra il governo e la cittadinanza (eGovernement). Sennonché, il grande salto dell’informatica nella politica avviene nel corso del primo decennio del nuovo millennio. Disponendo di sistemi ICT sempre più potenti e capillarmente distribuiti sul territorio, utilizzando software persistentemente innovativi, nonché nuovi strumenti di socializzazione virtuale, questa tecnica ha prepotentemente invaso l’ultima barriera al di là della quale la politica declinata in modo democratico ha conservato il monopolio sin dal primo quarto del precedente secolo: la legittimazione popolare. I Pirati tedeschi furono i precursori di questo nuovo approccio alla politica.  Dal modesto risultato (1,7%), conseguito nella precedente tornata elettorale nella Regione Nord Reno Westfalia (NRW) nel 2007, si giunge al sorprendente e inatteso 7,5% ottenuto nella primavera del 2012.  Questa crescita di consensi, in un lasso di tempo relativamente breve, pone alcuni elementi di riflessione che vanno al di là della locale politica tedesca. Nel corso dei precedenti cinque anni i Piraten hanno rivolto espressioni di continuo biasimo verso il vecchio stile dei politici, i quali – secondo la loro opinione – cercano l’attenzione degli elettori solo quando si candidano alle elezioni. “Ora” – tuona Michele Marsching, il leader del partito nella NRW – “dovete scegliere non solo un partito, ma anche e un pacchetto di opinioni. E così non si butta via la vostra voce per cinque anni”. L’alternativa proposta da questo modello innovativo consiste nel realizzare una potente banda di connessione, sempre attiva che rappresenti il mezzo attraverso cui semplici cittadini possano sbizzarrirsi nell’inoltrare proprie osservazioni in merito alle dinamiche di governo, affrancandosi così dal “giogo” degli intermediari. I Pirati berlinesi puntano su una piattaforma on line denominata LiquidFeedback, oggetto di forte attenzione anche da parte dei grillini italiani. Da ciò che si è potuto evincere, si tratterebbe di un ultra-moderno programma software utilizzato liberamente attraverso la rete, il quale consente alle persone di manifestare il proprio assenso o dissenso verso proposte, espresse all’interno della comunità degli internauti, delegando successivamente ai proxy (procuratori) l’esercizio del voto. Costoro, sarebbero di fatto vincolati alla “volontà generale”, sebbene le modalità e le condizioni della delega non appaiano del tutto chiare. Si tratta, afferma Martin Haase, un noto superdelegato Pirata, di un compromesso tra i fondamenti della democrazia rappresentativa e gli stessi di quella diretta. Si direbbe che questo nascente partito tedesco, all’unisono con i grillini italiani, stia avviando una compiuta sperimentazione mediante la messa in opera di nuovi meccanismi tecnologici che fungerebbero da “regolatori” neutri all’interno del rapporto tra governo e cittadinanza. Si tratterebbe, a loro dire, d’instaurare una relazione diretta con le istituzioni che sia aliena dalla autoreferenzialità dell’intermediario (partiti, gruppi di pressione organizzati, ecc.), più sobria e quindi meno soggetta a fallibilità.

Quali sono i cardini su cui poggia questa nuova apertura democratica? Possiamo sommariamente individuarne i principali: l’emarginazione degli istituti che presiedono la mediazione, che potremmo definire come una sorta di deregulation politica; l’utilizzo delle più aggiornate tecnologie ICT; la “liquidità” delle proposte, nel senso che risulta difficile individuarne con esattezza chi le avanza e per quale scopo. Da qui emergono alcune considerazioni inquietanti. Siamo sicuri che le proposte di policies, o semplici idee, sorgano spontaneamente dal basso, o diversamente, esse vengano “accarezzate” dall’alto e successivamente accresciute o diminuite d’intensità a seconda dei casi per finalità non corrispondenti rispetto alla nobile intenzione originaria? Inoltre, considerata la complessità della società in cui viviamo e la moltitudine di segmenti specifichi che la compongono, possono essere ritenute valide istanze, seppur suffragate da congruo consenso, avanzate da soggetti privi di adeguate conoscenze in materia? Detto questo, sorge opportuna una seconda domanda: ci possiamo rifare alle precedenti esperienze metodologiche per valutare l’adeguatezza di questo nuovo modello di procedura democratica? Non dissimilmente rispetto ai tre caposaldi enunciati, nel recente passato si è consumato il trentennale viatico della nuova finanza creativa, sebbene con le opportune distinzioni che determinano la sua specificità. Il cosiddetto sistema finanziario post-moderno, che ha generato grandi profitti per i suoi partecipanti, sottraendo nel contempo porzioni di reddito alla classe media,  ha visto una crescita esplosiva grazie a tre sviluppi simultanei: la deregolamentazione, l’innovazione tecnologica e la crescente mobilità internazionale del capitale. Tuttavia, queste innovazioni furono la causa principale del disastro del 2008. Ciò fu dipeso, in parte, dal fatto che si iniziò dal presupposto che i mercati finanziari fossero efficienti, e che gli algoritmi previsionali macchinati da sempre più potenti computer ne garantissero la quasi infallibilità. Così come è accaduto per la finanza, siamo sicuri che questa democrazia diretta tecnologica non si trasformi in una democrazia “all’istante”? Ovvero, che migliaia di “click” inducano i decisori a prefigurare il sostegno di idee assurde solo perché queste sono sorrette da momentanee maggioranze bulgare? Senza i partiti a mediare tra i cittadini e lo Stato, dice Michael Lühmann dell’Istituto Democracy Research di Göttingen, piccoli gruppi molto motivati, internet dipendenti, ​​possono prosperare a spese di molti. I Pirati “non hanno la consapevolezza che non tutto è negoziabile”. Per di più, ci si domanda: se i decisori, in mancanza di corpi intermedi, sarebbero così avversi dal mutuare gli stessi sistemi predittivi importati dal mondo della finanza creativa? La risposta, ricavata dall’interessante saggio intitolato “Long trend dynamics in social media” di Chunyan Wang e Bernardo A Huberman rispettivamente scholars del Department of Applied Physics, Stanford University, CA, USA, e Social Computing Lab, HP Labs, Palo Alto, California, USA, apparirebbe poco confortante. Affermano i due autori: “In questo saggio noi abbiamo investigato le perseveranze dinamiche dei trend nei social media. Grazie all’uso di modelli dinamici stocastici che prendono in considerazione il coinvolgimento ripetuto degli utilizzatori su dati argomenti, noi siamo in grado di predire la distribuzione della durata dei trend così come la soglia di popolarità che conducono all’emergenza di argomenti come gli orientamenti all’interno dei social media”. Le predizioni dei nostri modelli furono confermate mediante un’attenta analisi di dati ricavati da Twitter”. Ciò sta a significare che, escludendo il meccanismo della rappresentanza, il solo compito dei decisori consisterebbe “nell’accontentare la bestia”, anziché trarre beneficio dalle preziose osservazioni del teorico liberale Max Weber sull’importanza della “lungimiranza” in politica. Infatti, uno dei problemi che i Piraten dovettero affrontare fu come considerare alcune proposte che, benché corredate da un consenso quasi unanime, al cospetto del buon senso suonerebbero un po’ strambe: lo stato dovrebbe riconoscere i matrimoni con più di due persone; il viaggio sui mezzi di trasporto pubblico dovrebbe essere gratuito.

Alla luce di quanto esposto, risulterebbe poco attendibile la tesi secondo la quale l’avvilimento della cittadinanza nei confronti delle istituzioni mediatrici della circolarità democratica, ree di malaffare, sia la causa precipua che origina l’esponenziale crescita di domanda di democrazia diretta in chiave digitale. Che, qui da noi, l’ingordigia e la corruzione di alcuni rappresentanti abbia contribuito a far aumentare il disgusto dei rappresentati non vi è dubbio. Ciononostante, i sostenitori di questa ipotesi dovrebbero spiegare come mai questo rinverdimento verso la democrazia diretta si è manifestato per la prima volta in quei paesi (Germania e Svezia) ove il tasso di deterioramento morale nell’alveo della politica è tra i più bassi al mondo? Le ragioni sono altre e vanno ricercate in parte nella pressione che esercitano le nuove generazioni nei confronti di sistemi politici zeppi di esponenti più anziani, che ormai da lungo tempo occupano posizioni di potere e spesse volte con esiti deludenti. Questa insistenza incalzante, soventemente disattesa, si combina con l’offerta tecnologica corrente la quale, essendo coeva con i “nuovi”, è loro facilmente più comprensibile e quindi agevolmente adattabile a qualsiasi fine.  Se lo scopo è quello di far sentire la propria voce e non si ottengono risultati apprezzabili, la pressione aumenta finché essa trova sfogo utilizzando canali alternativi. Se per i giovani degli anni 70, le icone erano la “piazza” o la “manifestazione” e non per niente gran parte di essi venivano definiti “extra”, le nuove generazioni desiderose di fare politica brandiscono le stesse armi benché adeguate ai loro tempi. La via d’uscita in questo conflitto generazionale sta nell’accettazione da parte degli uni ad avviare un serio processo di rinnovamento delle organizzazione partitiche e delle strutture istituzionali basato sulle capacità e competenze dei singoli; nel contempo, da parte degli altri a riconoscere che tra le innumerevoli storie di vita dei “precedenti” ve ne sono molte che per merito non si possono “rottamare” con un semplice “click”. Del resto, i “rottamatori” nel corso della recente storia sono finiti per essere essi stessi “rottamati”, da Robespierre fino a taluni ferventi e bellicosi giovani degli anni 70 che, nel proseguo della loro vita a causa della loro giovanile “ingenuità” politica, per anni hanno pagato quell’errore scontando la pena nelle patrie galere.

Gavio Franco

Membro della Direzione Provinciale PD

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One Comment leave one →
  1. 23 settembre 2012 11:05

    Caro Franco, interessante analisi.
    Personalmente avendo studiato le esperienze dei pirate parties del nord Europa e della Germania ritengo si tratti di trend comunque molto interessanti.
    In particolare, proprio in termini metodologici, penso che alla prima fase di contrapposizione ne potrà seguire una di contaminazione in cui le metodologie innovative sviluppate da questi soggetti politici potrebbero dare un contributo positivo ai tradizionali attori del sistema politico-istituzionale.

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