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La disoccupazione giovanile.

21 settembre 2012

Lo scenario lavorativo per un giovane, che ha appena concluso il proprio percorso formativo, è critico, come emerge dal rapporto del Cnel sul mercato del lavoro in Italia, relativamente al biennio 2011/2012: tale analisi rileva una perdita di oltre un milione di occupati rispetto al 2008. Si calcola poi che nel futuro prossimo del nostro paese, dal 2012 al 2020, il numero delle persone inattive aumenterà di oltre un milione e mezzo di elementi, compensati in parte dalla forza lavoro degli extracomunitari e da quella delle fasce cosiddette “anziane”, comprendenti quei lavoratori che per svariati motivi rimangono al loro posto oltre i 65 anni di età anagrafica. Secondo questo rapporto, poi, sarà in forte crescita l’occupazione femminile e questa sarà la tendenza maggiormente caratterizzante i prossimi decenni e contribuirà a modificare e accrescere la domanda di attività sostitutive a quella domestica.

Le prospettive di impiego dei giovani italiani sono piuttosto limitate rispetto ai coetanei internazionali ed anche in confronto alle passate generazioni. L’alta disoccupazione giovanile è un fenomeno iniziato grossomodo trent’anni fa, che ha visto nel tempo un miglioramento, interrotto nel 2008 dall’espandersi della crisi economica mondiale. Se i dati sulla disoccupazione in Italia sono spesso considerati un “termometro”, un punto di riferimento per comprendere lo stato di salute economico del paese, possiamo incominciare seriamente a preoccuparci. Nella seconda metà del 2010, l’ISTAT ha certificato che il tasso di disoccupati nella fascia di età 15-24 anni era attestato intorno al 30%, per poi salire oltre il 32% nello stesso periodo del 2011, con un picco vicino al 50% per le giovani donne nel Mezzogiorno del paese. E una volta raggiunto l’agognato posto di lavoro, i giovani cittadini possono stare tranquilli? Assolutamente no. I 4/5 dei nuovi contratti che riguardano la popolazione giovanile sono infatti a tempo determinato ed in buona parte non vengono rinnovati. Per ora i precari ed i non occupati trovano una soluzione solo nel “welfare familiare”. Il 42% dei giovani tra i 15 ed i 34 anni vive con i genitori e fa affidamento sui risparmi accumulati dalle precedenti generazioni. Ma non è poi così lontano il giorno in cui anche i genitori non basteranno più per ovviare al problema della disoccupazione e della sottoccupazione delle fasce giovanili. E’ proprio la precarietà che induce la cosiddetta “sindrome del ritardo”, per cui si esce in età più avanzata dalla scuola e dalla famiglia, con esiti come una esigua fecondità che produce un tasso di ricambio genitori-figli tra i più bassi del mondo, andando a gravare sulla sostenibilità del nostro sistema sociale.

Alla politica va attribuito il mancato varo di una vera e propria riforma del sistema di istruzione e formazione ed una certa disattenzione nei confronti della formazione professionale. In merito alla domanda di lavoro, non sono state sufficienti, fino ad ora, le misure atte ad affrontare la forte competitività sul mercato globale, che ha portato inevitabilmente, ad una generalizzata diminuzione dei costi del lavoro. A questo si aggiunga il blocco delle assunzioni nella pubblica amministrazione ed il graduale impoverimento delle pensioni che spesso induce il lavoratore a restare volontariamente ancora un po’ al suo posto. Come non farsi scoraggiare della drammatica situazione? La parola d’ordine sembra essere STUDIARE: le ricerche dimostrano che l’istruzione rappresenta lo strumento più importante per non essere estromessi dal mondo del lavoro. A noi può sembrare un po’ utopico, ma diversi analisti segnalano come modello da seguire, in questo campo, quello scandinavo, che prevede la garanzia di un lavoro ai giovani che abbiano concluso il loro percorso formativo. Se dopo 4 mesi dalla fine degli studi, un ragazzo non ha ancora trovato un impiego, gli stati dovrebbero retribuire le aziende per farlo assumere, oppure garantire a titolo gratuito un ulteriore percorso formativo. Questo modello ha consentito alla Finlandia di aiutare l’83% dei ragazzi che hanno aderito al programma, così come si è abbassato il livello di disoccupazione giovanile nei paesi scandinavi.

Marina Levo

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