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Qualche riflessione sulle primarie

12 settembre 2012

primarie-parlamentari-pd-01-770x576Prima che prenda vigore l’ordalia tra Guelfi e Ghibellini all’interno del nostro partito, per quanto già i primi segnali annuncino un futuro fatto di slogan e comportamenti da curva calcistica, sarebbe opportuno che si riflettesse in modo concreto come stabilire criteri appropriati per regolare la selezione pre-elettorale in seno alle primarie di coalizione.  Non so se a voi parrà poco importante, ma a me, come elettore del centro-sinistra, la incombente consultazione per designare il nostro candidato premier, mediante l’usuale modello di primaria “aperta a turno unico”, ossia senza l’applicazione di misure restrittive verso chiunque si presenti al seggio elettorale, comincia a destarmi qualche perplessità. Personalmente, ritengo che si cominci a discutere se sia il caso d’introdurre alcuni filtri selettivi nei confronti dell’universo dei possibili votanti.  Ciò eviterebbe che si verifichino tentativi di “inquinamenti” esterni sapientemente pilotati o solamente derivati da filiere anomale, nonché da improvvisati gruppi di pressione in preda abbacinamenti momentanei, seppur animati da sinceri propositi.  Non è escluso che un libero accesso all’urna potrebbe generare un risultato non corrispondente rispetto alle intenzioni che si celano nella mente e nel cuore degli elettori di centro-sinistra.

Capisco che sto affrontando un argomento assai delicato e che i miei dubbi possono essere interpretati in modo malevolo. A scanso di equivoci, la mia intenzione non è quella di porre subdolamente degli ostacoli formali ad una forte proposta di cambiamento che sta maturando all’interno della coalizione. Sennonché, se “rivoluzione” o meglio dire “rottamazione” ci dovrà essere, che le decidano almeno solo gli elettori del centro-sinistra. Tony Blair nel luglio del 1994 non ebbe la necessità di ricorrere a primarie “aperte” per spostare la bussola del partito verso posizioni più moderate e nel contempo imbastire il vestito del New Labour. In Gran Bretagna non esistono delle vere e proprie primarie, tuttavia nel Labour Party il proprio leader, nella ovvia posizione di sfidante, viene eletto secondo uno schema che potremmo definire come “primarie chiuse di partito”. Sono tre i colleges che partecipano all’interno della piattaforma elettorale: gli iscritti al Labour, gli iscritti alle Unions (Sindacati) e infine i deputati Labour della House of Commmon e del Parlamento europeo. Il sistema è complesso, poiché prevede varie fasi di scrematura. I candidati per poter concorrere devono ricevere una nomination che sia gradita ad almeno il 12,5% dei membri Labour del Parlamento. Dopo di ché, il regolamento prevede che il vincitore ottenga la maggioranza assoluta dei voti (un numero di voti superiore alla metà del numero totale degli aventi diritto) derivante dalla somma in percentuale dai tre distinti colleges. Tale procedura può dare origine a indire più round (turni) elettorali, ognuno dei quali esclude il pretendente risultato più debole, fino a quando non viene soddisfatto il vincolo maggioritario. Lo Smiling Tony vinse in modo netto raccogliendo più di un milione di preferenze (57%) riducendo sorprendentemente gli sfidanti John Prescott e Margaret Beckett a semplici comparse. Costoro, a quell’epoca, erano considerati autorevoli rappresentanti della nomenclatura del partito. A Ed Milliban – che corresse la precedente rotta blairiana verso sinistra – nell’agosto del 2010 occorsero ben quattro round per sconfiggere il fratello David con uno scarto di alcuni decimali (50,65%).

Il sistema nel complesso è difficilmente esportabile, in quanto esistono delle profonde differenze di cultura politica e istituzionale tra il nostro paese e la Gran Bretagna, tuttavia il meccanismo del turni plurimi, sebbene introdotto in un diverso contesto ambientale, potrebbe essere adottato con successo anche qui da noi. Se volgiamo lo sguardo oltreoceano, rimanendo nell’ambito della similarità di progetto politico, le differenze concernenti la selezione dei candidati sono rimarchevoli rispetto al metodo britannico. Il Labour Party è una formazione partitica organizzata non dissimile a quella che fa riferimento al modello europeo continentale, seppur con alcune proprie caratteristiche distintive. Per converso, il Democratic Party americano dispone di una struttura molto più lasca e frammentata. Per brevità, potremmo definirlo come una sorta di “associazione temporanea a scopo elettorale”.

Democratici e Repubblicani americani utilizzano le primarie dirette per selezionare la loro classe dirigente nei ruoli istituzionali. Tuttavia, tale selezione avviene mediante l’applicazione di una variopinta pluralità di metodi. Ovviamente, la primaria diretta che attira la maggiore attenzione è quella relativa alla selezione dei candidati per la Presidenza. Il criterio distintivo tra le diverse tipologie di primarie si basa sulle varie modalità di registrazione presso le liste di un partito. La registrazione non si deve confondere con l’iscrizione ad un partito. Si tratta nel primo caso di un atto pubblico, non privato in quanto regolato dalle leggi statali e non dagli statuti partitici.

Il primo modello di primaria viene definita “chiusa”. Ad essa possono partecipare solamente quegli elettori che si sono anticipatamente registrati in una formazione partitica. Il registro è pubblico nel senso che è depositato presso un’autorità pubblica e da quest’ultima è scrutinato. Gli elettori ricevono una scheda in cui sono elencati solamente i candidati del partito in questione che corrono per una data carica politica. Questo modello di primaria diretta è stato adottato in quindici Stati (Connecticut, Delaware, District of Columbia, Kentucky, Maine, Nebraska, North Virginia, New Jersey, New Mexico, New York, Oklahoma, Oregon, Pennsylvania, South Dakota, Wyoming). All’interno di questa tipologia si possono trovare differenze rilevanti relativamente alla scadenza utile per registrarsi o per cambiare affiliazione partitica. L’arco temporale è molto ampio, a partire dallo Stato di New York in cui ci si registra un anno prima della data prevista per la primaria diretta, fino al South Dakota solo quindici giorni.

Il secondo modello è la “primaria chiusa ma aperta agli indipendenti”. La differenza rispetto alla precedente riguarda esclusivamente la facoltà attribuita agli elettori, che si definiscono indipendent, di partecipare alla selezioni dei candidati di un dato partito registrandosi contestualmente con la loro espressione di voto. Questa procedura è applicata in dodici Stati: Arizona, Colorado, Florida, Idaho, Kansas, Maryland, Massachusetts, New Hampshire, North Carolina, Rhode Island, Utah, West Virginia.

Il terzo modello è la “primaria aperta con dichiarazione pubblica”. Possono partecipare a questa primaria diretta gli elettori che dichiarano la loro scelta di partito il giorno della selezione e presso il seggio in cui essa si tiene. Qui, a differenza delle precedenti, non c’è bisogno di alcuna registrazione per parteciparvi. Questa tipologia grosso modo è utilizzata in undici Stati: Alabama, Arkansas, Georgia, Illinois, Indiana, Missouri, Ohio, South Carolina, Tennessee, Texas, Virginia.

Il quarto modello di primaria capovolge completamente lo spirito delle precedenti. Infatti, anziché obbligare l’elettore a una dichiarata “professione di fede”, preventiva o contestuale, gli si concede il diritto di scegliere nella segretezza del seggio a quale primaria di partito partecipare apponendo la sua preferenza sulla relativa scheda. Ovviamente, le primarie delle varie formazioni politiche in lizza si dovranno tenere contemporaneamente e la deposizione delle schede dovrà convergere in un’unica urna. Questa primaria diretta è utilizzata in nove Stati: Hawaii, Idaho, Michigan, Minnesota, Mississippi, Montana, North Dakota, Vermont, Wisconsin.

Il quinto modello, infine, è la cosiddetta blanket primary, o “primaria coperta”. Qui gli elettori ricevono un’unica scheda con i nomi di tutti i candidati di tutti i partiti che partecipano alla selezione per quella determinata carica. I due candidati più votati, a prescindere dalla loro affiliazione partitica, si presenteranno quindi alle elezioni successive per conquistare la carica in gioco. In questo caso l’elettore sceglie il candidato preferito senza alcun vincolo di partito. Questa primaria è adottata in quattro Stati: in Arkansas, California, Louisiana e Washington.

Dopo questa succinta carrellata, poiché le eccezioni all’interno dei singoli modelli sono numerose, credo che sia doveroso trarre alcuni insegnamenti. Qualora si prendesse esempio dal modello britannico non risulta vero che una primaria “aperta” sia maggiormente foriera di modifica degli assetti di governo del partito di quanto lo sia una consultazione chiusa ai solo affiliati. Blair e Milliban, entrambi, convinsero la propria platea degli iscritti che fosse necessario, in quel dato momento storico, un cambiamento d’orizzonte politico. Se si discute con un membro del Labour questo troverà inconcepibile che frotte di cosiddetti “simpatizzanti” possano determinare la candidatura del proprio premier. E’ altresì parzialmente da sfatare la leggenda metropolitana secondo la quale negli Stati Uniti, nel mentre si svolgono le primarie di un partito in un dato Stato, un cittadino ivi residente dirigendosi verso il suo prediletto fast food decida fortuitamente di allungare il proprio cammino per recarsi al ballot box per votare il candidato preferito. Almeno per quasi la metà degli Stati non è così. Come abbiamo visto nei primi due modelli di primarie, chi desiderasse votare è obbligato a registrarsi preventivamente o contestualmente a seconda dei casi. Torno a ripetere che il registro è pubblico, nel senso che è depositato presso un’autorità pubblica e da quest’ultima è scrutinato. Ciò sta a significare che a seconda dell’arco temporale – fino all’assurdo di un anno per lo Stato di New York – il cittadino votante deve manifestare pubblicamente la propria inclinazione politica per poter esprimere la propria preferenza. Per far capire quanto incidano questi due modelli di primarie a “registrazione” si sappia che esse raggruppano un numero di Stati i quali, in chiave di voto presidenziale, costituiscono la somma di 245 collegi elettorali sui 270 necessari per accedere alla Casa Bianca.

Concludendo, non corrisponde a verità il fatto che, almeno nelle due democrazie liberal più rappresentative, non ci sia una forma di “controllo” preventivo riguardo alle opinioni politiche dei cittadini che si recano a votare alle primarie. In Gran Bretagna – se primarie per il Labour si possono chiamare – la designazione del candidato premier sfidante è nelle ferree mani del partito in cui milita. Negli USA la situazione è diversa, poiché le primarie non vengono organizzate solo per la nomination alla Presidenza, bensì per un numero notevole di cariche istituzionali. Tuttavia, esse non sono così “libere” come si è portati a credere.

Trovare il giusto equilibrio che tuteli il cittadino americano al proprio riserbo in materia di diritti politici e nel contempo a evitare che si creino distorsioni tali da modificare le singole volontà collettive è ampia materia di dibattito che spesso compare al cospetto delle Corti Federali di Stato.

Ho l’impressione che anche noi dobbiamo iniziare a porci questo problema.

 Franco Gavio

Membro del Direttivo Provinciale PD

(Limitatamente alle primarie americane, ho preso spunto dall’esauriente saggio del Prof. Sergio Fabbrini)

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One Comment leave one →
  1. 14 settembre 2012 00:08

    Interessante quadro riepilogativo. Mi sorgono però due dubbi fondamentali.
    Innanzitutto in un quadro politico in cui risultano ancora indefinite la legge elettorale, con eventuali premi di maggioranza, ed il sistema delle alleanze, ritengo manchi ogni spazio per l’attivazione di complesse procedure burocratiche. Sarà già una fortuna se riusciremo a far fronte senza troppe slabbratura alle aspettative di selezione aperta con le primarie da parte di un elettorato sempre più rancoroso nei confronti della partitocrazia.
    Poi, francamente, fa forse un po’ sorridere che si ipotizzi la trasposizione in Utalia in questo momento, per primarie irganizzate in fretta e furia da partiti unanimemente considerati come controllati da una oligarchia spartitoria ed insipiente, delle regole elaborate nel corso dei decenni in due delle più avanzate democrazie mondiali.
    Infine, non sfugge che occorrerebbe che le regole venissero scritte con imparzialità prima dell’inizio della
    Competizione. E sul rispetto di questa questione (non a caso certi temi vengono pelosa mente posti solo ora) credi si possano nutrire i più obiettivi dubbi.

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