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Le macerie lasciate da una destra populista

8 settembre 2012

“Capita sempre così: ci lasciano le macerie e poi a noi tocca ricostruire versando sangue tra gli sputi di chi non vuole capire”. Così sfogava la sua rabbia un anziano e sconsolato operaio della Chrysler ai microfoni di una emittente televisiva locale del Michigan nella tarda estate del 2008. Egli, con i suoi colleghi di turno, venne messo forzatamente a riposo qualche mese prima che l’azienda scivolasse verso una possibile rovinosa bancarotta. Trevor, era uno degli ultimi testimoni di quella grande workforce, le cui nodose braccia sono state per lungo tempo il nerbo della base manifatturiera americana a partire dal secondo dopoguerra fino alla catastrofe finanziaria del novembre 2008. Una frase iconica declinata con quel disappunto di chi non si sente affatto colpevole di ciò che da lì a poco sarebbe accaduto e che riassume, seppur detta con quella franchezza “operaia”, il fallimento di una politica economica liberista incentrata sull’idolatria di un mercato finanziario affrancato da ogni regola. La stessa frase potrebbe essere urlata al di qua dell’Atlantico in quel microcosmo che è la città di Alessandria tra quel gruppo di lavoratori dell’AMIU e dell’ATM inviperiti nei confronti della precedente amministrazione rea d’aver “giocato” con i conti pubblici cittadini alla stregua di chi per la prima volta tenta la propria fortuna entrando nei grandi saloni di Las Vegas.

Per la Chrysler e la GM la bancarotta avrebbe significato la loro chiusura con il conseguente licenziamento in tronco della loro forza lavoro, ivi compresi le maestranze impiegate nelle ditte fornitrici.  Le banche a loro volta, fortemente indebitate a causa della repentina caduta dei valori immobiliari, non avrebbero potuto in nessun modo sostenere i due colossi dell’industria automobilistica americana. In quei giorni (gennaio 2009) si temette seriamente il default della corazzata USA. A dimostrazione di quanto affermato innanzi, nell’ultimo trimestre del 2008 il PIL americano si contrasse del 9%, la peggiore riduzione nell’arco di 50 anni, seguito da una esponenziale caduta del saggio nazionale d’occupazione che si materializzava intorno alla cifra di 800.000 posti di lavoro perduti al mese. L’intervento dello Stato federale fu tanto massiccio quanto immediato. In primo luogo, si procedette alla promulgazione del pacchetto di stimolo (TARP) corredandolo con una somma di circa 800 miliardi di dollari che andò a beneficio del disastrato sistema bancario vittima della propria speculazione; susseguentemente si decise l’approvazione di linee di credito dirette illimitate per le due aziende automobilistiche per evitarne l’immediato collasso. Per dare un’idea del dramma che si stava profilando per il sistema economico e industriale americano l’ammontare dell’assegno staccato dal governo federale nel 2009 era pari al 4% del PIL, quasi tre volte superiore a ciò che fece per le stesse ragioni FD Roosevelt durante il New Deal per stimolare l’attività privata nel corso della sempre richiamata depressione del 1930.

I precedenti otto anni di scelleratezza economica del governo conservatore americano furono causati dalla erronea tesi secondo la quale il welfare pubblico potesse essere sostituito con la libera iniziativa promossa completamente da capitali privati. L’assunto garantiva il sistema finanziario da qualsiasi interventismo federale. Scevro così da fastidiose intromissioni, il reticolo bancario americano agì in piena libertà incrementando a proprio piacimento il rapporto tra il valore dei propri asset e il volume del debito erogato. Questa strategia si basava sull’ipotesi che affrancando l’iniziativa privata essa avrebbe potuto generare ricchezza sociale e piena occupazione mediante l’incremento dei consumi individuali. Nel contempo, il governo ne avrebbe tratto un ritorno in termini di consenso politico. Forte di questo duplice vantaggio, principalmente derivato dal risparmio sul welfare, la Presidenza repubblicana avrebbe ottenuto dal Congresso l’avallo per spendere centinaia di miliardi di dollari per quella guerra in IRAQ, che in seguito si sarebbe rivelata inutile e dieci volte più costosa rispetto alla stima iniziale. Sennonché, questo disegno, in assenza di regole, non solo non funzionò ma ebbe come epilogo la bancarotta privata e parallelamente un consistente aumento del debito pubblico federale che da 5,674 trilioni di dollari nell’anno fiscale 2000 passò a 10,024 nel 2008. Senza contare il disavanzo di bilancio del 10% ereditato nel gennaio 2009 dalla nuova Presidenza democratica. Il record storico conseguito durante un periodo di pace.

C’è un minimo comune denominatore che caratterizza gran parte della destra occidentale, sebbene in misura minore nei suoi quadri tedeschi e britannici: l’affannosa ricerca del plauso popolare ottenuto mediante lo spudorato sperpero di risorse pubbliche. Si prende alla lettera il famoso aforisma di Giovenale, panem et circenses gli si aggiunge un pizzico di “stato minimo” del libertario Robert Nozick, vi si spruzza un po’ della finanza creativa anglosassone, dopo di ché la bevanda è pronta per essere distribuita ai festosi astanti. Si tratta di un cocktail dall’apparenza invitante ma che cela il pericolo della dipendenza. Nel caso di Alessandria la formula non era segreta: le rose della Moldavia, le luccicanti penne a sfera, il dressage equino nella cinta cittadina, l’ubriacatura floreale, le mirabolanti idee inerenti alla valorizzazione della fortezza e chissà quanto ben altro verrà alla luce da quel miscuglio agitato in quel clima di serena compiacenza. Mentre il cinico monetarista Milton Friedman soleva avvisare i politici che una governance economica  considerata responsabile mai prevede un “pasto gratis”, John M. Keynes, meno spigoloso e più incline a considerare ragionevole la natura umana, teorizzò che in fondo qualche pasto gratuito in un periodo di vacche magre si deve in qualche modo servire, purché con il latte delle vacche grasse si possa in seguito ripagarlo. Come afferma un noto commentatore americano d’orientamento democratico “questo conservatorismo populista nel corso del proprio mandato politico non visita nessun santuario della teoria economica, non si inchina con deferenza nei confronti dei santoni del passato, preferisce adottare la propria “teoria del bancomat” (the cash dispenser theory). Salvo poi vagare tra le macerie prodotte dalla sua gestione scellerata appellandosi nel contempo a un qualsiasi padre nobile di turno, Friedman, Keynes, Von Hayek, Taylor a condizione che questo ricopra il ruolo di feroce oppositore al nuovo corso di governo”. Non è del tutto errata questa riflessione se pensiamo che la precedente amministrazione di centro destra alessandrina nel goffo tentativo di giustificare l’enorme deficit prodotto in solo cinque anni di mandato affermò di essersi ispirata alla teoria ciclica e anti-ciclica di Keynes, mentre Paul Ryan il candidato repubblicano alla vice presidenza USA da tempo flirta con il pensiero di Nozick sullo stato minimalista, dimenticandosi che il suo stesso partito negli otto anni di Presidenza Bush ha raddoppiato il debito pubblico statunitense. Il premio nobel Paul Krugman non perde occasione per denunciare sulle pagine del NYT questa “doppiezza” dei rappresentanti della destra facendone dei riferimenti circostanziati e espliciti.

Qui da noi le cose funzionano in modo diverso, ma non troppo. Se il movimento del Tea Party s’impone d’aver la memoria corta, allo stesso modo nel nostro microcosmo accadde più o meno la stessa forzata amnesia. Un gran parte di coloro che nelle precedenti elezioni per la carica di Sindaco della città di Alessandria, votarono per lo schieramento di centro destra (PDL e Lega), nelle successive diedero il loro consenso alle nuove formazioni populiste antidemocratiche, in particolar modo alla lista Grillo. Oggi, costoro non si fanno scrupolo di accomunare centro-desta e centro-sinistra nello stesso mucchio di reprobi della politica, pur sapendo che nel caso specifico fu il Partito Democratico che, sollevando il caso inerente le presunte irregolarità di bilancio, costrinse la precedente giunta a giustificarsi d’innanzi alla CdC regionale. Oramai, siamo tutti a conoscenza dell’infausto epilogo.

“Between spits from those who don’t want to understand” (tra gli sputi di coloro che non vogliono capire) ricordava il nostro Trevor ex capoturno della Chrysler con lucida preveggenza. Poiché, gli stessi voti conservatori, in passato indifferenti alla teoria economica del “bancomat” e ora “riciclati” in severi rigoristi, a un Obama, che ereditò la più grande catastrofe finanziaria della storia economica contemporanea, gli si urla una frase alquanto inquietante:“egli non è uno di noi”. Un comportamento non dissimile lo si attua nei confronti del nostro nuovo Sindaco scagliandole l’invettiva di “appartenere anch’ella a un ceto politico degradato e autoreferenziale”. Il lavoro della Presidenza Obama in questi ultimi quattro anni non è stato esente da errori e da ingenuità politiche. Un eccesso di acquiescenza da parte di un giovane e inatteso Presidente nei confronti dei grand commìs del partito democratico (Clinton, ecc.) lo ha portato designare incarichi importanti accogliendo acriticamente le proposte provenienti dalle varie correnti o centri di potere che compongono la vasta galassia del partito. Un infelice esempio fu la nomina del potente Larry Summers, ex ministro del tesoro durante l’era Clinton, a guida del suo team economico, poi dimessosi nel 2010. Qualche imbarazzo e un’enfasi retorica al limite del conveniente e soprattutto non corrisposta da immediati fatti lo ha condannato a subire una seria sconfitta nelle elezioni a medio termine nel 2010, perdendo parte della maggioranza parlamentare. Se pensiamo con quale frase Bill Clinton appellò Obama durante la corsa delle primarie del 2000 “He’s the fittest boy to carry my cases” (E’ il ragazzo più adatto per portare le mie valigie) rispetto al suo passaggio nella Convenzione di Charlotte “No President – not me or any my precedessor – no one could have fully repaired all the damage in just four years”, (Nessun Presidente, nemmeno me stesso o altri miei predecessori, nessuno avrebbe potuto riparare tutto il danno in solo quattro anni), beh possiamo dire che questo promettente “portaborse” hawaiano qualche considerazione, almeno nel suo partito, è riuscito a guadagnarsela.

Tuttavia, per quanto i “ricostruttori” in ogni dove facciano per sanare le ferite economiche e sociali provocate da un certo populismo conservatore e sprecone, essi saranno sempre aspramente criticati da coloro che nel passato le hanno pesantemente inferte, sebbene oggi inalberino nuovi vessilli e si presentino con acronimi diversi.

Franco Gavio

Membro della Direzione Provinciale del Partito Democratico

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