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Tanti centri (piccoli e confusi) – Corriere.it

17 agosto 2012

Sul Corriere di oggi Pierluigi Battista torna sul tema della rappresentanza del cosiddetto “centro” dello schieramento politico. Si tratta di un tema estremamente complesso, che richiederebbe preliminarmente un’accurata mappatura di questo spazio politico e la definizione delle sue peculiarità.
Quel che preme notare, con sconforto, è il passaggio in cui Battista registra il ripiegamento del PD dall’ambizioso progetto delle origini ad una rappresentanza meramente dello spazio e dell’ideologia della sinistra classica. Non si tratta certo di una novità, ma il rischio che questo progetto arrivi effettivamente a compimento con le prossime elezioni politiche non può che amareggiare chi sperava che il Paese potesse raggiungere forme di rappresentanza politica più moderne ed efficienti.

In una lettera-appello al Corriere della Sera un gruppo di intellettuali che formano l’ossatura di «Fermare il declino» e di «Italia futura» chiede alla composita aggregazione centrista che si sta formando di essere più coraggiosa e di sposare con più convinzione la causa della «rivoluzione liberale». Ma forse l’aggregazione ancora in fieri è troppo composita e variegata per sposare con convinzione la ricetta che vorrebbe trasformare l’Italia in un Paese meno statalista e più aperto alle benefiche virtù del libero mercato. Troppo multiforme per aspirare a una voce univoca. Oggi il «centrismo» è montiano a Roma e lombardiano nella Sicilia sull’orlo del default. E poi, è concepibile che a capeggiare la «rivoluzione liberale» ci sia Raffaele Bonanni, il capo della Cisl che per storia e formazione culturale con il liberalismo (e liberismo) einaudiano non ha nessun rapporto e che si è opposto con tutte le sue forze alla riforma delle pensioni varata dal governo Monti?

Oggi una formazione di centro potrebbe avere un notevole spazio elettorale. Il Pd appare sempre più solo «sinistra», sempre più propenso a un’alleanza con Vendola e incline a sposare una linea neo-socialdemocratica ovviamente antitetica alla «rivoluzione liberale», ma soprattutto destinata a una convivenza problematica con l’appoggio alla politica del governo Monti, sinora sostenuto con lealtà e continuità. A destra il Pdl è ed appare incerto e stordito, indeciso se consegnarsi nuovamente al carisma sia pur appannato di Berlusconi o tuffarsi in un oltranzismo protestatario e rancoroso che esige la rottura con il governo Monti sostenuto anche al prezzo della rottura con la Lega. Il «Centro», in tutte le sue declinazioni, potrebbe risultare un’offerta appetibile quando la sinistra e la destra radicalizzano il loro messaggio e si affidano a un oltranzismo identitario che rassicuri il loro elettorato e sciolga gli imbarazzi del sostegno al governo Monti, calamita di disagi sociali inevitabili in una crisi così profonda dell’economia e della società. Ma basta «non» essere di sinistra e «non» essere berlusconiani per apparire un’alternativa credibile? Il «Centro» può essere soltanto, come chiedono giustamente i firmatari della lettera al Corriere , il luogo dell’equilibrio, la casa della moderazione, l’ideale di un’equidistanza che distolga dal gravoso compito di dire che cosa esattamente bisognerebbe fare per spingere l’Italia fuori dal pantano?

Queste incertezze non sono solo l’assillo di una porzione minoritaria dell’opinione pubblica italiana. È un’intera porzione della nostra società che stenta oggi ad essere rappresentata. Che si riconosce nello sforzo del governo Monti e che vorrebbe trasformare il rigore da obbligo dettato da circostanze eccezionali a scelta consapevole per qualunque governo «politico» in grado di amministrare l’eredità di un governo «tecnico» senza sperperarne i risultati e senza dilapidare il capitale di fiducia riconquistato, almeno in parte e mai irrevocabilmente, nella comunità internazionale. Questa parte dell’Italia oggi è senza voce politica e ancora non si vedono i contorni di chi potrebbe chiederle la fiducia nella prossima tornata elettorale. Troppe contraddizioni, troppi tatticismi, troppi comportamenti ondivaghi e anche opportunistici indeboliscono la promessa di chi vuole proporre agli italiani una ricetta nuova e diversa. Tanti piccoli «centri» destinati, in questo modo, all’irrilevanza. O alla subalternità.

 

 

 

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