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Il dilemma dei centristi – Corriere.it

6 agosto 2012

Non sono esattamente un cultore di Angelo Panebianco. Il suo articolo di oggi sul Corriere merita però senz’altro di essere rilanciato. Perché innazitutto ricorda come i partiti antepongano il proprio interesse quali organizzazioni non solo all’interese del Paese, ma addirittura a quello del loro tradizionale elettorato di riferimento (la cd. constitutency). Questa distorsione del rapporto di agenzia trova una prima conseguanza negativa nelle logiche con cui si sta approcciando la riforma della legge elettorale, condotta non nella direzione prioritaria della governabilità e della massimizzazione della facoltà di scelta degli elettori, ma del compromesso tra i partiti e della massimizzazione della loro autoreferenzialità e autonomia negoziale e tattica. La conseguenza che traspare con immediatezza è quella dell’indeterminatezza e della potenziale instabilità degli assetti conseguenti alle elezioni.  Panebianco prova in particolare ad analizzare il punto di vista dei cosiddetti moderati.

In sisntesi, credo si possa pensar male secondo l’insegnamento di Andreotti ed immaginare che le attuali leadership politiche si stiano confrontando con l’obiettivoprioritario  di massimizzare la pattuglia dei fedelissimi ortodossi in parlamento. Solo in secondo, marginale, piano restano invece le improcrastinabili esigenze del Paese di un governo forte e credibile, non prigioniero di istanze estremistiche e neppure del potere di ricatto di un partito ago della bilancia e di ambigua collocazione nello schieramento come l’UDC (probabilmente tutti pensano di raccontare un sacco di panzane irrealizzabili all’elettorato più identitario e, fatto il meglio possibile in termini di rappresentanti eletti, dopo le elezioni, di passare nuovamente la mano a Monti o a chi per lui).

Con l’annunciato ritorno alla proporzionale, ridiventerà lecito ciò che non lo era dopo il 1994: correre da soli alle elezioni e fare le alleanze di governo in Parlamento dopo il voto. Era il sistema della Prima Repubblica. Grazie a esso l’Italia riuscì a collezionare ben 45 governi in 44 anni (dal 1948 al 1992): un record negativo eccezionale. Allora però ce lo potevamo permettere: la democrazia italiana viveva di puntelli esterni. C’erano la guerra fredda, la Nato, la minaccia comunista, la conventio ad excludendum.

C’è da dubitare che una democrazia così mal funzionante possa reggere a lungo nel burrascoso mondo in cui viviamo. Ma la politica è interessata solo al breve termine. E nel breve termine una legge elettorale proporzionale serve a tanti. Serve ai probabili sconfitti (il centrodestra) perché, a differenza delle leggi maggioritarie, consente di limitare le perdite, di rimanere in gioco. E serve a chi si è posizionato «al centro» (Pier Ferdinando Casini). Perché gli assicura una rendita di posizione, lo rende indispensabile in qualunque combinazione parlamentare. Può svolgere il ruolo del king maker quale che sia lo schieramento, di sinistra o di destra, con cui, dopo le elezioni, si troverà a trattare la formazione del governo.

Facciamo un esercizio di fantasia, immaginiamo lo scenario del dopo elezioni (la storia poi, si sa, va per suo conto, ma disegnare scenari è un modo per dotarsi di una bussola artigianale).

È probabile che l’alleanza Bersani-Vendola prevalga sul centrodestra nelle prossime elezioni. Non avrà però, verosimilmente, i numeri per governare. Dovrà fare i conti con Casini. Quanto potrà reggere il governo che si formerà? Nello «schema di gioco» di Bersani, a Casini spetterà la difesa della continuità con il governo Monti, a Vendola (ma anche a una parte del Partito democratico) spetterà rivendicarne la discontinuità. Con Bersani al centro che media fra le due componenti. Ma potrà mai reggere quello schema di gioco? Sicuramente no, se dovremo fare ricorso allo scudo anti- spread e accettare le rigide condizioni che ciò comporta: l’ala sinistra, vincolata a un programma di rigore e di tagli alla spesa che non è il suo, non potrebbe reggere a lungo il gioco. Ma anche senza scudo, e connesso commissariamento, lo schema di Bersani incontrerebbe grossi problemi. Non sarebbe facile per il governo, data la sua composizione, guadagnarsi la fiducia dei mercati. Le probabilità di fallimento nel giro di un anno sarebbero piuttosto alte. Figurarsi poi se all’assedio dei mercati dovesse sommarsi, poniamo, una improvvisa pressione politico-diplomatica dovuta al precipitare di una crisi militare (fra Israele e Iran) in Medio Oriente.

via Il dilemma dei centristi – Corriere.it.

 

 

 

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