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La volata Bce stacca la politica – Il Sole 24 Ore

29 luglio 2012

Sul Sole di oggi Adriana Cerretelli analizza l’assunzione di leadership con cui Mario Draghi ha tentato, per ora credibilmente, di arrestare il drammatico avvitamento della crisi dei debiti sovrani europei. Fortunatamente, Germania e Francia sembrano aver risposto coerentemente.

Sul finire degli anni ’80 fu Jacques Delors, l’allora presidente della Commissione europea, a farsi interprete dei desiderata franco-tedeschi che alla fine diedero vita all’euro. Regnanti François Mitterrand in Francia e Helmut Kohl nella Germania appena riunificata. Oggi, più di vent’anni dopo, il «fattore D» torna ad affacciarsi nella vita della moneta unica, non per farla nascere ma per salvarla dal disastro. E questa volta si chiama Mario Draghi. Più che l’esecutore materiale della comune volontà di un’Angela Merkel troppo spesso ondivaga e di un François Hollande ancora timido e impacciato, l’attuale presidente della Bce appare il vero demiurgo di un’operazione decisiva per il futuro dell’Europa.

Un po’ per ragioni di statuto, che gli garantiscono l’indipendenza dai Governi. Un po’ perché quei Governi non hanno le idee molto chiare su quello che vogliono davvero: con le elezioni nel settembre 2013, il cancelliere sa di remare contro gli umori dell’opinione pubblica tedesca restia ad aiutare i paesi in difficoltà, mentre il presidente deve fare i conti con i francesi contrari a rigore e riforme ma soprattutto alla cessione della sovranità nazionale sulle leve del bilancio (auspicata con forza da Berlino e Francoforte).

Dopo lungo tentennare, pasticciare, tacere e prendere tempo, finalmente Merkel e Hollande si sono decisi a dichiarare forte e chiaro di essere decisi a fare di tutto per difendere l’integrità dell’euro. Grecia compresa, dunque. Ripetendo per di più quasi pedissequamente le parole pronunciate da Draghi soltanto 24 ore prima a Londra. Sopravvenuta sintonia quasi perfetta in seno alla triplice che ha in mano il destino dell’euro? Si vedrà. Per ora i mercati ci credono ed è quello che più conta per fermare la grande crisi di agosto, l’emergenza Spagna e la destabilizzazione dell’Italia, cioè della quarta e terza economia dell’area. Inevitabili premesse per spaccare l’euro o distruggerlo.

Colpisce in questa vicenda che il fattore D resti ma in ruoli rovesciati rispetto all’era Delors: allora erano le elite politiche a dominare incontrastate facendo la storia, nel bene o nel male. Oggi invece sono sempre più le elite tecnocratiche a condurre i giochi europei, con quelle politiche costrette, più o meno riluttanti, a seguire a rimorchio. È successo ad Atene e a Roma. Sta succedendo anche nel triangolo Francoforte, Parigi e Berlino. Intendiamoci. È evidente che la Bce ha vitale bisogno del conforto della politica, nella speranza di fare l’unanimità nel Consiglio direttivo soprattutto quando, come il 2 agosto, dovrà prendere decisioni contrarie ai dogmi della Bundesbank e di altri banchieri nordici, come l’acquisto di titoli di Stato, non a caso interrotti dal febbraio scorso.

Resta che la crisi sta cambiando l’organigramma istituzionale europeo e relativa spartizione dei poteri. La banca centrale sta infatti acquistando sempre maggiore peso, ruolo e iniziativa, soppiantando la Commissione Ue, che un tempo era il motore dinamico e ineludibile di tutte le decisioni ma oggi è ridotta a mettere semplicemente in bella copia quelle altrui. E anche quando magari incassa un po’ di poteri in più deve limitarsi a verificare l’avvenuto ed effettivo rispetto di quelli degli altri.

Con il futuro dell’Europa appeso al destino dell’euro, che a sua volta ha in pugno la tenuta o meno del mercato unico, è logico che la Bce sia diventata sempre più centrale nell’equazione dei poteri europei. Come è logico che, di fronte alle disastrose latitanze dei politici nazionali, sia uscita allo scoperto non solo per evitare il collasso della moneta unica ma anche per indicare la via maestra da seguire per ricostruire non solo bilanci sani, economie competitive e banche solide ma anche un’Unione capace di fare da credibile interfaccia alla sua moneta e di esistere sulla scena globale. Se tutto andrà per il meglio, il 2 agosto l’euro e l’Europa ripartiranno da Draghi e dalla Bce anche perché, sia pure in extremis, con Francia e Germania la politica è tornata a battere un colpo. Era ora. E senza più marce indietro, per favore.

 

 

 

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3 commenti leave one →
  1. 29 luglio 2012 21:35

    l’uomo della strada che vive in me si stà chiedendo;ok le elite tecnocratiche,la Bce,la Fed salveranno la valuta,ma dovremmo rassegnarci ad una mungitura permanente,al 55% e prospettive di crescita lentissima,prosciugatura dei servizi,disoccupazione etc etc.Ecco l’impressione di un restauro conservativo c’è tutta,complice l’enorme filtro di status quo duri a sradicare.Nel mentre integro…. Dagli Usa invece un segnale contro le resistenze della Buba

    NEW YORK – Il segretario al Tesoro americano si precipita in Europa domani per incontrare i protagonisti-chiave dell’ultimo tentativo di salvataggio dell’eurozona. Il viaggio-lampo apre una settimana cruciale e ne sottolinea l’importanza. La Casa Bianca si è convinta che in questi giorni può giocarsi la partita decisiva per arginare la disintegrazione dell’eurozona. Barack Obama manda il più alto esponente del suo governo dell’economia, quasi a tentare una “mediazione” discreta. L’obiettivo: evitare che una resistenza tedesca – targata Bundesbank – possa indebolire l’impegnativa promessa di Mario Draghi, quella sua frase («faremo tutto il necessario») che ha regalato due giorni di euforìa sui mercati. Subito dopo aver visto Schaeuble per assicurarsi il sostegno leale del governo tedesco, nella stessa giornata di domani Geithner vedrà anche Draghi. Poi in rapida successione si terrano la riunione della Federal Reserve, l’incontro

    Bce-Bundesbank, il board della Bce. Per finire venerdì con il dato sull’occupazione americana. La Casa Bianca è cautamente ottimista su ciò che la “sua” banca centrale farà: si aspetta dalla Fed l’annuncio di nuove azioni monetarie espansive, forse una ripresa di massicci acquisti di Treasury bond a breve termine. Perciò Obama considera essenziale che il board della Bce faccia altrettanto giovedì. Guai se la riunione di Francoforte dovesse ridimensionare le attese create dal Draghi «pronto a fare tutto il necessario », una frase poi ripetuta quasi testualmente nel comunicato congiunto Merkel-Hollande di venerdì. Il vento di ottimismo che ha soffiato per 48 ore sui mercati ha un significato preciso: il mondo intero si attende che la Bce sfoderi l’artiglieria pesante, ripristinando operazioni di acquisto di bond (italiani e spagnoli) sui mercati.
    Le attese salvifiche che circondano le due banche centrali sono in netto contrasto con quel che accade nelle economie reali. La contraddizione è notevole, tra i dati pesanti che
    vengono dal mondo “concreto”, e l’euforìa che ha lanciato le Borse al rialzo negli ultimi due giorni. L’economia americana cresce sempre meno: solo dell’1,5% nel trimestre aprilegiugno, contro il 2% nel primo trimestre e il 4% nel periodo ottobre- dicembre. Una frenata brutale, le cui ripercussioni colpiscono perfino un’azienda che sembrava sfidare la legge di gravità, cioè Apple. Non basta
    più la creatività della Silicon Valley per convincere i consumatori a spendere. Le famiglie americane continuano la loro operazione di “austerity privata”, cioè aumentano la percentuale del reddito che viene accantonato per risparmi. E’ la lunga e sofferta operazione di “de-leveraging” – riduzione dei debiti – che accompagna questa recessione. E’ la recessione più lunga dagli anni Trenta, è
    diversa dalle altre del dopoguerra, perché fu provocata da un crac sistemico della finanza (e perciò più laboriosa da assorbire). L’economia reale nell’eurozona sta ancora peggio, e non solo nei paesi più indeboliti come la Spagna col suo 25% di disoccupazione. La settimana si è chiusa con una raffica di risultati pessimi per la grande industria francese: da Renault a Saint Gobain e Lafarge la caduta degli utili varia dal 30% al 70%.
    L’azione delle banche centrali può davvero invertire questa tendenza di fondo? La Bce e la Fed sono “onnipotenti”, almeno verso i mercati, nella loro facoltà di stampare moneta… se vengono lasciate libere di esercitarla. Per questo Geithner vuole assicurarsi che non scatti un veto tedesco contro le operazioni di Draghi a sostegno del debito italiano e spagnolo. La Federal Reserve deve a sua volta superare obiezioni di tipo politico: a 100 giorni dall’elezione presidenziale Usa la sua strategia monetaria non deve apparire come una manovra pro-Obama. Ma anche se le due banche centrali dispiegano senza remore tutta la loro potenza di fuoco, l’effetto degli
    acquisti di bond rischia di rimanere limitato alla sfera della finanza. Il credito facile non si trasferisce automaticamente dalle banche alle imprese alle famiglie. In mancanza di potere d’acquisto tra i consumatori, gli investimenti produttivi non ripartono. L’ultima volta che la Bce comprò bond sui mercati, “regalò” una tregua durata tre mesi, seguita da una nuova tempesta.
    Sulla sostenibilità di lungo periodo dell’eurozona, continua a pesare una forza centrifuga: la fuga di risparmio dai Paesi del Sud verso la Germania. Lo confermano gli ultimi dati della Bce, sull’andamento delle riserve delle banche centrali nazionali. La Bundesbank ha accumulato 730 miliardi di crediti verso la Bce, mentre la Banca d’Italia si è indebitata per 275 miliardi. E’ l’effetto speculare del risparmio che viene prelevato dalle banche italiane per essere depositato in quelle tedesche: una scelta compiuta da chi continua a pensare che la tenuta dell’unione monetaria non sia affatto una certezza.

    • 29 luglio 2012 23:09

      Caro Carlo “uomo della strada”, hai ovviamente ragione, ma Draghi ha fatto e fa quanto in suo potere (e forse anche oltre) per evitare un default di due dei principali paesi dell’area euro. Quel default avrebbe conseguenze ben più gravi dei problemi che evidenzi, tra cui l’irreparabile tracollo dell’euro.
      Perché anche i problemi che tu ricordi siano affrontati occorre che la politica europea almeno esca dalla passiva impotenza che la annichilisce e si assuma responsabilità che si sono assunti i grandi uomini politici del passato. Speriamo.

  2. 30 luglio 2012 11:51

    concordo sul fatto che Draghi ci abbia messo ben più che la faccia,venerdi a mio avviso i mercati scontano rifinanziamento e taglio tassi,non oso pensare a scenari diversi,e se i grafici scontano tutto,sul btp bund dovrebbe essersi formato già un doppio massimo,indi mi sento sereno,meno sereno lo sono sulla classe dirigente europea in toto,come sottolineavi,la necessità di governance e direzionalità sono fondamentali,diversamente Draghi rischia di rimanere un isolato pompiere che ha a disposizione un potente getto d’acqua per breve tempo.Alla fine non vedo politici disposti ad immolarsi per una causa comune,ma pronti ad accorrere a protezione del proprio orticello,nelle bacheche dei social network è tutto un infervorarsi campanilista metro per metro sull’accorpamento delle province,la miopia è paradossale,soprattutto quando si rischia di diventare come Paese una Provincia di un Impero

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