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Democrazia

12 luglio 2012

In Italia vige notoriamente una forma di governo chiamata DEMOCRAZIA e, come ben sappiamo, etimologicamente significa “governo del popolo”. Tale antico concetto ha trovato la sua espressione storica in diverse applicazioni, tutte volte alla ricerca di una modalità di governo capace di dare al popolo la potestà effettiva di gestire la res pubblica. La cosiddetta DEMOCRAZIA DIRETTA, ove il potere è gestito dal popolo, così come avveniva nell’antica Polis greca, oggi è rarissima e una delle poche repubbliche al mondo che funzionano con questo meccanismo è la Svizzera. In tale tipologia di democrazia il referendum popolare è uno strumento molto importante come lo sono le iniziative e le petizioni del popolo. Nel nostro mondo ormai globale si guarda quasi con tenerezza ad alcune realtà come il Cantone di Ampenzeller, dove a dire il vero si è concesso il voto alle donne solo nel 1991, poiché la Corte Suprema elvetica aveva bollato questo divieto come anticostituzionale.

Ebbene, in questo angolo alpino della moderna Europa si suole votare per alzata di mano e, come tradizione e per ricordare l’appartenenza ad una comunità democratica, l’ultima domenica di aprile gli abitanti di Ampenzeller si radunano in una specie di parlamento all’aria aperta e votano per alzata di mano oppure brandendo verso l’alto uno specifico spadino in segno d’approvazione allorquando si discutano questioni cantonali di capitale importanza. Nella maggior parte degli stati è in uso un governo basato sulla DEMOCRAZIA INDIRETTA, nel nostro caso si dice pure RAPPRESENTATIVA, poiché il popolo elegge mediante il suffragio universale i propri rappresentanti in Parlamento. La stragrande maggioranza degli stati al mondo si definisce democratica; uno degli studi più interessanti in merito è quello eseguito dal THE ECONOMIST, conosciuto come DEMOCRACY INDEX e prende in esame 167 nazioni, stabilisce un grado di democrazia con un punteggio da0 a10. Dall’ultimo esame, alla fine del 2010,la Norvegia è risultata essere la nazione più democratica al mondo, con un punteggio di 9,8, mentre la Corea del Nord chiude la classifica con un punteggio di 1,08. L’Italia risulta essere una “democrazia imperfetta”, con un punteggio di 7,83 e si colloca al ventinovesimo posto della classifica. Recenti studi di economisti e matematici mostrano come la democrazia non sia qualcosa di compiuto e ben definito, ma un approccio filosofico che tende a considerarla un concetto intrinsecamente imperfetto. La prima critica che si fa alla democrazia è il paradosso insito in se stessa, che se la maggioranza delle persone desidera un governo antidemocratico, essa cesserebbe di esistere. Un esempio di questo tipo è quello di una comunità in cui regna un forte sentimento religioso. Qualsiasi confessione, essendo di per sé un progetto extra-mondano, non intercetta i valori civili, umani e soprattutto terreni che connotano quelle forme di governo che la scienza della politica definisce come democratiche. Accadde in questo caso che i propri leader religiosi instaurino un potere di tipo teocratico, ben lungi da essere classificato come un esempio di democrazia.

Michael Moore diceva: “ La democrazia non è uno sport per spettatori. Se tutti stanno a guardare e nessuno partecipa, non funziona più”. Questo, ad avviso di molti, è uno dei rischi che si corrono oggi, anche nel nostro paese. Un campanello d’allarme da non sottovalutare è il malcontento popolare, ovvero la sensazione che hanno molti cittadini di non essere ascoltati, ragion per cui giorno dopo giorno essi concorrono a ingrossare il corpo dell’antipolitica. I segni sono evidenti a tutti: un chiaro comportamento di sfiducia nella politica in generale, in particolare nei partiti tradizionali, che si materializza nel caparbio rifiuto del proprio diritto elettorale passivo. Se la classe politica è e deve essere rappresentativa della volontà popolare, non si comprende lo scollamento che negli ultimi anni ha separato l’elettore dal suo legittimo rappresentante a livello istituzionale. Mi domando fino a che punto la politica italiana possa permettersi di perdere rappresentatività e fino a quando la gente comune continuerà ad esprimere un sentire non in sintonia con i politici, i quali, con la loro tendenza all’auto-referenzialità, la quale per altro pregiudica il confronto con il loro elettorato, hanno solo da perdere in termini di autorevolezza e di stima. Nei fatti, e qui mi riferisco a questo particolare momento storico, in cui ovunque si manifesta la preoccupazione per la situazione economica generale, nonché una grande sfiducia verso i governi che sembrano ignorare le difficoltà in cui versano milioni di persone con redditi al limite della povertà. Si assiste ad uno smantellamento in piena regola dello stato sociale, la cui conseguenza percepibile in ogni ambiente (bar, posto di lavoro, cortile o strada) in cui ci si trovi a discutere o ad ascoltare conversazioni, è l’incertezza verso il futuro. Personalmente, trovo un po’ artefatto ogni atteggiamento elitario da parte di alcune componenti politiche, che si arrogano la prerogativa di avere compreso tutto e di prendere decisioni anche impopolari, poiché necessarie, partendo dal principio che la gente comune non capisca il contesto generale. Ovviamente, non tutti abbiamo in tasca una laurea in economia, ma personalmente ne assegnerei qualcuna “honoris causa” a certe casalinghe che fanno i salti mortali per far quadrare il bilancio familiare, con figli da crescere e quelle poche entrate erose dalle tasse e dai continui aumenti dei generi di prima necessità. La mia sensazione è che si debba partire proprio da lì, da una politica che, nel respiro internazionale macroeconomico, non perda di vista le fasce più deboli della popolazione, e ci si attivi nella difesa dello stato sociale pur modernizzandone i meccanismi e razionalizzandone la struttura.

Marina Levo

Direzione Provinciale PD Alessandria

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