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Il dito e la luna

9 luglio 2012

Per indicare una persona ingenua talvolta si dice, che se qualcuno gli indica la luna, egli o ella si limita a fissare il dito. Da cui si suppone che chi osserva il dito invece della luna è qualcuno che è incapace di vedere le cose importanti. Mi riferisco a coloro che tributano all’attuale governo in carica un’eccessiva lode nell’affrontare quelle problematiche – a causa delle quali il nostro paese è ritenuto corresponsabile – affliggenti da circa dodici mesi la moneta unica.

La cosiddetta razionalizzazione della spesa statale italiana – in altri termini spending review – è una condizione necessaria ma del tutto insufficiente per superare la speculazione internazionale nei confronti dell’euro. Per lenire la “cattiveria” dei mercati – almeno per il caso italiano – bisogna diminuire drasticamente lo stock del debito, poiché pur riuscendo a conseguire un avanzo primario in surplus, gli interessi annuali sul debito graverebbero così pesantemente sul bilancio dello stato da vanificare ogni illusorio risparmio. Questa politica del “dito” ci porterà a impoverire il paese senza scalfire minimamente la “durezza” dei mercati. Le soluzioni di politica economica che servirebbero per superare questo stallo sono di ben altro tenore. Basterebbe frequentare un breve corso in macroeconomia per rendersi conto che senza un deciso intervento della Banca Centrale come prestatrice di ultima istanza, o in alternativa – come suggerito da un noto think tank economico tedesco – mediante la mutualizzazione dell’extra debito garantito collegialmente (superiore alla quota 60 di Maastricht), qualsiasi altro tentativo, seppur encomiabile risulterebbe inutile o comunque troppo tardivo rispetto al dinamismo della finanza internazionale. Purtroppo, tali decisioni necessitano di un forte sostegno politico euro-comunitario basato sulla condivisione d’interessi comuni che attualmente si fa fatica verificarne addirittura il preambolo. I mercati non si convincono della ritrovata “saldezza” dell’euro con l’introduzione dell’IMU o la messa in mobilità di due decine di migliaia di dipendenti pubblici italiani. Se si pensa che la finanza internazionale ha fatto spallucce nei confronti della contemporanea immissione di liquidità da parte di tre tra le più autorevoli banche centrali l’ECB, la PBOC (con riduzione simultanea del tasso di sconto) e infine la BOE (con acquisto di titoli di stato su mercato secondario), si può immaginare quanto irrisoria possa essere considerata la “svolta” disciplinata italiana funzionale al “risanamento” della moneta unica. Questo tipo di politica del rigore fast food promossa dal governo Monti in una condizione di recessione internazionale, in obbedienza al funesto dettato dell’equilibrio tedesco, ci induce a fare i “buoni compiti” per poi essere bocciati agli esami di maturità al cospetto dei gestori dei grandi fondi obbligazionari internazionali. Il vertice europeo di giugno, che la stampa italiana ha consegnato ai posteri come una vittoria del nostro Capo del governo, ha inizialmente “ingannato” il mercato rendendolo euforico per 24 ore, poi gli analisti internazionali – non certo sprovveduti come i nostri commentatori economici – dopo aver letto con attenzione le “sudate carte” il lodato Mario si è trasformato, nel volgere di una seduta di borsa, nel vacuo Pirro re dell’Epiro.

In teoria, l’accordo promette di spezzare il legame auto-rinforzante tra i governi deboli e le banche deboli. In pratica, ciò accadrà – se accadrà – solo allorché la Banca Centrale Europea (ECB) assumerà l’incarico di vigilanza bancaria sulla moneta comune. Il che può richiedere molto più tempo rispetto ai sei mesi previsti. Per di più, in quel mentre, questo accordo stipulato congiuntamente in un momento di confusa concitazione potrebbe impigliarsi nelle difficoltà di ordine giuridico circa la ri-definizione delle competenze del fondo permanente deciso in fretta e furia senza cambiare il trattato precedentemente istituito. Infine, i mercati hanno cominciato a percepire le obiezioni politiche provenienti dalle economie più piccole del nord (la Finlandia) alla quale non piace per nulla l’idea di utilizzare il fondo di salvataggio per comprare titoli di Stato sui mercati secondari. Il risultato di questo presunto eroico confronto con gli irriducibili teutonici si sta rilevando nei fatti alquanto deludente: il dollaro è risalito a 1,22/1,23 contro euro (max da 12 mesi); lo spread spagnolo è leggermente inferiore alla quota 500, con un tasso di rifinanziamento dei Bonos che sfiora il 7%; l’Italia, nonostante le decisioni “raziocinanti” e “razionalizzanti” del Consiglio dei Ministri viaggia in una pericolosa forchetta tra 450 e 480 punti, con un PIL che precipita, nell’accezione del gergo borsitico, a forma di “candlestick”. Proviamo a immaginare cosa potrebbe succedere sul nervoso mercato obbligazionario dei titoli pubblici spagnoli e italiani da qui a sei mesi, nell’attesa che la Banca Centrale Europea, forse, nonostante le riserve di Draghi, assumerà il compito di vigilanza bancaria europea.

Che il nostro paese abbia bisogno di riforme non vi è dubbio, ma che queste debbano essere attuate in 40 giorni per “salvare” la moneta unica può solo convincere i lettori di Topolino, non certo le più importanti piazze finanziarie internazionali. Se si osserva il cammino dello spread riferito al rendimento tra i BTP e i Bund tedeschi, ci sorge il dubbio che esso sia una variabile poco dipendente rispetto alle decisioni del nostro Consiglio di “Facoltà”. Dal top storico del 9 novembre 2011 (7,25%) ai giorni nostri (6%) dopo due pesanti operazioni di cassa, poiché anche l’attuale non si discosta molto da tale tipologia, seppur mascherata con questi stucchevoli lemmi anglosassoni, il guadagno in termini reali è stato di un magro 1,25%.

Da ciò si deduce che l’Italia e la Spagna sono sì certamente il ventre molle dell’euro, ma non certo entrambe la causa principale della sua crisi. Le ragioni di questo presunto fallimento monetario vanno misurate oltre i confini del nostro paese e sono principalmente di natura euro-politico e euro-istituzionale. La questione economica è solo un riflesso delle precedenti. Rimane sempre valido il giudizio espresso dal The Economist sulla crisi della zona euro, qui già riportato nel nostro blog con il titolo: “Europa, un deficit democratico sempre più profondo”, lo scorso giugno. Vale la pena rileggerlo, soprattutto per alcuni presunti liberal i quali si sentono fortemente attratti dalle dottrine liberiste di Von Hayek.

Insomma, in altri termini: si deve ritornare al più presto la legittimazione popolare. Abbiamo la necessità di un progetto politico progressista che sappia far coagulare tutte le forze europee contro un conservatorismo continentale che mira, sebbene non a parole, ma nei fatti a ritrasformare l’Europa in una semplice “espressione geografica”.  Solo in questo modo i “perfidi” mercati inizieranno a pensare che l’euro potrebbe avere una stabile continuità allentando così la morsa speculativa.

Ai tecnici possiamo concedere l’onore delle armi e una comoda poltrona accademica.

Franco Gavio

Membro della Direzione provinciale del PD

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