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La #spendingreview e gli sprechi fantasma

6 luglio 2012

Ogni rivolo di spesa pubblica beneficia qualcuno. E come ogni buon lubrificante sociale, alimenta il consenso politico di coloro che lo governano. Forse per questo, al momento effettivo dei tagli, ogni centro di spesa ne sostiene l’incomprimibilità. Pur contro la diffusa e riconosciuta percezione dei molti sprechi di una pubblica amministrazione spesso per lungo tempo governata più secondo i desiderata dei sindacati e le logiche del consenso clientelare che secondo le reali esigenze dei cittadini utenti.

Proprio qui sta la contraddizione che in queste ore emerge con prepotenza, soprattutto a sinistra: mentre lo spread tra il nostro debito sovrano e quello tedesco è tornato ormai sopra i 460 punti, rendendo ancor più difficilmente sostenibile quella montagna di debito pubblico che sovrasta il Paese (oggi sono ormai 1.965 miliardi, circa il 120% del PIL, più di 32 mila euro procapite), molti tra coloro che hanno responsabilità politiche apicali, invece di assumersi l’onere di indicare cosa vorrebbero che venisse tagliato, si trincerano in posizione di intransigente difesa della spesa di loro competenza. Si tratta di uno scenario preoccupante, che evidenzia ancor più come gran parte della nostra vecchia classe politica, cresciuta in decenni di spesa pubblica fuori controllo e di debito pubblico in vertiginosa crescita, sia assolutamente impreparata sia a fronteggiare la crisi che a promuovere ed implementare riforme profonde del Paese.

Per questo mi permetto un appello: cari amici politici, soprattutto voi che avete a cuore lo stato sociale, concorrete ad individuare gli sprechi e contribuite ad eliminarli, magari per indirizzare i risparmi verso utilizzi più utili. Nell’immediato occorre evitare l’aumento dell’IVA, ma, con un tasso di disoccupazione giovanile oltre il 36%, 2 milioni di giovani che non studiano e non cercano lavoro e un tasso di laureati del 12% rispetto alla media OCSE del 25%, le occasioni di rimodulazione non mancano. Anche grazie al vostro contributo la spending review potrà essere più efficace ed equa e il Paese potrà avere qualche speranza di evitare un fallimento che avrebbe costi ben più alti, con il rischio di non poter più pagare pensioni, stipendi, istruzione e prestazioni sociali.

Firmato: Fabio, un cittadino italiano

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13 commenti leave one →
  1. Paolo Riccone permalink
    6 luglio 2012 17:30

    Caro Fabio, in linea generale concordo con quanto scrivi. A parte il fatto che personalmente non ho mai considerato la spesa pubblica una sciagura di per sè, in quanto, tecnicamente, senza di essa non sopravviverebbe nemmeno questo sistema di mercati oligopolistici altamente finanziarizzati e speculativi (diciamolo chiaramente: l’utilizzo strumentale e clientelare della spesa pubblica è un dato storico intimamente connesso a determinati sistemi politici nazionali, quale quello italiano, e non di tutti – le motivazioni sono moltissime e si dovrebbe aprire una discussione di taglio storico-politico, economico e sociale lunga e approfondita solo su questo punto, troppo lunga -), in questo specifico caso personalmente ritengo che questa non sia una vera e propria spending-review (SR) ma una semplice MANOVRA FINANZIARIA, con aspetti pure non strutturali. Infatti, in una SR si dovrebbero quantificare ex-ante la fattibilità, l’impatto, una seria analisi procedurale della stessa, in modo da comprendere al meglio gli effetti ex-post della stessa. Ora, chi mi dice che l’accorpamento delle province produrrà risparmi netti? Avverà poi realmente? Con quali procedure? Chi mi quantifica l’onere a carico del sistema pensionistico (pubblico) della riduzione del personale, dirigente e non? Che sia una manovra finanziaria con aspetti non strutturali lo dimostra il fatto che l’aumento dell’Iva di due punti è stato SOLO spostato al luglio 2013 e NON abrogato (del tipo: vedremo, tanto noi non ci saremo più).

    Dal mio punto di vista questo decreto contiene ancora molti, troppi tagli lineari (è il caso degli interventi sulla sanità o del taglio agli organici) e non va assolutamente nella direzione della riqualificazione della spesa pubblica (c’è un minimo accenno nell’accentramento della fornitura dei servizi acquistati dalla P.a. – Consip e simili – anche se è da vedere il reale impatto, per non parlare dell’assenza di una riorganizzazione del personale, in esubero in alcune strutture e aree geografiche, carente in altre o dell’accorpamento dei microcomuni per fusione – esiste una legge in proposito ultraventennale mai applicata -).

    Una questione/domanda finale che sta alla base di tutto il ragionamento: perché continuare a svuotare il welfare dei singoli stati-nazione (che possono/vanno certamente riqualificati e aggiornati) quando in danni alle economie reali sono sempre più provocati dalla speculazione della finanza-spazzatura globale?

    Paolo Riccone

    • 8 luglio 2012 00:06

      Caro Paolo,
      innanzittutto sul tema della spesa pubblica in sé. L’osservazione storica ha dimostrato che sistemi con forti interventi dello stato nella vita degli individui sono soggetti a forti rischi di arbitrio. Hayek aveva a suo tempo dimostrato anche teoricamente le criticità dell’intervento statale.
      Pur senza entrare nel lungo dibattito che sarebbe necessario e a cui fai cenno, possiamo assumere che i rischi dell’intervento pubblico siano particolarmente rilevanti in Italia per la pervasiva diffusione di malcostume e corruzione oltre a varei altre pratiche di free riding. Sommati ad una dimensione del debito pubblico che si è dimostrata ben oltre il gestibile, questi ed altri elementi richiedono a mio avviso di intraprendere un deciso percorso di riduzione della spesa.
      Per motivi che ben conosciamo, la spesa richiede inoltre senza ombra di dubbio una decisa rimodulazione.
      Dal combinato di questi elementi l’imprescindibilita della Spending review e di tecniche di zero budgetting.

    • 8 luglio 2012 00:23

      L’altro elemento che rilevi è di natura tecnico procedimentale.
      Intanto mi pare che questo tuo rilievo implicitamente riconosca la necessita della SR, o almeno la sua opportunità. È un riconoscimento non scontato e che pone la discussione su un piano che reputo di ragionevolezza.
      In ogni caso la scarsa incisività e una capacità discriminatoria ancora parziale sono evidenziate anche nei commenti di diversi tecnici.
      Personalmente rilevo che le analisi a cui fai riferimento sono operate in linea generale su tutte le leggi e i decreti dalla Presidenza della Repubblica e dai servizi tecnici delle Camere. Certo, qui il grado di sofisticazione dovrebbe essere maggiore, ma come non ricordare che spesso il meglio è nemico del bene?
      Infine, manovra o SR? C’è molta differenza tra una manovra sulle sole spese, che le rimodula ad esempio a favore degli esodati ed una SR? Quelle
      Metodologiche di cui hai scritto, mi risponderai. Si può fare meglio, ma non credo si sia fatto così poco anche metodologicamente.

    • 8 luglio 2012 00:30

      Sui tagli lineari ritengo tu abbia in gran parte ragione, ma i tagli lineari di cui hai scritto sono in massima parte nei confronti delle autonomie locali, che dovranno a loro volta rimodulare la spesa in seguito alla riduzione dei trasferimenti.

    • 8 luglio 2012 00:40

      L’ultima osservazione che fai proprio non la condivido. Certamente non è vera per l’Italia che non è stata oggetto di nessun particolare attacco speculativo ma di una radicale perdita di fiducia perché è entrata in una crisi finanziaria internazionale con un debito pubblico sovradimensionato, scarsa produttività, scarsa crescita ed una classe dirigente assolutamente inadeguata. Questo ci impone non di svuotare il welfare, ma di riformare radicalmente il Paese, e credo sia l’unico elemento veramente positivo di questa situazione disastrosa.

  2. carlo zoccola permalink
    6 luglio 2012 20:56

    la speculazione è una cosa,Paolo,ed in genere vende la debolezza e compra la forza,la finanza spazzatura cioè strumenti leverage di credito/debito un’altra;se ti dico che siamo un Paese che si è svegliato all’improvviso da una bolla dove il valore di libro non corrisponde al valore di mercato,cosa ne pensi?e dove un sistema a due binari ha compiuto nel corso del tempo un ulteriore scollamento tra il Paese produttivo e il Paese del fin che la Barca và.Gli 8000 forestali della Calabria,i “camminatori” degli uffici della Regione Sicilia,gli uffici delle Provincie italiane straboccanti personale,doppioni e triploni di funzioni e mansioni,organismi ed enti.Fino a non poco tempo fà,ogni società municipalizzata o similia,aveva un Presidente e 9 consiglieri di amministrazione con corposi gettoni di presenza;ripeto la finanza speculatrice arriva quando percepisce debolezza,e questa classe dirigente dal 92 in poi non si è preoccupata minimamente di poter minare le basi dell’economia reale?.Ha semplicemente ragionato alla giornata.Le tue obiezioni sono sacrosante,lo scenario è emergenziale non dimentichiamocelo, è sfibrante vedere che nonostante continue manovre la specula non si plachi,nonostante Summit,e propinamento di tranquillità,i dati peggiorano di mese in mese,stiamo su uno jo jo aspettando che la corda si spezzi,arrancando in cerca della risalita.

    • 8 luglio 2012 00:49

      Caro Carlo,
      ritengo corretto gran parte di quello che hai scritto.
      Mi permetto solo di sottolineare che gran parte dei problemi esplosi in questa fase e che hanno costretto il Governo ed il Paese ad un’infinita rincorsa hanno natura STRUTTURALE, sono frutto dell’inadeguatezza della classe dirigente tutta della seconda Repubblica ed avrebbero dovuto essere affrontati in ogni caso nell’interesse del Paese e del suo futuro.

  3. carlo zoccola permalink
    8 luglio 2012 18:04

    Condivido la natura strutturale,generata da una serie di errori a catena generatisi nella Prima e propagatisi nella Seconda Repubblica.Formazione scolastica e professionale inadeguata,para-welfareaggio,clientelismo,cortorcircuito permanente imprenditoria-parti sociali-politica,corruzione,gestioni consociative .Si è tirata la corda fino all’ultimo;l’apice lo si è raggiunto negli ultimi 3 anni,anche un non analista politico come il sottoscritto aveva fiutato più volte i segni del disastro imminente;bisognerebbe ricambiare l’intera classe dirigente di questo Paese,passando attraverso la mannaia della Meritocrazia,e dell’Onestà, avere personale politico che riesca a sviluppare una prospettiva credibile e concreta nel dare un tentativo di uscita da questo pantano.La riduzione della spesa è necessaria,ma ieri leggendo Germano Marubbi mi ha assalito un dubbio,che è quello che sorge a chi rimane col cerino acceso in mano.Oggi la spesa la difendono a denti stretti coloro che ne hanno generata per la propria corporazione/enclave nel corso del tempo,siamo sicuri che i risultati finali di questo mediare all’infinito con miriadi di fortificazioni non generi la spending review ndo cojo cojo?

    • 9 luglio 2012 10:38

      Un altro elemento problema del paese degli Azzeccagarbuglie, è che da decenni le obiezioni particolari hanno avuto più peso dei principi generali.Berlusconi ha rappresentato l’apice anche di questo.
      Ora capisco che la spending review e le tecniche di zero budgetting abbiano delle complessità applicative. A mio avviso, però, questo deve essere stimolo per dedicare a questto approccio il massimo delle energie, e le migliori del Paese, e non per non intraprendere un percorso ineludibile.
      Semplificco:mi sta bene ogni obiezione, ogni confutazione, se il fine è quello di migliorare e non di stoppare. CHe la spesa pubblica debba essere riqualificata mi pare un dato di fatto.

  4. Paolo Riccone permalink
    10 luglio 2012 02:07

    Cari Fabio e Carlo.

    Sul fatto che la spesa pubblica debba essere riqualificata siamo d’accordo, non mi pare ci siano dubbi in merito. Sono anche d’accordo che si applichi, finalmente e seriamente, la SR (magari): l’unica mia perplessità è che in un paese gattopardesco, la SR andrà alla fine ad incidere solamente in quei segmenti meno tutelati dalle varie lobbies (e qui ha ragione secondo me Carlo).

    Sui metodi della SR e/o del ZB. Per restare in tema, ho maturato in passato qualche esperienza in fatto di valutazione delle politiche pubbliche e controllo di gestione negli enti pubblici (maggiormente nel primo ambito) e sono giunto alla sconsolata conclusione che in Italia, metodologie ampiamente applicate in altri paesi avanzati non verranno mai completamente recepite. Sono spesso meri fuochi di paglia e di fatto continua a dominare nella P.a. la vecchia, vecchissima logica amministrativo-procedurale (ma d’altronde, se nella sola Roma operano tanti avvocati quanti ce ne sono nell’intera Francia, perché stupirsene? Ma che ne sanno e/o che gliene importa a giuristi, avvocati, avvocaticchi, azzeccagarbugli vari di ZB o valutazione delle politiche? Perché il personale amministrativo e quello legislativo dovrebbero farsi passivamente valutare?). A ciò va aggiunto l’enorme numero di persone che agiscono nell’ambito della politica direttamente o indirettamente (e che da essa traggono benefici) e il quadro mi pare completo e purtroppo fosco. E quindi: le Province verranno dimezzate? Francamente non ci credo proprio e su questo specifico punto ho l’impressione che verrà fuori il solito enorme pasticcio all’italiana (con benefici economici nulli) o nell’ipotesi migliore non si farà nulla. Si badi bene che personalmente sono per l’abolizione delle Province (salvo, per questioni di scala e complessità amministrativa, quelle a dimensione metropolitana, per capirci dai 500mila abitanti in su, ovvero Milano, Torino, Roma e così via – sempre che non si implementino finalmente le c.d. “citta metropolitane” -), che di fatto sono carrozzoni buoni solo per piazzare politici trombati o inutili.

    Il governo Monti sta mettendo mano o, meglio, dovrebbe mettere mano a 50 anni di ritardi ed ossidificazioni e storture e stratificazioni strutturali nell’arco di un anno e mezzo. Magari ci riuscisse in così poco tempo. L’impresa mi sembra un pò difficile anche per “Super Mario” visto il grado di propensione all’innovazione delle forze politiche che lo sostengono. Mi accontento di qualche riforma ragionevole che purtroppo non ho ancora visto (mercato del lavoro docet: veramente deludente). Ha ragione Carlo in un commento non su questo blog: noi non siamo tedeschi, bisogna prenderne atto e farsene una ragione. Questo dato è al contempo una debolezza e una forza da valorizzare adeguatamente (il dinamismo dei nostri distretti industriali, fatti di medie e microimprese e “multinazionali tascabili”, non ha eguali nel mondo).

    Ultima nota di carattere più generale. Caro Fabio, in fatto di politica economica abbiamo semplicemente due visioni diverse. Io sono un socialdemocratico keynesiano e ambientalista favorevole alla decrescita e al reddito di cittadinanza e tu, mi permetto di interpretare, sei un liberal-democratico hayekiano e per lo stato minimo e per la teoria dell’offerta e non della domanda. Tutto qui. Io penso che nei momenti di (grave) crisi economica la spesa pubblica, riqualificata, vada sostenuta (come si sa la democrazia costa, se si vuole rimanere in essa). Io penso che alle persone a partire dalla maggiore età vada offerto un reddito che sostituisca tutti gli ammortizzatori sociali in essere al di là della condizione lavorativa, alimentato dalla fiscalità generale e da una adeguata (seppur minima) tassazione delle transazioni finanziarie. Io penso che istruzione e sanità debbano essere pubbliche, completamente gratuite e universalistiche in quanto cardini della democrazia (tutto il resto può essere tranquillamente lasciato sul mercato). Io penso che il passaggio dal “capitalismo democratico” a quello “liberale” nell’ultimo trentennio abbia prodotto più danni che benefici collettivi. Io penso, in ultimo, che non regolamentare adeguatamente l’enorme massa di prodotti finanziari derivati (il rapporto è ormai 1 a 8 rispetto al Pil reale mondiale) sia un errore gravissimo in quanto ogni futura bolla si ripercuoterà inevitabilmente sull’economia reale globale. Su quest’ultimo punto, tu come liberale dovresti essere d’accordo: anche la mitica Germania non è esente da rischi futuri e non possiamo certo continuare a sottostare al giogo dei padroni degli Hedge Found.

    Paolo Riccone

    • 10 luglio 2012 18:39

      Certamente riconosco il rischio che, soprattutto nell’iter parlamentare, i portatori di interessi meno organizzati subiscano la spending review. Basta vedere la situazione dei non tutelati, di giovani e giovanissimi per sapere che questo rischio è concretissimo. Le tecniche di Zero-based budgeting hanno però tra l’altro la caratteristica di costringere a esplicitare le motivazioni di ogni spesa, rigiustificandola. Da questo punto possono consentire di smontare privilegi consolidati:

      Certamente le resistenze al cambiamento e le forze della conservazione sono fortissime. Anche i nazisti lo erano. Non per questo i nostri vecchi non li hanno combattuti. Tra gli altri Panebianco (che non amo) ci ha ricordato sabato, anche se in maniera un po’ scontata, la geografia della conservazione organizzata http://www.corriere.it/editoriali/12_luglio_07/resistenti-trasversaliangelo-panebianco_ade0d7ec-c7f2-11e1-9d90-c5d49ff3a387.shtml. Le condizioni oggi sono però molto diverse rispetto al passato: soprattutto è finito il lubrificante sociale che i signori della spesa pubblica hanno usato per comprare consenso a scapito degli interessi della collettività. Si potrebbe trattare di una forte causa di discontinuità. Condivido in ogni caso con te l’opportunità di diminuire per quanto possibile il numero dei centri di spesa o di alleggerirne le strutture, soprattutto di quelli meno sotto i riflettori e più lontani dal controllo diretto dei cittadini (come province e regioni).

      Sulla riformabilità dell’Italia in uno scorcio di legislatura sono d’accordo con te: da acerrimo sostenitore del progetto Ichino condivido la delusione per la riforma del mercato del lavoro. Quelli storici sono però spesso processi in cui conta molto anche la direzionalità: Aver imboccato la via giusta è già un grande risultato, lasciamo ad altri più populisti il benaltrismo che già ha fatto tanti danni. Dopodiché il nord fa parte delle aree statisticamente più ricche d’Europa e temo che da queste parti sia o si sia stati piuttosto tedeschi sino a pochi decenni fa. Anche qui Possiamo arrenderci o combattere. Io la seconda che ho scritto.

      Infine, interpreti male. Avendo una figlia di 9 anni che dovrà pensare a se e parte con quasi 33000 euro di debito pubblico sulla schiena, senza contare l’attualizzazione degli impegni a fronte di “diritti acquisiti” non posso certo permettermi il lusso di essere per la decrescita felice. Puntualmente, alcune brevi osservazioni: d’accordo per il mantenimento della spesa pubblica, ma in questa situazione finanziaria nessuno in buona fede può immaginare di affrontare la situazione politiche della domanda senza ingannare il popolo. Semplicemente non possiamo; sono per un sistema di ammortizzatori sociali universali (W Ichino, abbasso i sindacati della sola cassa integrazione); istruzione e sanità pubbliche e ben gestite; sul liberale mi sembri sotto lo standard delle tue riflessioni. La mia osservazione sperimentale è che i liberisti tirano il liberalismo a loro favore, strumentalizzandolo, per sostenere che non può vivere senza liberismo di mercato (Hayek); i trinariciuti, per difendere la loro tendenza al dogmatismo e all’ortodossia massificante, avvallano la stessa identità per respingere il liberalismo politico. A tutti, sempre, consiglio lo studio di Popper; Infine i mercati finanziari devono sicuramente essere ben regolati, come tutti i mercati (difendere il capitalismo dai capitalisti di Zingales, dopo i primi attacchi di nausea potrebbe forse arricchirti), Ma continuo a pensare che le cause dei problemi italiani abbiano natura strutturale e qui si debba agire in termini curativi. Gli aspetti finanziari della crisi hanno natura più sintomatica e qui si agisce al livello sintomatologico.

      Chiudo: non l’ho firmato ma lo firmerei: http://www.corriere.it/politica/12_luglio_10/pd-porti-agenda-monti_9a6aa0ba-ca51-11e1-bea1-faca1801aa9d.shtml

  5. Paolo Riccone permalink
    13 luglio 2012 03:22

    Caro Fabio,

    condivido diverse parti del tuo ragionamento (l’attuale riforma del lavoro, il bizantinismo diffuso che caratterizza questo paese, i problemi italiani di natura strutturale). Non sono però d’accordo con te sul fatto che gli aspetti finanziari della crisi attuale abbiano natura sintomatica: le bolle del 2000 e del 2007/2008, che si sono successivamente riversate sull’economia reale, sono state create dalla finanza speculativa e non certo dall’economia produttiva.

    Personalmente resto per l’economia della domanda, in quanto l’economia (monetarista) dell’offerta ha prodotto più danni che benefici. Al proposito, Popper lo conosco abbastanza bene e sono d’accordo d’accordo con te; su Zingales mantengo alcune riserve. Io sono cresciuto con Latouche e dintorni (ognuno di noi ha i suoi cattivi maestri) e non penso affatto che la c.d. “decrescita felice” sia un disastro per l’umanità, anzi: nessuno paventa un ritorno alle candele, e poi di fatto nella decrescita, purtroppo infelice, ci siamo già.

    PR

    • 13 luglio 2012 10:13

      Caro Paolo,
      colgo i tuoi stimoli, solo per una precisazione, avendo lasciato adito ad un’ambiguità che mi fai correttamente rilevare. Sulla natura “finanziaria” del detonatore della crisi del 2008 negli USA non ci sono dubbi. Quindi non ci sono dubbi che la finanza abbia avuto un’importante responsabilità. Ancora oggi la finanza, accanto alla sua imprescindibile funzione (spiegata anche in maniera comprensibile in molti manuali di economia), annovera molti elementi di rischio e molte criticità, spesso figli di regolamentazioni inadeguata o superate dai tempi.
      Passando all’Italia, occorre però riconoscere che la sua crisi, o meglio le sue maggiori difficoltà rispetto ad altri Paesi, NON derivano da una crisi di finanza privata, ma da strutturali divari di competitività, produttività ed efficienza e da un debito sovrano abnorme, che mal convive con la bassa crescita.
      Per quanto riguarda la tua composita conclusione, io sono un pragmatico, e credo che ogni contesto economico richieda un approccio adeguato. In italia, oggi non vedo alcuno spazio per deficit spending, e vedo molto spazio per riforme e ricerca di efficienza e produttività.
      Sulla decrescita confermo: non penso ce la possiamo permettere.

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