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The New Statesman: quale leader internazionale rappresenta la più grande minaccia per l’ordine e la prosperità mondiale?

28 giugno 2012

Questo articolo, che è comparso in prima pagina la scorsa settimana sulla rivista di analisi politica britannica The New Statesman, in ragione del suo tono aspro, sarcastico che “scivola” verso il dileggio nei confronti della Cancelliera tedesca Angela Merkel, ha fatto un tale scalpore da essere riassunto – in certi casi testualmente riprodotto – nel  circuito dell’informazione anglosassone internazionale.

Non avrebbe sorpreso chiunque riguardo a una presunta posizione “progressista”, ovviamente critica, nei confronti dell’attuale politica europea tedesca da parte del The New Statesman, essendo questo d’ispirazione radical-laburista (non comunista). Tuttavia, la virulenza attraverso cui certe considerazioni sono state esposte ha fatto sobbalzare non solo la pacatezza di alcuni “opinion leaders” internazionali, bensì anche qualche sonnolenta cancelleria continentale. Che da circa un anno si stia rinfocolando nel Regno Unito una sopita credenza in merito a una supposta tendenza storica di ri-germanizzazione da parte del conservatorismo tedesco nei confronti del continente europeo è fuori dubbio. Che tale sentimento abbracci non solo la stampa “progressista” (The Guardian, l’Observer), ma anche quella posizionata sul versante liberal-conservatore (the Pearson Group a cui fanno capo le prestigiose testate del The Economist, the Times, the F.Times), sebbene con la stesura di giudizi più pacati, è altrettanto indubitabile. The New Statesman rappresenta un faro storico per la sinistra laburista d’oltremanica. Erede del fabianesimo del primo novecento, fondato dai coniugi Webb, questa pubblicazione ha raccolto le collaborazioni di figure importanti del socialismo inglese come quella di George Bernard Shaw, di  Eric Hobsbawm e di James Orwell.

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Quale leader internazionale rappresenta la più grande minaccia per l’ordine e la prosperità mondiale? Il presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad? Sbagliato. Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu? Nemmeno. Kim Jong-un della Corea del Nord? Sbagliato di nuovo. La risposta riguarda una moderata appassionata dell’opera, una ex farmacista che è stata in carica per sette anni. Sì, ci siamo: la Cancelliere della Germania Angela Merkel, la cui soluzione della crisi finanziaria in Europa – o la sua assenza riguardo a ciò – ha portato il continente, e forse il mondo, sull’orlo di una seconda Grande Depressione. “La Banca Mondiale avverte che il crollo dell’euro potrebbe innescare una crisi globale”, così scrive l’Observer lo scorso 17 giugno. Con tante scuse a Mike Godwin e la sua legge omonima, la Merkel è il leader tedesco più pericoloso dopo Hitler. I suoi otto predecessori – da Konrad Adenauer a Gerhard Schröder – hanno presieduto il miracolo dello sviluppo economico in casa e la riabilitazione della reputazione tedesca all’estero. Però, oggi, a causa della Merkel, il paese si trova ancora una volta isolato, odiato e temuto in eguale misura. Le vignette sui giornali dei partner confinanti hanno rappresentato la Cancelliera camuffata da Hitler con i baffi o indossando l’elmetto con il tipico “chiodo” dell’era militare bismarckiana. Commentando il fenomeno, il columnist Jakob Augstein ha osservato: “Le sue abrasive pro-politiche di austerità minacciano tutto ciò che i precedenti governi tedeschi avevano adempiuto a partire dalla seconda guerra mondiale”. La Merkel, giustamente osserva Augstein, è “un politico radicale, non un conservatore”.

La bulla del vicinato

La Merkel non ha causato la crisi finanziaria, poiché questo (dis)onore appartiene ancora al mondo dei banchieri “top”. Ma il suo feticismo per il deficit e l’ossessione per i tagli di spesa stanno esacerbando il continente coinvolto nella sua ampia crisi debitoria correlata dall’insufficiente crescita, le quali entrambe minacciano di sconvolgere più di sei decenni di unità e stabilità pan-europeista. Poi, c’è la sua tendenza al bullismo. La maggior parte dei greci ha votato il 17 giugno sia per ritardare o annullare piano d’austerità imposto dall’UE, il giorno dopo la Merkel spuntò fuori per avvertire che: “Non ci si può scostare dalle misure di riforma…….contiamo sulla Grecia che si attenga ai suoi impegni ” e schiaffeggiando il suo ministro degli Esteri, il quale aveva suggerito che l’UE potrebbe dare più tempo alla Grecia per fare i tagli. Mentre Atene brucia così come Madrid e Roma, la Merkel preferisce gingillarsi. La disoccupazione giovanile in Spagna e in Grecia si aggira intorno al 50%, in Italia, un terzo dei giovani tra i 15 e i 24 anni è senza lavoro. Le rivolte fanno capolino, cosicché l’estrema destra in Europa attira nuovi sostenitori. E’ ironico che il leader di una nazione paranoica e risentita da qualsiasi menzione riguardo al suo periodo nazista sembra indifferente alle politiche anti-austere che favoriscono l’aumento dei partiti neo-nazisti in tutta l’UE, dal Front National di Marine Le Pen in Francia, alle camicie nere greche della Golden Dawn, senza contare i fascisti di Jobbik, ora il terzo partito in parlamento ungherese. I sostenitori della Merkel asseriscono che questo è ingiusto, in quanto ella, dicono, difende il duro lavoro dei tedeschi, i quali sono stanchi di salvare i loro irresponsabili vicini dell’Europa meridionale. Questa è una sciocchezza. In primo luogo, i dati rilasciati dal dell’OCSE mostrano che i “pigri” lavoratori greci sono impiegati per 2.017 ore all’anno, che è più della media in qualunque altro paese dell’Unione Europea e più del 40 % di un lavoratore medio tedesco. Così un po’ meno di Schadenfreude, (gioia) per favore. In secondo luogo, non sono solo gli europei del sud che sono in rivolta contro il sadismo fiscale. Nel mese di maggio, i cristiano-democratici della Merkel hanno subito una sconfitta umiliante in un’elezione nello stato più popoloso della Germania, Nord Reno-Westfalia. E ‘stato il peggior risultato del partito nella regione dopo la seconda guerra mondiale. La cittadinanza tedesca sta iniziando a riconoscere che l’austerità non funziona. Ma la Merkel non si muove. Ella è una dispensatrice della saggezza convenzionale, che dice che l’economia è come una famiglia che non può prendere in prestito o spendere più di quanto guadagna. Ma le economie non sono famiglie o carte di credito! Il senso comune ci dice che la soluzione a una crisi causata da una prolungata assenza della domanda non è quello di ridurre ulteriormente la domanda (tagliando la spesa). La storia ci insegna che la Grande Depressione non è stata aiutata dai tagli di Herbert Hoover negli Stati Uniti, e che in Germania prima della guerra, era la disoccupazione di massa, non l’iperinflazione, che ha portato Hitler al potere nel 1933.

L’auto-flagellazione fiscale

In uno studio pubblicato nel 2010, gli analisti presso il Fondo Monetario Internazionale hanno trovato nelle 15 economie avanzate tra il 1980 e il 2009 solo due casi su170, in cui i tagli della spesa pubblica si sono rivelati espansivi per l’economia nel suo complesso. Con ciò hanno concluso che “il risanamento di bilancio in genere ha un effetto di contrazione sulla produzione”. L’insistenza della Merkel sull’autoflagellazione fiscale e la sua riluttanza a tollerare qualsiasi stimolo fiscale da parte della Germania o di una semplice politica del denaro da parte della Banca centrale europea, ha spinto i paesi depressi come la Grecia verso una ulteriore depressione. Il recente annuncio in occasione del vertice G20 in Messico in cui la Merkel ora sarebbe disponibile a consentire alle Istituzioni della zona euro di comprare il debito dei paesi colpiti dalla crisi membri è troppo poco e troppo tardi. Non si tratta solo di geopolitica e macroeconomia. In Europa coloro che predicano politiche di austerità hanno le loro mani lordate di sangue. I tassi di suicidio sono aumentati del 40 per cento in Grecia. La culla della democrazia occidentale si sta inesorabilmente riducendo al rango di un paese in via di sviluppo. Nel frattempo, la Merkel, come l’economista americano Robert Kuttner ha scritto all’inizio di questo mese, “continua a perseguire lo stretto interesse della Germania. . . [perché] i benefici chela Germania trae dalla sofferenza europea si concretano in due modi: l’espansione delle esportazioni e il denaro a basso costo “.

Piegata su austerità über alles, la Merkel sta distruggendo il progetto europeo, pauperizzando i vicini della Germania con il rischio di una nuova depressione globale.

Deve essere fermata.

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