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I vecchi e i giovani

19 giugno 2012

Con questo titolo non s’intende parafrasare uno dei primi romanzi di Luigi Pirandello, edito nel 1913, allorché l’autore era ancora lontano dal successo internazionale attribuitogli come “inconsueto” ma valente commediografo nel corso degli anni 20. Per altro, il Girgentano trae delle conclusioni alquanto discutibili sul fatto che la generazione post-risorgimentale, coinvolta nello scandalo della Banca Romana, pervasa dalla corruzione, dal malaffare e dal piccolo cabotaggio fosse “migliore” rispetto alla precedente, sebbene divisa tra immobilità aristocratica e fervente slancio patriottico. Ciononostante, questo refrain che mette in contrapposizione i vecchi versus i giovani si ripresenta ogniqualvolta le società entrano in una condizione di “stallo”. Un presunto o reale immobilismo sociale dovuto al nascere di turbolenze politiche ed economiche. E’ tuttora attuale questa diatriba, in particolare all’interno del PD, entro cui il confronto politico sui programmi viene spesso ridotto ad una semplice disputa anagrafica. 

Le polemiche e le reciproche accuse non si sprecano. I “giovani” accusano i “vecchi” di conservatorismo; i “vecchi” ribattono imputando ai loro detrattori una sorta di superficialità condita da un pericoloso “semplicismo” infantile. Su questo ultimo versante critico, i “vecchi” giocano un “asse” piglia tutto ricordando ai “giovani” il déjà vu storico del primo novecento italiano intriso della nobile apologetica giovanilista marinettiana, dell’ardente vigore nazionalista di Corradini; per non parlare dell’inno delle camicie nere “Giovinezza, giovinezza”. Mussolini fu il più “giovane” Presidente del Consiglio, dopo esser stato il più “giovane” leader dei socialisti, capo della corrente rivoluzionaria – un “rottamatore ante litteram” – ferocemente ostile ai gerontocrati del PSI. Sennonché, affermare che la storia si ripeta è assai azzardato e pure “popperianamente” falso se, nel caso specifico, si prenda in considerazione come rilevanza empirica il lascito politico, tutto sommato positivo, del più “giovane” PM britannico: Tony Blair.

Posto che, la lettura della storia della politica, tanto meno della cronaca corrente entrambe non soddisfino la nostra curiosità nel rilevare l’autenticità di questo aspro diverbio di opinioni, proviamo ad abbozzare una tesi che provi a concettualizzare la natura del dissidio tra i due opposti schieramenti. Si tratta di un “gioco” intellettuale, forse un po’ pretenzioso, ma porre limiti all’astrazione mentale non aiuta la chiarificazione dei problemi. “Gioco” ambizioso, poiché la prima mossa di questa partita consta nel far avanzare sulla nostra scacchiera un pedone assai “ingombrante”: il filosofo tedesco Martin Heidegger.

Per l’esistenzialista Heidegger, nella sua opera principale “Essere e Tempo”, “l’essere” significa esistere; “l’essere” è collocato in una certa destinazione per procurarsi i mezzi per cambiare la sua situazione o per mantenerla.  Il filosofo tedesco “ribalta” la concezione metafisica dell’essere immobile, in un “essere” presente, storicamente determinato: “l’esserci”. Heidegger precisa: noi siamo come “un progetto gettato”. Siamo “gettati” nel mondo senza avere potuto scegliere. Ma che cos’è il mondo per Heidegger? Il mondo è l’insieme delle cose. Io, come “essere”, sono in mezzo agli oggetti come un progetto. Non è vero che la mia esistenza è uno stare immobile, anzi io sono uno che guarda il mondo con una totalità di strumenti, e soprattutto sono al mondo come un esistente interessato a mantenerlo così com’è o a cambiarlo attraverso un progetto che lo costruisco grazie a un’eredità culturale. Io eredito certe aspettative, certi significati, li modifico, l’interpreto. Heidegger puntualizza: “non crediate di stare al mondo solo come un oggetto tra gli altri oggetti”. La definizione “gettato” corrisponde a un certo mondo di pregiudizi, di aspettative, di conoscenze, di ambiti, che sono sempre storicamente caratterizzati. Io sono sempre al mondo come entità interessata e quando voglio stabilire come stanno le cose oggettivamente non lo faccio mai per la verità, ma lo faccio sempre per l’utilità di un progetto in vista di uno scopo. Ciò è anche la base della mia conoscenza. Sono sempre mosso da un’aspettativa da un desiderio, da interessi, da stimoli mediante i quali interpreto il “reale” (ermeneutica) e costruisco la mia conoscenza del mondo. Anche quando penso a me, penso in funzione di un sistema di coordinate, sociali, culturali, linguistiche, di relazioni, di valenze politiche non decise da me, ma con cui devo fare i conti. Tutto ciò che “è” lo posso dichiarare “essente” partendo da un certo “ordine” delle cose. Questa conclusione heideggheriana echeggia il pensiero sette/ottocentesco di Kant. Il filosofo di Könisgberg fondava la sua nota teoria sulla conoscenza, secondo cui la ragione umana “funziona” sempre allo stesso modo. Se facciamo un’osservazione, sosteneva Kant, possiamo fidarci che gli altri la capiscano. Heidegger, diversamente, non crede che alla mente umana si possa applicare questa “stabilità”. In Heidegger c’è qualcosa in più rispetto al suo conterraneo Kant: la storicità della nostra “gettatezza”. Questo vuol dire che io ragiono sempre all’interno di un ambito culturale, linguistico, di strutture sociali, politiche e di saperi, che non sono confrontabili con altre epoche storiche. Posso essere d’accordo con gli altri, anche se non convengo su taluni argomenti e principi con l’umanità di tutti i tempi e di tutte le culture.

Ogni “epoca storica” – in questo caso, semplificando, ci riferiamo alla cultura occidentale – conserva in sé credenze, strutture di potere, atti quotidiani, che essendo profondamente radicati nella coscienza morale e civile dei popoli, sono considerati dagli stessi legittimi, o meglio dire “naturali”. L’eccidio degli untori “manzoniani” fu ampiamente approvato dalla popolazione milanese stremata dalla peste che decimò la città nel 600. Oggi, solo qualche temibile eccentrico giustificherebbe una tale scempiaggine. Sennonché, il rullo di tamburo del tempo non cadenza in modo sincrono le singole temperie. Strutture politiche, sociali, economiche e principi morali possono rimanere congelati per centinaia di anni come nell’interminabile medioevo o possono lentamente liquefarsi nel lasso di qualche decennio come è accaduto in quel seicento dalle sinuosità barocche. Procedendo verso i giorni nostri, queste cesure temporali progressivamente si arricciano e, parallelamente, i mutamenti al loro interno si evolvono in modo sempre più incalzante. Il principale complice di questi accadimenti è individuato nel “progresso” tecnologico, anche se taluni ritengono che esso sia solamente l’effetto di quella causa individuata nelle caratteristiche del capitalismo, inteso come sistema economico sempre più dominante. Per altro, sebbene con velatura critica, seguendo il flusso del pensiero marxiano, è visivamente impossibile non pensare che struttura e sovra-struttura non interagiscano tra loro, almeno secondo uno schema di tipo bi-direzionale. L’esempio più calzante lo possiamo constatare con l’introduzione della rete – frutto dell’innovazione tecnologica militare americana – e susseguentemente quella del “web”. Scoperte che hanno inciso radicalmente non solo sulle precedenti strutture operative industriali, ma anche sui flussi di interconnetività, condensando geograficamente il pianeta, fino a modificare i quotidiani sistemi di relazione sociale e politica che furono codificate come regole auree nel corso della tarda modernità. Tali scenari nei decenni precedenti potevano essere solamente trasognati.

Heidegger sostiene che siamo un “progetto gettato”, attorno al quale gravitano le nostre eredità. Tuttavia, questo patrimonio ricevuto in dono è necessario, ma non è sufficiente per attivare la nostra comprensione del mondo, la quale si concreta mediante l’interpretazione del “presente”. Nell’ultima metà del secolo scorso abbiamo assistito a “presenti” sempre più “schiacciati”, i cui spazi erano talmente ridotti che potevano accogliere non più di una generazione.

Gli anni ottanta, in particolare, hanno dato corso a una svolta significativa rispetto alle metodiche politico-sociali che hanno accompagnato le generazioni successive a partire dal secondo dopo-guerra. Ne citiamo le evidenze più rappresentative: l’avvio del processo d’informatizzazione e le sue conseguenze sul piano economico e comunicativo, di cui abbiamo dato un breve cenno precedentemente; il dissolvimento della cortina di ferro; lo scongelamento del pianeta Cina, la vertiginosa crescita del suo capitalismo di stato; ed infine i processi di de-regolamentazione, di liberalizzazione, uniti alla “potatura” del welfare, avviati dal binomio Reagan-Thatcher. Una cesura a partire dalla quale ognuna di queste quattro scosse ha prodotto, come non mai, sommovimenti ondulatori e sussultori modificando gli statici e talvolta acquitrinosi terreni, non solo della geo-politica e dell’economia internazionale, ma anche quelli della solcatura politica quotidiana, che furono ben stabilizzati dalle coscienze collettive nel corso dell’ultimo lustro degli anni quaranta. Se negli anni successivi al dopoguerra i due solidi pilastri che sorreggevano l’architrave dell’azione politica potevano essere definiti secondo i due binomi ideologia/fede e partito/organizzazione, a partire dagli anni 80, e con una forte accelerazione fino ai giorni nostri, le onde sismiche hanno danneggiato gravemente questo edificio rendendolo del tutto inabitabile. I partiti, di norma, svolgevano una funzione, non solo “recepente”, ma anche “trasferente” in sede istituzionale delle istanze provenienti dalla base elettorale. Sembrava un circuito perfetto secondo lo schema di D. Easton: un “ovale” della democrazia compiuta, alla quale si poteva aggiungere “l’aggiustamento” o feed-back, per i cultori della terminologia anglosassone, in modo da calibrare meglio le proposte soddisfacendo in modo più compiuto le attese dei governati. Sono quasi tutte condivisibili le critiche nei confronti della struttura novecentesca della forma partito, ritenuta ormai obsoleta e per altro “ossidata” da una classe politica che si mostrò più incline a mantenere rendite di posizioni e privilegi a discapito di un’azione volta al servizio. Tuttavia, uno dei fattori che ha messo fuori gioco il criterio della rappresentanza nel circuito politico, e con ciò la selezione dei quadri promettenti, è stata, forse in modo inconsapevole, l’evoluzione della tecnica. “Tecnicamente”, da non meno di trenta anni, ci si può rivolgere direttamente al proprio potenziale elettorato. Se prima la “telecrazia” colpiva nel “passivo mucchio”, oggi la digitalizzazione permette ad ogni potenziale guru locale o nazionale di distillare quotidianamente la propria opinione alla sua amata tribù elettronica ricevendone quell’immediato feed-back che gli permette di “relativizzare” ogni originario concetto. Nei fatti, si è passati da un’azione politica mediata a una diretta. Che questa trasformazione rappresenti un progresso della cultura politica ci riserviamo di sollevare qualche dubbio. Sicuramente, si tratta di una “evoluzione”. I linguaggi sono diventati tanto brevi e scarni quanto accattivanti. Analisi e sintesi sono state soppiantate dalla denuncia e dalla rimostranza, spesse volte giustapposte al dileggio; qualsiasi tentativo di ragionamento ex ante è giudicato verboso, paludato; torreggia lo slogan, in quanto, secondo i guru della comunicazione: oramai, in politica conta più la forma della sostanza. Proposte e soluzioni non vengono espresse nel corso delle riunioni di partito, bensì abbozzate sui social networks o siti web dedicati, poiché è lì che s’incontrano i fans, e lì dove si può registrare il numero dei commenti di approvazione, spesso tanto laconici quanto ossequienti. Pare che la tecnica renda il tutto: more friendly. Infatti, widgets e tags primeggiano, invece la “lungimiranza” e la “responsabilità” weberiana in soffitta………è solo scienza della politica, cose da “vecchi”. Sennonché, non è vero che l’analisi e la progettualità in politica sia scomparsa, è solo per così dire migrata dai partiti alle fondazioni, che sono istituzioni o think-tanks, indipendenti dalle forze politiche, i cui assetti e risorse appaiono sempre misteriose, e i cui componenti non sono eletti dalla base, bensì designati dall’alto e, ovviamente, dotati di un elevato profilo tecnico. Al “volgo” o meglio dire, parafrasando il verismo verghiano, “ai vinti” gli si lascia l’inoffensivo “schiamazzo” elettronico. Per quella generazione post-adolescenziale che a cavallo degli anni 80/90 si affacciava sullo scenario della politica l’avanzato processo di fossilizzazione all’interno della struttura partito non poteva rappresentare una munifica “eredità” da poter valorizzare. I cambiamenti succedutesi repentinamente in quel periodo storico concernenti il nuovo assetto geo-strategico, la contemporanea “esplosione” della tecnica informatica e il “signoraggio” delle leadership nazionali e locali, complessivamente portò quella stringa anagrafica – che ora é racchiusa entro la parentesi tra ferventi “rottamatori” e sconclusionati grillini – nel corso degli anni successivi, a maturare sempre più la convinzione che l’azione politica deve essere concepita in modo totalmente differente rispetto a quella cavalcata dai loro genitori o fratelli maggiori. Diversamente, la gran parte della precedente gioventù aveva fatto del partito il luogo del confronto politico, poiché essa crebbe nel novero della “grande politica”. Anche se, a quel lascito di valori, non corrispose, per sua colpa, un’adeguata “conservazione”. E’ vero che al tempo sorsero alcune “devianze”, tuttavia esse furono tanto numerose quanto ininfluenti sul piano della lotta politica.

Noi, afferma Heidegger, siamo al mondo come degli interpreti, quindi non siamo un occhio neutrale e per giunta non siamo nemmeno esseri che non vedono. Non siamo soggetti che guardano e rispecchiano l’immagine del mondo come se il nostro compito fosse di pulire questo specchio in modo che rifletta le cose come stanno. Se il mondo fosse così, sentenzia il filosofo bavarese, sarebbe un mondo di oggettività senza interesse per l’uomo – senza speranza, senza futuro – soltanto le cose lì immobili o “divenienti” secondo un meccanismo naturale e noi annoiati con il nostro sguardo incontaminato su questa natura. L’essere ha una temporalità storica entro cui ha una sua funzione.

Qualora i “giovani” decidessero di sostituire la precedente epigrafe delle colonne reggenti la politica con nuove diciture, quali tecnocrazia/merito e mondo/rete non farebbero altro che “essere nel tempo”. Ciononostante, non bisogna dimenticare che la politica è un’espressione umana fondata sulla contrapposizione di valori. Il lemma valori identifica un patrimonio culturale ad ampio spettro, entro cui i singoli popoli, a prescindere dal calcolo anagrafico, operano una scelta che graverà sul loro destino. Si può concordare con Heidegger che ogni “essere” e, in misura più ampia, ogni generazione è un progetto “gettato” e non un agente puramente passivo. Però, questo “progetto” non può prescindere dal legato valoriale che ci è stato trasferito dai nostri progenitori sotto forma di eredità culturale. Questo lascito consta di qualità morali e intellettuali che non possono essere spendibili solo a favore dei “nuovi” senza più occuparci dei “vecchi”.

Franco Gavio

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One Comment leave one →
  1. giorgio abo permalink
    20 giugno 2012 13:07

    Corposo e decisamente interessante. Abo

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