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Serve produrre di più (riforme) – Il Sole 24 Ore

16 giugno 2012

le sfide che ci pone la crisi sono imponenti. In particolare restano irrisolti il tema della competitività e della dinamica del sistema industriale. Ne tratta in questo interessante articolo sul Sole di oggi Giorgio Barba Navaretti.

Il Governo vara finalmente le misure per lo sviluppo e la crescita. Se e quanto riuscirà nel suo intento dipenderà anche dalla reazione della produzione industriale, ormai 25 punti percentuali sotto il picco pre-Lehman (fine 2007). Molti indizi portano a concludere che il calo non sia congiunturale e rifletta piuttosto una riduzione strutturale di capacità produttiva. La ripresa non sarà dunque immediata, seguirà ad un processo di dolorosa e inevitabile ristrutturazione. Il Presidente di Confindustria Squinzi ha parlato di un rinascimento alla nostra portata. E anche le misure prese del Governo, per quanto caute, saranno utili a ritrovare competitività. Ma per evitare false illusioni è bene avere chiara la trasformazione in corso nell’industria.

Perché è probabile che la caduta della produzione sia strutturale? In primo luogo per molte imprese è difficile sopravvivere ad un calo così prolungato dell’attività. La caduta per la crisi è stata molto più profonda di tutti i Paesi industriali e la ripresa molto più lenta. La nuova discesa si innesta dunque su una già profonda condizione di fragilità. Gli Scenari industriali di Confindustria indicano che in diversi settori il calo della produzione supera il 30%.
In secondo luogo, le imprese italiane hanno tardato ad adeguare capacità produttiva ed occupazione ad un contesto sempre più competitivo. I Paesi che sono riusciti ad aumentare l’output industriale prima dell’esplodere della crisi e che in seguito sono riusciti a recuperarlo più rapidamente sono Germania e Stati Uniti, dove l’occupazione manifatturiera era a fine 2007 a livelli molto inferiori al 1995, mentre in Italia era rimasta costante. Da noi ha tardato quell’aggiustamento industriale che ha permesso a Germania e Stati Uniti di accrescere l’output utilizzando meno lavoro e meno fabbriche e così aumentare la produttività. Ora in Italia l’accelerazione del tasso di disoccupazione, milioni di ore di cassa integrazione e migliaia di metri cubi di capannoni dismessi sono il risultato non solo di una congiuntura avversa, ma anche di una ristrutturazione rimandata e ora inevitabile.
Questa lettura di “negatività strutturale” può essere forse contraddetta dalle statistiche del commercio estero? Tra 2007 ed oggi le esportazioni in valore sono cresciute del 3,3%, ossia abbiamo recuperato i livelli pre-crisi. Il dato è certo positivo e permette una lettura più accurata della dinamica in corso, ma non cambia la conclusione di una distruzione permanente di capacità produttiva. I dati sul commercio estero riflettono infatti la performance di un numero limitato di imprese. Il 50% delle esportazioni italiane è attribuibile a circa 2000 aziende, il 75% a 4000. Inoltre, la tenuta dell’export si appoggia essenzialmente sulle esportazioni verso i Paesi extraeuropei e sull’aumento del valore unitario dei beni esportati. Le imprese che riescono in questa strategia sono un ulteriore sottoinsieme degli esportatori.
Le aziende che esportando sono riuscite a limitare i danni della caduta della domanda nel mercato interno sono dunque poche. Hanno ristrutturato, hanno investito, sono efficienti e vendono all’estero. Ma non sono abbastanza per tradurre i successi in un miglioramento delle statistiche di output e produttività. La consolazione dell’export, anche tenendo conto dell’indotto, non potrà evitare una perdita permanente di capacità produttiva nelle fasce più deboli.
Ora, dobbiamo però intenderci sul significato dell’aggettivo strutturale. Questo indica che quando riprenderanno crescita e domanda aggregata molte attività non saranno più lì. La struttura produttiva del Paese sarà cambiata. Il che, però, neppure significa la fine dell’industria, la perdita definitiva di attività che scompaiono a favore di Paesi più efficienti di noi o dove il lavoro costa poco. Proprio l’esperienza delle nostre imprese più virtuose o di paesi come la Germania insegna che la perdita di capacità produttiva può essere una buona e forse inevitabile strada per ritrovare l’efficienza e della competitività.
Insomma c’è una luce in fondo al tunnel. Ma questa via passa per ristrutturazioni drastiche: innovazione, riduzione del punto di break-even degli impianti, riorganizzazione della logistica e del processo produttivo. Tutti passaggi dove la strategia di impresa si dovrebbe accompagnare a riforme strutturali che abbassino i costi dell’aggiustamento. Per questo sia le misure sullo sviluppo economico (quelle varate ieri sono utili ma non bastano) che la riforma delle regole sul lavoro sono indispensabili alla ripresa. Il fatto che una parte così ampia del nostro sistema produttivo abbia tardato a ristrutturare è dovuto certo all’inerzia di impresa, ma anche a regole che hanno protetto il posto del lavoro invece del lavoratore. Il risultato è che non ci sono più i posti protetti, ma, contrariamente a Usa e Germania, neppure ne sono stati creati altri.
Quando la produzione industriale riprenderà a crescere si tradurrà in meno occupazione di prima. Ma sarà nuova occupazione, nei quattromila esportatori dinamici o in nuove imprese. Solo un mercato del lavoro sufficientemente mobile e fluido e misure che favoriscano nuovi investimenti potranno crearla.

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