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L’Eliseo con le mani legate – Il Sole 24 Ore

25 aprile 2012

In Italia il dibattito sulle elezioni presidenziali francesi ha assunto toni da tifoseria calcistica. Le motivazioni sembrano più legate a banali strumentalizzazioni a fini di confronto interno (addirittura interno ai partiti) che alla reale comprensione dei termini e delle implicazioni del confronto.
Richiama correttamente alla complessità della partita, oggi su Il Sole 24 Ore, Adriana Cerretelli.

Comunque finirà la battaglia del 6 maggio, la Francia avrà un presidente debole, scelto più per disperazione che per convinzione. Trascinato all’Eliseo dalla spinta decisiva degli estremismi populisti di destra e di sinistra che stanno crescendo dovunque in Europa, stritolando democrazie in crisi di consenso, di sicurezze, di benessere.
Probabilmente non sarà Nicolas Sarkozy ma François Hollande il nuovo volto della Republique. Un socialista incolore, all’apparenza un uomo senza carisma né qualità speciali. II candidato votato per ora da meno di un francese su tre, quando quasi uno su cinque ha optato per Marine Le Pen: distanza troppo corta per una solida dinamica democratica senza macchia. La scelta non piace ad Angela Merkel e neanche ai mercati, dove le Borse ballano e gli spread si allargano in un clima di incertezze diffuse che divorano l’Europa che procede a tentoni.

Nonostante le turbolenze politiche che si porta al seguito, se sarà Hollande, non sarà la Beresina dell’81, quando la vittoria della «forza tranquilla» di Francois Mitterrand sconvolse per mesi la Francia e l’Europa. Fino a quando il disastro di una politica espansiva contro corrente, con doppia svalutazione del franco, non lo indusse finalmente a fare marcia indietro.

Trent’anni dopo la storia non si ripete. La Francia non è più la stessa. Meno che mai l’Europa legata dall’euro. Anche se il campanello di allarme torna a suonare forte e chiaro. Perché?
Nell’Europa tartassata dal fanatismo rigorista di Angela Merkel , da una recessione che ora si annuncia più lunga del previsto, dove crescono i dubbi (anche nei mercati) sull’austerità come l’antidoto giusto per recuperare stabilità politica e salute finanziaria, più che timori la prospettiva della svolta socialista francese che predica crescita economica dovrebbe creare sollievo e speranze. Invece no.
Perché si profila strettissimo il sentiero della vittoria annunciata di Hollande. In Francia come in Europa. Dove i margini di manovra sono limitati. Il rigore è ineludibile ma sterile senza crescita. Hollande lo ripete da mesi ma sa che sul rigore i giochi sono quasi fatti e sullo sviluppo non si va lontano senza risorse (che per ora non ci sono a livello europeo e meno che mai nazionale).
Tra fiscal compact e 6-pack, il patto sulla super-disciplina di bilancio, tutti i paesi dell’euro si sono legati le mani rinunciando alla sovranità nazionale sulle politiche di spesa, delegata al condominio euro- tedesco: la grande colpa imputata a Sarkozy, il presidente che della Francia della grandeur ha fatto un indisciplinato suddito tedesco.

Si può tentare di rinegoziare qualcosa ma non si può tornare indietro perché è l’irrisolta crisi dell’euro a spingere avanti sulla strada di integrazioni sempre più profonde e allargate. Che tuttavia sono in perfetta rotta di collisione con i fermenti nazionalisti e il disagio sociale che squassa l’Unione.
Nella virtuosa Olanda che però da tre anni, causa recessione, non riesce a rispettare i patti europei, è saltato il Governo per l’aperta rivolta del leader estremista Gert Wilders contro l’eccesso di disciplina targata Ue, la stessa che riteneva giusto imporre alla Grecia e che ora lo induce a propugnare un referendum contro l’euro e per il ritorno del fiorino. Wilders dice le stesse cose di Marine Le Pen. Dei populismi di destra e sinistra che dilagano in Grecia, Austria, Finlandia, Svezia, Danimarca. E in Italia con il movimento Cinque Stelle.
In questa Europa nevrastenica, frustrata e insicura, dovunque priva di ottimismo nel futuro, non è facile governare per nessuno. Neanche per la Francia di Hollande catapultata all’Eliseo sulle ali dell’estremismo e costretta a patteggiare con l’anti-europeismo interno dei socialisti alla Fabius.

Difficile negoziare con la Merkel con questi voti a bordo. Difficile gestire un dialogo più che mai indispensabile, quando l’asse franco-tedesco non c’è più, la parità Berlino-Parigi è finita perfino nella finzione politica e la performance economica si allontana sempre più da quella tedesca e richiederà quanto prima una gelida doccia di rigore e riforme.
Se prevarrà, la Francia socialista troverà sostegno nell’intolleranza generale che pervade l’eurozona, in rotta contro meccanismi di disciplina troppo soffocanti, e stringe in un crescente isolamento politico la Germania dalle intatte virtù di bilancio ma con una crescita economica in discesa. Troverà alleati, a patto di dimostrarsi non una forza eversiva ma un interlocutore responsabile, capace di pretendere crescita senza affondare il necessario rigore. Capace, soprattutto, di rivendicazioni compatibili con l’imperativo n.1 della Merkel: vincere le elezioni nel 2013.
Anche il cancelliere dovrà però scendere dal piedistallo per tener conto delle istanze altrui, smettendo di tirare la corda solo dalla sua parte. Perché, con la Francia molto meno compiacente e un presidente debole, la corda potrebbe spezzarsi. Accadde in anni lontani con l’Europa della difesa. E’ successo nel 2005 con la Costituzione europea. Se davvero vuole salvare l’euro, la Germania deve scendere a patti con la realtà, cercando equilibri europei più ragionevoli per ricucire i troppi strappi che fragilizzano una tranquilla convivenza in Europa.

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