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Gli sperperi che non vediamo – Corriere.it / Maurizio Ferrera

21 aprile 2012

Maurizio Ferrera oltre che un acuto intellettuale ed economista è un riformista autentico. Sul Corriere di oggi fa il punto sul piano di riforme del governo Monti e sul necessario colpo di reni indispensabile per proseguire nel risanamento e nella trasformazione del Paese.

Più di due milioni di lavoratori disoccupati, quasi tre di scoraggiati, crescita sotto zero: l’Italia non sta bene. I governi dell’Unione Europea stanno consegnando a Bruxelles i nuovi Programmi nazionali di riforma (Pnr). La distanza dai Paesi con cui ci confrontiamo è enorme. I nostri punti di partenza erano già molto bassi due anni fa, quando fu lanciata la Strategia «Europa 2020» per rendere l’Unione competitiva. Da allora non abbiamo fatto altro che peggiorare.

Il governo Monti ha scongiurato il rischio Grecia, varando provvedimenti impensabili con il precedente governo. Adesso però serve la crescita, presto. La sfida non riguarda solo la sicurezza economica delle famiglie e l’equità, ma anche il consenso. I sondaggi segnalano che moltissimi elettori hanno perso fiducia nei confronti delle riforme e dei loro effetti in termini di sviluppo e occupazione.

Nella sua presentazione del Pnr, il presidente del Consiglio assicura che l’azione di governo sta seguendo la sequenza temporale e logica corretta; che non tarderanno ad arrivare benefici tangibili; che l’attenzione a distribuire equamente i sacrifici consentirà di proseguire il cammino dei cambiamenti, per quanto impopolari.

Possiamo fidarci? La strategia delle «sottrazioni simmetriche» tra interessi contrapposti – togliere un po’ in misura uguale a tutti – ha in effetti funzionato con il decreto Salva Italia. Ma ha registrato i primi cedimenti già con il Semplifica Italia e si è imbattuta contro un muro di resistenze con la riforma del lavoro, che ora rischia di essere stravolta in Parlamento grazie al vecchio gioco dei favori incrociati. La sequenza e il contenuto dei cambiamenti ne stanno risentendo, con ricadute negative proprio sulle prospettive di crescita e dunque di benefici tangibili.

V’è poi da chiedersi se l’agenda delle riforme non abbia essa stessa qualche lacuna, di merito e di stile comunicativo. Il punto più debole riguarda il nodo irrisolto dell’esclusione: giovani, donne, disoccupati di lungo periodo, immigrati, famiglie povere, soprattutto quelle con minori. È vero che i provvedimenti già varati dovrebbero liberare spazi e ampliare le opportunità. Ma questi esiti non sono scontati, serve una politica esplicita e coerente per l’inclusione di quanti sono rimasti fuori dal mondo del lavoro. Altrimenti si corre il rischio che, se e quando la crescita arriverà, i suoi effetti si facciano sentire solo all’interno delle tradizionali cittadelle. Nell’agenda del Pnr manca una riforma (migliorativa) che sarebbe essenziale: quella dell’assistenza, delle politiche e dei servizi alla persona. La spending review , la revisione della spesa, il riordino del fisco e la revisione dell’Isee (lo strumento che seleziona i beneficiari delle agevolazioni in base alla situazione economica) potrebbero fornire le risorse necessarie.

Finora il governo ha saputo parlare molto bene ai mercati, ma non altrettanto ai cittadini. Evocare il rischio default non basta più. In assenza di benefici concreti, la garanzia di sacrifici «equi» non può fermare la spirale di sfiducia che si sta attivando. Affiancare le politiche basate sul rigore e sull’efficienza con un progetto ambizioso per l’inclusione (iniziando magari con un Libro Verde) darebbe un segnale nuovo e rassicurante. E lungi dall’essere in contrasto con la crescita, potrebbe addirittura alimentarla. È un risultato già ottenuto nei Paesi del Nord Europa nonché una delle scommesse su cui si basa proprio la Strategia «Europa 2020», che Mario Monti indica come parte integrante dell’agenda nazionale.

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