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La lezione della crisi non è stata capita – Il Sole 24 ORE

30 marzo 2012

Sul Sole 24 Ore  di oggi, venerdì 30 marzo, Carlo Bastasin evidenzia un problema di limpida chiarezza: ancorché le riforme possano portare benefici netti al complesso dell’elettorato, oltre a fronteggiare efficamente la crisi, le classi dirigenti europee, a partire da quella italiana, tendono a farsi prioritariamente portatrici degli interessi dei gruppi di interesse tradizionalmente più strutturalmente organizzati e quindi della conservazione. Ne deriva il fortissimo rischio di riprendere la spirale di crisi che, ad esempio, Monti in Italia aveva dimostrato di poter efficacemente interrompere: proprio i primi risultati positivi e i segnali di inversione di tendenza hanno dato alle classi politiche la sensazione di poter drasticamente frenare il necessario processo di riforme appena avviato.

Come era prevedibile, la crisi dell’euroarea è tornata sull’onda degli stessi problemi degli anni scorsi: timori per la stabilità delle banche; reticenza nell’approntare soluzioni europee; ripensamenti nelle riforme nazionali. A ben vedere le difficoltà della riforma del mercato del lavoro e delle nuove disposizioni anti-corruzione in Italia non sono un caso isolato. Da quando la Bce ha un po’ sedato i mercati con le iniezioni di liquidità, nell’euroarea è subentrato un pericoloso autocompiacimento da parte di governi e parlamenti.

Il giorno dopo l’approvazione del nuovo trattato fiscale europeo, Spagna e Olanda hanno tentato di rinnegare i propri impegni di bilancio. La Grecia ha chiesto di allentare il morso della troika in vista delle elezioni e ha cambiato il calendario delle privatizzazioni. In Italia il Parlamento ha rallentato il treno delle riforme. La Germania ha visto nella riduzione degli spread la dimostrazione che sono le buone politiche nei paesi in difficoltà a portare risultati, mentre sarebbe inutile insistere nell’aggiungere nuove risorse ai fondi di stabilità. E’ probabile infatti che l’Ecofin di domani approvi un aumento dei fondi europei insufficiente e di facciata. Questi comportamenti dimostrano che la lezione della crisi non è stata capita dai parlamenti e dai governi nazionali e che difficilmente i problemi dell’euroarea saranno risolti senza una delega più radicale di sovranità da parte degli Stati. Il paradosso è che più si tarda a coordinare le politiche, più la crisi minaccia i poteri nazionali. Tutti i governi dei paesi in difficoltà sono già caduti. Le voci secondo cui Madrid potrebbe richiedere l’assistenza dei partner, seguendo Grecia, Irlanda e Portogallo, ci riportano alle turbolenze dello scorso autunno. Nonostante quasi tutti i paesi abbiano avviato importanti riforme, la sfiducia è ancora il sentimento dominante. Il credito non arriva all’economia e certamente i risparmi non fluiscono più all’interno dell’euro area.

In queste condizioni è difficile per Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia recuperare competitività e ridurre il deficit. Con consumi negativi e bassa inflazione l’aggiustamento fiscale diventa più oneroso. Se il risparmio degli altri europei non arriva alla periferia sotto forma di investimento produttivo, l’aggiustamento nei paesi deboli è così difficile che i mercati cominceranno di nuovo a dubitare della sostenibilità dell’euro.

Per ottenere una convergenza nella competitività dell’euroarea i paesi più deboli devono avere un aumento nella loro produttività. Significa creare un ambiente adatto allo sviluppo di imprese molto produttive che vendendo i loro beni e servizi all’estero migliorano i conti con l’estero e la crescita. In un mercato globale, per essere competitivi non è sufficiente agire su costi, prezzi e salari, è indispensabile offrire il giusto tipo di prodotti con la giusta qualità. Per risolvere i problemi dell’euroarea sono cioè necessarie due cose: che i paesi deboli riducano i costi e che in ragione di ciò ricevano gli investimenti dei paesi più forti.

via La lezione della crisi non è stata capita – Il Sole 24 ORE.

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