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I social networks, ossia la granitica difesa del sé contro la liquida offerta volta a cedere il tutto.

12 marzo 2012

Quando mi recai in Inghilterra per la prima volta, a metà degli anni 70, completato il ciclo di lectures universitarie obbligatorie, m’informai dove si trovasse una località chiamata Sutton Courtenay. Mi risposero che si trattava di un minuscolo villaggio ubicato nella tipica Home Counties in direzione ovest rispetto a Londra, lungo le rive del Tamigi, non molto distante da Oxford. Alcune settimane successive al mio timido interessamento decisi di intraprendere questo miracoloso viaggio verso Sutton Courtenay. Giunto dopo varie peripezie a Abingdon sperai invano che qualche volenteroso mi desse un passaggio sino a Sutton. L’attesa venne delusa, il mio abbigliamento stracciato, la barba incolta, i capelli lunghi e lo zaino sulle spalle non s’intonavano con il paesaggio quasi fiabesco della Home Counties. Decisi così di farmela a piedi, dopo tutto erano solo circa due o tre miglia, se ora la memoria non m’inganna. Sennonché, dopo aver percorso circa trecento metri che mi separavano dal bivio da Abingdon verso Sutton C. si accostò una Ford Anglia azzurrina, dal finestrino laterale si sporse un uomo vestito di scuro che mi disse “Where are you going?” Risposi “Sutton”. “Do you want a lift?” mi chiese. “Thanks” ribattei e accettai con sollievo il passaggio. Era il locale Pastore anglicano della Parish Church di Sutton Courtenay.  Chi avrebbe raccolto uno come me dalla inquietante parvenza hippy nella conservatrice Home Counties inglese se non un uomo di chiesa?  Appena salito in macchina mi disse che avrebbe scommesso un “pound” sulla ragione della mia presenza a Sutton. “Sei venuto a vedere un frammento della nostra storia, la storia della libertà contro l’oppressione e la vile aggressione”. Risposi entusiasticamente di si, pensando che avesse capito. Ma quando pronunciò la sua lunga filippica nei confronti dei “pidocchi” tedeschi cominciai a nutrire qualche dubbio. “Come già saprai”, aggiunse il pastore rivolto a me, a Sutton ha vissuto Lord Asquith, il Prime Minister inglese che firmò la dichiarazione di guerra nel 1915 contro quei “bloody Germans”. Conoscevo già allora chi fosse Herbert Asquith, un liberale progressista, un grande interprete della filosofia politica di John Stuart Mill, il “secondo” nella linea di continuità rappresentata dai tre governi liberali britannici: Lord Asquith resse l’alta carica tra W. Gladstone e D. LLoyd George. Convinto del mio interesse per il liberalismo anglosassone, quel simpatico curato di campagna mi indusse a visitare il cimitero di Sutton C., il luogo della ultima dimora di quel celebrato Pari d’Inghilterra. Il caso volle che il mio originale intento coincidesse con la proposta fattami dal pastore, ma mai mi sovvenne il pensiero di onorare le spoglie del Conte di Oxford. Camminai tra le fila di cippi molto simili ordinati all’interno di un perfetto quadrato romano, poi alzai lo sguardo e notai un folto cespuglio di rose vermiglie poste dietro una rettangolare stele di granito. Associai immediatamente il simbolo del Labour con l’obiettivo che mi ero posto. Non sbagliai, sul verso principale della grigia pietra erano incise le seguenti parole “Here lies Eric Arthur Blair (Motihari, 25 giugno 1903Londra, 21 gennaio 1950”. Nessun legame familiare con il “diabolico” Tony, erano le spoglie di un altro Blair, ora considerato tra i più celebrati intellettuali inglesi del 900, che sempre si nascose dietro lo pseudonimo di George Orwell.

Al tempo conobbi solo il “politico” Orwell. L’uomo che, terminati gli studi all’Eton College, scelse di militare nelle file del movimento filo-trotzkista combattendo le truppe nazionaliste spagnole; che visse tre anni in una Spagna devastata da una sanguinosissima guerra civile, di cui quattro mesi al fronte in trincea tra sangue e topi fronteggiando il nemico a Huesca; che fu ferito alla gola; e infine che fu costretto a una precipitosa e umiliante fuga da quei militanti stalinisti, i suoi entusiasti alleati della prima ora, nonché parte dei suoi stessi compagni d’arme. In “Homage to Catalonia” si rileva la prima riflessione di Orwell sul potere manipolatorio dell’ideologia in chiave politica. Quella lenta tanto amara presa di coscienza che accompagnò lo scrittore inglese per tutto il resto della sua breve vita e che si concluse precocemente con la sua ultima opera “1984”, da cui si ricava la sua testimonianza finale sulla funzione del “grande occhio” che scruta la tua anima e soccorre i tuoi desideri e al quale con superficiale consapevolezza ti abbandoni cedendo una parte del tuo sé.

John Micklethwait, l’attuale “Editor in Chief” del “The Economist”, con la copertina del 4 Febbraio 2012 dedicata al fenomeno Facebook, ha voluto riportare in auge alcune riflessioni orwelliane (in margine tradotte). Benché, tra i due vi siano differenze sostanziali in chiave politica e culturale, in parte dovute a una manifesta a-sincronia temporale – l’uno un liberale tory critico, un oxfordiano dedicatosi alla finanza, l’altro un etoniano saggista politico e valente scrittore, un antesignano di un Labour democratico e soprattutto anti-ideologico – tuttavia entrambi acconsentirebbero al principio che i diritti che tutelano l’auto-determinazione della persona non devono mai essere messi in pericolo per nessuna ragione al mondo. Nemmeno quando questi potrebbero essere forieri di vantaggi collettivi. Posso immaginare che il sussiegoso John Micklethwait se dovesse un giorno recarsi nel Church yard di Sutton Courtenay – come si racconta che fece Tony Blair prima di esporre il suo progetto rivoluzionario al Congresso di Blackpool – sceglierebbe di fermarsi a riflettere accanto a quella nuda stele di granito tra le tanti uguali per dimensione e semplicità in quel quadrato romano, piuttosto che onorare le spoglie isolate racchiuse in un sarcofago di marmo bianco, curvato secondo i canoni estetici Liberty, del Pari d’Inghilterra, Lord Herbert Asquith

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Per un pugno di dollari (A fistful of dollars)

Tutto è iniziato come un divertimento. Mark Zuckerberg pubblicò le foto dei suoi compagni di Harvard on-line per consentire agli visitatori di commentare su chi fosse più interessante e chi meno. Otto anni dopo, Facebook è una delle aziende più “interessanti” nel mondo. Il 1° febbraio il social network ha annunciato un piano per un’offerta pubblica iniziale (IPO) che potrebbe valere tra i 75 miliardi e i 100 miliardi di dollari. Tutto ciò è semplicemente straordinario. Gli investitori ritengono che una start-up gestita da un impertinente ventisettenne sia più preziosa della Boeing, la più grande casa costruttrice di aerei del mondo. C’è da chiedersi: sono tutti matti? Non necessariamente. Facebook potrebbe presto vantare un miliardo di utenti: uno su sette della popolazione mondiale. Lo scorso anno ha generato dollari per 3,7 miliardi di ricavi e 1 miliardo di utile netto. Ciò malgrado, la consistenza dell’IPO non è neanche lontanamente sufficiente a giustificare il suo prezzo. Tuttavia, ci sono ragioni ammissibili per scommettere su una tale iperbole, poiché Facebook ha trovato un nuovo modo di sfruttare un istinto preistorico: la gente ama socializzare, e Facebook lo rende più facile. Il soggetto timido utilizzando l’opportunità on-line diventa più sciolto. Il giovane, il dinamico e l’affaccendato scoprono che Facebook è un modo efficiente per rimanere in contatto. Lo si può fare tramite computer portatile o smartphone, mentre si è sdraiati sul letto, in attesa di un autobus, o facendo finta di lavorare. È possibile cercare vecchi amici, conoscerne di nuovi, condividere foto, organizzare feste e comunicargli quello che pensi sull’ultimo film di George Clooney. Quanto più persone s’iscrivono a Facebook, tanto più il suo fascino cresce. Coloro che aderiscono (gratuito) hanno accesso a una cerchia più ampia. Coloro che non lo fanno possono sentirsi esclusi. Questo potente ciclo di “reciprocità” ha già fatto di Facebook in molti paesi il più grande sito di social-networking. Il suo utilizzo è parte di uno dei sette minuti trascorsi on-line in tutto il mondo. La sua crescita potrebbe rallentare in alcuni paesi ricchi. Il che non sorprenderebbe, considerato quanto sia già enorme. Benché sia “bloccata” in Cina, tuttavia è ancora in rapido aumento nei grandi mercati emergenti come il Brasile e l’India.

 Con un piccolo aiuto dai miei amici

Con un prezzo stimato 100 miliardi dollari non si tratterebbe affatto di un affare a buon mercato, ma altri giganti tecnologici valgono di più: la capitalizzazione di Google è di 190 miliardi dollari, quella di Microsoft 250 miliardi dollari e Apple vale 425 miliardi dollari. Ciononostante, le possibilità commerciali sono immense per tre motivi. In primo luogo, Facebook è a conoscenza di una quantità impressionante di dati sui suoi utenti. Inoltre, è anche in grado costantemente di escogitare modi per saperne di più, come Timeline, una pagina di profilo nuovo che incoraggia le persone a creare un archivio on-line della loro vita. Specifici settori delle imprese analizzano i dati degli utenti per capire i loro interessi con lo scopo di attrarli mediante fantasmagorici e ben mirati annunci. L’anno scorso Facebook ha superato Yahoo diventando il venditore leader di annunci display on-line in America. In secondo luogo, Facebook è la piattaforma più potente per il marketing sociale. Le poche studiate parlantine per vendere un prodotto sono convincenti tanto quanto una raccomandazione da un amico, cosicché i miliardi di interazioni su Facebook ora influenzano il tutto, dalla musica che la gente compra, fino al sostegno elettorale per i politici. Le aziende, come del resto gli adolescenti, stanno scoprendo che se non sono su Facebook, non vengono presi in considerazione. Il social commerce (o s-commerce) è ancora nella sua infanzia, ma uno studio della Booz & Company calcola che 5 miliardi di dollari sia il valore delle merci che sono state vendute in questo modo l’anno scorso. Infine, Facebook sta diventando de facto il passaporto on-line del mondo. Dal momento che così tante persone hanno un account su Facebook con il loro vero nome, le aziende commerciali stanno iniziando a utilizzare un account di accesso a Facebook come mezzo per identificarle. L’azienda di Zuckerberg ha anche creato una propria moneta on line, il Credit Facebook. Questo è il tipico caso di overdose da Facebook. Ma ci sono anche due serie di motivi di preoccupazione. Il primo, è la sfida manageriale che fa “saltare” questo social network da una start-up a un gigante fornitore di servizi. Facebook ha solo 3.200 dipendenti, molti dei quali ormai sono diventati milionari “di carta”. La prospettiva di dover motivare i dipendenti VIP (Vesting In Peace) della Silicon Valley, eufemismo che sta per “conferitori di pace”, può spiegare perché il signor Zuckerberg abbia ritardato la quotazione così a lungo. Con i miliardi di dollari che l’IPO gli porterà, l’impresa dovrà aggiungere altre persone e altri servizi. Facebook ha già lanciato un servizio e-mail e convinto di milioni di altri siti web per aggiungere pulsanti e collegamenti che consentano ai propri utenti di condividere materiale. Facebook è impegnato ad aggiungere on-,line una funzione di ricerca che infiammerà la sua battaglia contro Google, il quale sta accaparrando le informazioni dal proprio Google plus social network per i suoi risultati di ricerca. Google ha fatto il salto dalla popolarità alla redditività. Malgrado tutto il suo parlare di nuovi flussi di reddito, Facebook è ancora pericolosamente dipendente dagli annunci sotto forma di display. Del resto è anche evidente la forte contraddizione tra l’attirare gli utenti e spremergli i soldi. Il patrimonio più grande di Facebook consiste nelle informazioni che i suoi utenti volentieri concedono. Sennonché, la trasformazione di tali dati in contanti susciterà inevitabilmente problemi di privacy. La maggior parte degli utenti non si rende conto di quanto Facebook è a conoscenza su di loro. Se si inizia a percepire un abuso della fiducia, la reazione avverrà come quando le vongole chiudono il guscio, per poi uscirne.

Ciò che per Rockefeller era il petrolio …

È qui che si rileva un’altra serie di preoccupazioni sebbene esse dovrebbe riguardare solo gli investitori. La Federal Trade Commission americana ha già costretto Facebook a sottostare a una verifica biennale esterna della sua politica sulla privacy e sulle procedure connesse. Come ha sostenuto in passato questo giornale, sarebbe meglio se Facebook, Google e altri giganti del web girassero le loro impostazioni predefinite da “consento” a “non consento”, in modo che gli utenti debbano dare volontariamente il “consenso” alle aziende per utilizzare i loro dati. Proseguendo lungo questa linea troviamo l’antitrust. La tecnologia è diabolicamente difficile per gli zar della concorrenza. Da un lato, crea i concorrenti più velocemente di qualsiasi altra industria (ricordate AltaVista, o Myspace?). D’altra parte, gli effetti della rete aiutano a creare monopoli. Nessun altro social network è quasi grande come Facebook, il quale sarà abbastanza ricco nell’immediato per poter comprare potenziali rivali. Molte aziende capiscono di non avere altra scelta se non quella di affrontare il problema, mentre altre risentono già del suo peso. Per il momento, l’unicità di Facebook ha un senso. I suoi utenti possono scegliere di abbandonarlo nel caso qualcosa di meglio dovesse emergere e la sua guerra con Google fosse solo agli inizi. Se una società si comporta in modo predatorio, dovrebbe essere punita. Proprio così come la Microsoft, che ha commesso un errore nei confronti dell’Autority della concorrenza, allo stesso modo i nuovi giganti del web sicuramente ci ricadranno a prescindere dalle loro ragioni buone o cattive. Sembra probabile che Google dovrà presto affrontare una verifica da parte delle autorità europee; Facebook probabilmente la seguirà presto. Il film è già stato fatto, ma la storia di Facebook è probabile che diventi più intrigante.

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