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Genova ed il “Flash flood”

9 novembre 2011

Fu nel settembre del 2008, complice un violento e improvviso acquazzone, nonché ascoltando le amare considerazioni del Prof Teruggi sul perché questa fiumana d’acqua si abbattesse in modo così subitaneo sulla città di Alessandria,  l’Assessore Provinciale al Turismo, al tempo Rita Rossa, paventò l’idea di presentare una proposta progettuale finanziata dall’Europa che portasse all’attenzione di esperti internazionali le cause di un fenomeno di quella portata. Dopo circa sei mesi di lavoro, la Provincia di Alessandria nella veste di capofila, insieme ai partners tedeschi, polacchi, ungheresi ed austriaci presentò all’UE il progetto INARMA, acronimo che sta per “Integrated approach to flooding risk management” www.inarma.eu Il Segretariato di Vienna, ovvero l’autorità competente del fondo territoriale prescelto, approvò il progetto  nel dicembre del 2009 per una cifra di poco superiore al 1.060.000 di €.    INARMA non si preoccupa dei grandi corsi d’acqua, l’obiettivo del progetto è lo studio dei piccoli affluenti. Si tratta proprio di quelli che, benché appaiano come rivoli innocui, se non addirittura dormienti nei loro ghiaiosi letti durante il periodo estivo, nel volgere di poche ore e a seguito d’improvvisi rovesci d’acqua, si trasformano in Vistole impetuose, se non proprio in vere “bombe d’acqua”, seminando panico, distruzione e morte.  Nell’articolo che segue l’Ing. Teruggi, co-autore di INARMA, cercherà di spiegare quali sono i motivi a monte di tali devastazioni e i rimedi che devono essere attuati affinché tali tragedie possano se non proprio essere evitate almeno contenute.

EU Project Manager

Franco Gavio   

 Ancora una volta si è assistito alla tragedia di un evento calamitoso su larga scala pur previsto ed annunciato dall’allerta meteo diramata dalle Agenzie Regionali per la protezione dell’ambiente (Liguria e Piemonte),  evento favorito dall’incuria nella gestione dei versanti, dall’abbandono dei boschi nelle parti più alte delle valli dove si raccolgono le acque, dalla totale indifferenza verso la manutenzione delle opere di salvaguardia idraulica minore, dalla noncuranza completa verso tutto ciò che sul territorio non può essere immediatamente quantificabile in moneta. Così i fossi di raccolta delle acque piovane e superficiali, i canaletti di gronda dei declivi, i rii minori e maggiori che dovrebbero incanalare con ordine le acque verso valle, rallentandone la velocità e smorzandone l’energia sono diventati – ancora una volta – elementi di sconvolgimento del territorio, delle infrastrutture, delle abitazioni, causa di degrado profondo di molti centri abitati e, in alcuni casi, anche di morte delle persone.

A tutto ciò [che si va ripetendo con tragica e colpevole monotonia dai tempi dell’alluvione del Polesine (1951), dell’alluvione di Firenze (1966), dall’alluvione di Genova (1970), dell’alluvione di Asti ed Alessandria (1994), dell’alluvione di Sarno (1998), per citarne solo alcune] si sta aggiungendo un fenomeno nuovo, che sta caratterizzando profondamente gli eventi calamitosi di questi ultimi anni: la caduta in un tempo sempre più ridotto di ingenti quantitativi di pioggia. Queste precipitazioni intensissime (chiamate talora anche “bombe d’acqua”) generano come conseguenza piene improvvise e rovinose nei torrenti e quindi nei fiumi, piene che sviluppano una formidabile energia distruttiva e che trascinano verso valle e travolgono strade, ponti, versanti di montagne, cose, alberi, abitazioni, persone. Questa tipologia di calamità subitanea – che non caratterizza le alluvioni solo in Italia, ma in tutte le parti del mondo, (dalla Cina al Sud America) – è definita con il termine di “flash flood”, (alluvione improvvisa) così denominato negli Stati Uniti di America, luogo in cui questo fenomeno è stato per primo segnalato alcuni decenni or sono, analizzato e studiato. Questa tipologia di calamità ha alcune cause certe ed altre assai probabili. Fra le cause certe vi è la drammatica riduzione dei tempi di “corrivazione” [tempo che una goccia di pioggia impiega a raggiungere il torrente a fondovalle] dovuto all’estensione sempre maggiore di superfici impermeabili (cementificazione elevatissima del territorio, asfaltatura di strade e piazzali, ecc). Fra le cause altamente possibili ci sta uno degli effetti del mutamento climatico alle nostre latitudini, la tendenza alla cd “tropicalizzazione” delle precipitazioni : pur cadendo in media la stessa quantità di pioggia annua, questa cade in tempi molto più brevi e quindi con intensità enormemente superiori rispetto al passato.

Il territorio della nostra provincia, come molti altri territori appenninici, è particolarmente soggetto a questo genere di calamità naturale nella sua parte montana (ma anche in quella collinare): per questo motivo l’Amministrazione Provinciale ha promosso e sta sviluppando un progetto europeo (INARMA) www.inarma.eu che la vede capofila di una serie di altre zone dell’Europa Centrale (Austria, Polonia, Ungheria, Germania) che presentano problemi analoghi e nelle quali si sono verificate negli scorsi anni calamità e disastri come conseguenza di flash flood. L’obiettivo di questo progetto- che ha nella Protezione Civile Provinciale il suo fulcro operativo – è quello di affrontare questi eventi sia attraverso l’organizzazione e l’adozione di metodi di prevenzione tecnica tempestivi e diffusi sul territorio sia attraverso l’azione di sensibilizzazione, di diffusione della cultura degli eventi calamitosi non solo in modo passivo ma anche attivo ovvero attraverso la diffusione della coscienza di azioni amministrative e di utilizzo “sul e del” territorio che comportano un elevato rischio per la sua sicurezza.

Bisogna acquisire la consapevolezza che già oggi(ma ancor più in futuro) le risorse economiche che lo Stato, la Regione ed altri Enti potranno mettere a disposizione non riusciranno ad essere strutturalmente sufficienti ad intervenire in ogni più remoto angolo del territorio, sia esso un nucleo abitato, oppure sia un torrente di alta valle (dove si generano le piene rovinose). Occorre prevenire attraverso una gestione reale e cosciente (e non solo formale o burocratica) del nostro territorio; occorre recuperare il senso degli eventi “naturali” che possedevano i nostri antenati molti anni fa e che si è andato perdendo in questi ultimi cento anni, quando industrializzazione e monetarizzazione di tutti gli elementi che compongono il nostro quadro ambientale ha prevaricato su di ogni altro aspetto del tessuto sociale e del rapporto fra comunità insediate ed evoluzione dei fenomeni naturali, perché di questo, in ultima analisi, si tratta: le piogge – anche catastrofiche – fanno parte del quadro ambientale. Ciò che non è naturale invece è l’uso dissennato delle risorse ambientali e della loro riduzione a mero elemento economico.

Ing. Sandro Teruggi

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