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Il Pd tra istinto di conservazione e vocazione riformista

30 gennaio 2011

In un recente post, abbiamo assunto una posizione nettamente critica nei confronti di un breve position paper diffuso da Stefano Fassina nei confronti delle linee programmatiche recentemente enunciate al Lingotto da Walter Veltroni.
Prendiamo atto con sollievo che l’inaccettabilità metodologica e di merito del documento viene prontamente rilevata e messa in luce da altri nel Partito Democratico.
Marco Meloni, membro della segreteria del partito, ha pubblicato su TRESEIZERO, il web magazine dell’associazione TrecentoSessanta di Enrico Letta, un lungo e articolato testo in cui rappresenta posizioni egualmente critiche sia sul metodo e sulla concezione del dialogo interno al partito, sia sulla parte del documento di Fassina che contesta la natura liberal-democratica del PD.
Anche ai più tetragoni custodi dell’ortodossia statalista nel PD non sfuggirà l’importanza dell’articolo firmato da uno dei più stretti collaboratori di Enrico Letta di cui di seguito riportiamo uno stralcio.

Nell’esprimere le sue valutazioni sul discorso di Walter Veltroni al “Lingotto 2”, Stefano Fassina ha proposto argomenti stimolanti: dal confronto interno al Partito democratico ai più specifici dossier di politica economica e sociale di cui è responsabile in segreteria nazionale. Per concludere con una lettura dei fenomeni storici contemporanei e del profilo politico-culturale del partito. Nell’intervento che segue Marco Meloni, anch’egli componente della segreteria nazionale del Pd, presenta il contributo di TrecentoSessanta a queste riflessioni.
Una premessa
Non è semplice conciliare il dovere di rappresentare la posizione di tutto il partito – specifico di chi ha un incarico nella segreteria nazionale – con il diritto di manifestare un proprio pensiero individuale. Per questo sarebbe forse preferibile farlo su temi non direttamente connessi a quelli dei quali si è ufficialmente responsabili. È anche vero, tuttavia, che la vasta materia economico-sociale è così centrale nell’agenda pubblica che è assai difficile prescinderne.
A tale difficoltà, dunque, mi pare possano principalmente imputarsi alcuni fraintendimenti ingenerati dall’intervento recente di Stefano Fassina a proposito del Lingotto 2.  Tra questi, anzitutto, mi sembra contraddittorio il tentativo di ricondurre le posizioni di Veltroni a una convergenza della “minoranza” del Pd con i documenti approvati dalle Assemblee nazionali di Roma e Varese. In entrambe le circostanze, infatti, le decisioni sono state assunte all’unanimità o quasi: quindi, alla loro elaborazione hanno contribuito tutti, indipendentemente da una dialettica maggioranza-minoranza. E non è un caso, bensì una riprova del fatto che alle forzature siano preferibili sintesi condivise, che all’interno del partito su alcune questioni – dal diritto del lavoro alle relazioni industriali – permangano posizioni assai differenziate.
Il secondo fraintendimento nasce, a mio avviso, dalla contrapposizione rilevata da Fassina tra l’“impianto politico-culturale” espresso da Veltroni e la presunta linea ufficiale della maggioranza. Un giudizio che si discosta dalle opinioni espresse da Bersani e da altri dirigenti – Letta, Bindi, Franceschini, in primis –, i quali hanno invece osservato come, per spirito e contenuti, il Lingotto abbia segnato un passaggio importante verso l’unità del partito.
Più in generale, e al di là di queste note di metodo, un fatto è certo: il momento, per il Pd e per il Paese, è cruciale. L’Italia cerca una credibile forza di governo che succeda alla lunga e disastrosa agonia del berlusconismo. Il Partito democratico, per dimostrare di essere davvero all’altezza del compito, deve fare delle diverse impostazioni ideali la sua ricchezza. Al contrario, osservare le posizioni espresse dalle differenti anime del partito sotto la lente dell’antinomia maggioranza-minoranza rischia di inficiare sul nascere questo processo di sintesi e mescolanza.
Occorre, in altri termini, operare affinché l’attività delle aree interne al partito – le quali, su singoli temi, esprimono opinioni originali rispetto al mainstream prevalente – sia strumento di unità e dimostri così che la vulgata giornalistica sugli effetti perversi del “correntismo” in questo caso è fuori bersaglio. In realtà, un grande partito non può che essere il luogo del confronto e dell’unità tra idee, personalità e visioni elaborate in spazi aperti al dinamismo della società, come lo sono le associazioni, le fondazioni, i think tank. A patto naturalmente che non si decida di perdere per strada l’ambizione di essere “grandi” solo per il gusto di essere “divisi”.
Infine, leggendo l’intervento di Fassina, si potrebbe pensare che la “maggioranza” – chi ha votato a favore della relazione di Bersani nell’ultima Direzione, ad esempio – condivida l’impianto politico-culturale che egli evoca. Le cose non stanno affatto così, come cercherò di spiegare.
*****
1. Mirafiori, una vicenda da prendere sul serio
Sulle politiche economiche e sociali – com’è noto – tra i democratici si registra una pluralità di posizioni. La questione va al di là del tema, pur centrale, del “diritto unico-contratto unico”, o delle valutazioni sulle singole proposte di Veltroni al Lingotto. Tanto per fare un esempio, trovo condivisibile – a prescindere da dettagli tecnici e quantificazioni precise – l’enfasi sulla riduzione del debito pubblico, mentre considero negativamente le ipotesi di patrimoniale…

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