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Giovane Turco smentisce Bersani

26 gennaio 2011

Dopo il Lingotto, sabato, Pier Luigi Bersani ha affermato di essere sinceramente pronto a candidare per il Nobel chiunque fosse stato capace di trovare una sola significativa differenza tra la linea politica della segreteria e quella “alternativa” dell’amico Walter Veltroni.

Chi era presente, e credo in fondo l’opinione pubblica, non ha avuto questa sensazione di perfetta coincidenza. Anzi, si è maturata l’impressione di una linea politica chiaramente alternativa e di un approccio programmatico, complessivamente, diverso da quello promosso dalla segreteria nell’ultimo anno. Soprattutto basato su basi concettuali ed anche su visioni del PD e del suo ruolo nella società chiaramente alternative.

Quello che è invece emerso con altrettanta chiarezza in sala (difficile forse da percepire tramite i media) è stato un inedito spirito di confronto rispettoso tra entrambe le parti. Non un regolamento di conti o una chiusura preconcetta tra posizioni alternative. Ma un tentativo di dialogo e di confronto, con l’asserita volontà del segretario di arrivare ad una sintesi tra le posizioni. Un grande passo avanti rispetto alle dinamiche che sino ad oggi  hanno caratterizzato il PD sotto la segreteria Bersani.

A sorpresa però, o forse non troppo, oggi Claudio Cerasa sul suo blog e in un articolo su il Il Foglio rivela che proprio uno dei più stretti collaboratori del segretario il “Giovane Turco” Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, ha smentito il segretario da un duplice punto di vista. Per valutare la questione, è importante ricordare che Fassina è stato strettissimo collaboratore di Vincenzo Visco nell’ultimo governo Prodi, segretario dell’associazione “Nuova Economia Nuova Società” di Bersani e Visco e tra i principali autori del famoso “Tornare Avanti”, precipitosamente insabbiato, come  il convegno che doveva presentarlo nel settembre 2010.

Secondo le rivelazioni di Cerasa, Fassina avrebbe diffuso questo documento. Si tratta di un sintetico articoletto , che vale però la pena commentare soprattutto per ragioni di metodo:

  1. in termine di approccio, rispetto alla tranquilla accoglienza da parte di Bersani,  viene rappresentata una critica molto netta e a tratti polemica nei confronti delle linee programmatiche espresse sabato al lingotto da Veltroni, facendo sorgere seri dubbi sulla reale volontà di apertura di una parte non marginale dell’attuale gruppo dirigente del partito;
  2. è lo stesso Fassina, con un tono complessivamente piuttosto polemico e quasi irrisorio, che documenta quelle che sono a suo avviso le numerose rilevanti divergenze ed incongruenze delle tesi esposte da Veltroni. Tra le principali:
  • in apertura la buona accoglienza di molti commentatori politici sui principali giornali italiani viene liquidata come “le celebrazioni di qualche autorevole quotidiano convinto di poter tornare ad eterodirigere il Pd”. Non stupisce che con simili sensibilitò nei confronti dell’opinione pubblica e l’arrogante pretesa che siano elettori, parti sociali e stampa ad adeguarsi ai desiderata di certa classe dirigente il clima del consenso non abbia volto al bello, di recente;
  • In merito alla riduzione del debito pubblico, “l’obiettivo indicato da Veltroni è irrealizzabile” per l’impraticabilità della cartolarizzazione del debito pubblico, per la “posa gladatoria” assunto in merito all’obiettivo quantitativo di riduzione della spesa primaria rispetto al PIL per il tramite della spndeing review e per l’asserita regressività dell’ipotizzata imposta patrimoniale sul 10% più ricco della popolazione;
  • naturalmente Fassina redarguisce Veltroni sul fatto che il documento presentato al Lingotto, nonostante richiami fortemente al ripristino della legalità in termini generali, non ha dedicato uno specifico approfondimento al tema della lotta all’evasione che è stato un cavallo di battaglia suo e di Visco;
  • ancora viene criticata metodologicamente, non avendola evidentemente capita (sarebbe bastato leggere L’Italia Fatta in Casa di Alberto Alesina ed Andrea Ichino per comprendere) la proposta di detassazione dei redditi femminili sostenendo la superiorità di una proposta alternativa che, non a caso prevede minor detassazione e più spesa  (“la leva fondamentale sono i servizi”);
  • sempre sul versante fiscale non è chiaro se la proposta di una no-tax-area riceva un giudizio assolutotio dal sommo giudice, ma sulle partite IVA “la ricerca insistita di un distintivo tratto di identità programmatica di Modem non ha senso”;

Ma dopo tante critiche, il colpo di scena: ” Insomma, il Lingotto 2 è stato un passaggio importante in quanto ha evidenziato che anche la minoranza del Pd converge su punti programmatici elaborati dall’insieme del Pd, non solo dalla maggioranza, nei mesi scorsi. La convergenza è evidente anche sul piano delle alleanze politiche ed elettorali, nonostante i tentativi di rimpacchettamento.” Ciò che appare soprattutto esilarante, nella lettura del breve commento liquidatorio del responsabile economico del Partito Democratico, è la curiosa tecnica utilizzata, un po’ schizzofrenica: La linea della “minoranza” (alcuni funzionari di paritot si appassionano molto all’utilizzo sistematico del termine, che pare molto rassicurarli) è di chiara convergenza programmatica. Come a dire in prima battuta che al Lingotto non si è detto nulla di nuovo. Vorrà dire che si sono adeguati, o che hanno solo copiato? E però è comunque sbagliata. Non si sono adeguati abbastanza, oppure hanno copiato male?

Ma no, in chiusura si ammette che alcune differenze esistono, investono l’impianto politico culturale: la rilevanza del paradigma liberal-democratico. Da qui in poi Fassina inizia una lunga digressione ideologica in cui, e questo ci sembra troppo anche da lui, per  calcolo o per ignoranza da per scontata un’identificazione inesistente tra liberalismo e liberismo, afferma con forza il primato della politica sull’economia che su questa deve anche assumere un ruolo di governo, arriva a citare nientemeno che l’individualismo proprietario. Con chicche verbali sul tema  degne di Landini anche in fatto di lettura parziale e faziosa: “Celebrare la “modernità” economicistica di Marchionne implica una prospettiva di rassegnazione pragmatica e di subalternità politica al lavoro.”

Non pago Fassina fa riferimento al compito del PD di rilanciare una “democrazia delle classi medie” notoriamente entusiaste delle ricette politico economiche propugnate da Visco prima e da lui poi e chiude in bellezza prima attribuendo a Veltroni “la scelta di delegare a Vendola la rappresentanza della fascia di gran lunga più ampia del lavoro, in una singolare contraddizione con il ritornello di Modem di non appaltare ad altri la raccolta dei voti nell’arena del centrosinistra”, chiarendo che gli attuali pessimi sondaggi del PD sono “strumentalizzati ed incompresi” e soprattutto, apocalitticamente, che la prospettiva del Lingotto 2 “condannerebbe l’universo del lavoro alla marginalità sociale e politica”.

Dopo tanta lettura ci permettiamo allora una riflessione: sinché il segretario non metterà almeno un freno all’esuberanza di  certi giovani da lui cooptati che hanno in tutta la loro carriera dimostrato un imcontrovertibile grado di radicalità ideologica (spero tutti, con onestà intellettuale, ricordino il disastro politico causato da Vincenzo Visco di cui Fassina era stretto collaboratore ai tempi del secondo governo Prodi), sarà ben difficile creare nel partito quel clima di proficuo dialogo, arricchimento e cooperazione che Bersani ha proclamato in ogni contesto a partire da sabato.

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